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Patria e galere
Patria e galere
  di Paola Marras / foto di Pino Ramos pag. 5  
 

In che modo invece il sistema carcerario italiano fa fronte al dovere costituzionale del reinserimento nella vita sociale di questi uomini e donne?

«È difficile rispondere a questa domanda perché non è facile capire se quanto viene fatto risponde al dettato costituzionale o meno. Alcuni indicatori banali che si possono usare potrebbero essere quelli relativi al personale. Negli anni ottanta e primi anni novanta sono state previste molte misure mirate al reinserimento delle persone detenute, però l’investimento che è stato fatto sul personale è stato praticamente nullo. Il personale che dovrebbe occuparsi del trattamento, della rieducazione, gli educatori, gli psicologi dentro gli istituti sono una percentuale ridicola del personale che sta dentro gli istituti.

La più bassa d’Europa. La percentuale di personale incaricato del trattamento della risocializzazione è intorno all’1,3%. La percentuale in tutti gli altri Paesi europei è molto più alta, non un po’ più alta. E quindi è chiaro che senza le persone, senza le gambe nessuna idea e nessun valore cammina da solo. Ci vuole qualcuno che lo renda operativo. Se si sceglie di non assumere e di non organizzare le strutture necessarie e chiaro che non si va da nessuna parte».

Raramente arrivano delle notizie di proteste violente e non violente dalle carceri. Quanto sono frequenti invece le rivolte, gli scioperi, le manifestazioni nelle carceri italiane? E per quali motivi? Come vengono gestite?

«Le proteste e le manifestazioni collettive di protesta sono molto rare, per le ragioni che le dicevo perché è difficile vedere i detenuti come una collettività. Si ricordano ad esempio quando ci furono le prime proposte di indulto quando il Papa sollecitò l’indulto, allora ci furono delle manifestazioni a sostegno di questa richiesta, però sono estremamente rare. Manifestazioni individuali di protesta sono invece al contrario estremamente diffuse, soprattutto gli atti di autolesionismo come unica forma di comunicazione, unico modo possibile di alzare la voce, e questi sono purtroppo estremamente diffuse».

Nel piano del governo, Franco Ionta ha proposto per risolvere il sovraffollamento delle carceri anche la "soluzione alternativa" del penitenziario galleggiante. Cosa ne pensiate? Esistono in altri Paesi e quali risultati hanno dato?

«Ho provato ad informarmi anche con colleghi stranieri e sono riuscito a sapere molto poco. Comunque la cosa è molto poco diffusa in Europa, credo che ci sia stato qualche esperimento, forse ancora in corso, in Inghilterra ma non so di nient’altro. Ovviamente è una soluzione alla quale non si può non guardare che con diffidenza per tante ragioni, innanzitutto perché un carcere è fatto di celle ma anche di spazi aperti per i detenuti; è fatto di spazi per le attività trattamentali, per le attività lavorative.

Quindi sembra essere molto inverosimile che tutto questo possa essere riprodotto su una nave. Poi un carcere comunque è un luogo che perlomeno cerca di comunicare anche con l’esterno: vengono i volontari e soprattutto i familiari dei detenuti a fare i colloqui, e quindi anche da questo punto di vista dà un’idea di un ulteriore separatezza dal resto società il fatto di stare in mezzo al mare. E poi onestamente mi sembra un’idea un po’ troppo balzana per essere credibile. Se io non riesco a risolvere i problemi che ho usando gli strumenti che conosco meglio mi pare difficile che la soluzione ai miei problemi possa venire da strumenti di cui nessuno ha mai sentito parlare».

 
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