Computerwelt / n°299
Far di conto
Far di conto
  "Direi che lo stato dell’ICT in Italia è pessimo...Questo fa si anche che la professione informatica si riduca a fare piccoli adattamenti di cose prefabbricate altrove. Quindi c’è un impoverimento dell’offerta e un impoverimento della domanda. Se per bacchetta magica si verificasse che, per esempio, il governo italiano decide di avviare un programma di informatizzazione estesa nel nostro Paese, oggi mancherebbero le risorse competenti per attuare un progetto del genere" - Giulio Ochhini (direttore generale AICA)
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 

Palamitonews intervista Giulio Occhini, direttore generale di AICA (Associazione Italiana per l’Informatica ed il Calcolo Automatico). Dopo la laurea in fisica, entra in Olivetti Elettronica nel 1960.

In concomitanza alle sue attività manageriali e industriali, che andranno dall’area Ricerca e Sviluppo, al Product Planning e all’Office Automation, Occhini non rinuncerà al mondo universitario e associazionistico per attività di docenza e di sviluppo di progetti di ricerca applicata.

Con lui abbiamo potuto ripercorrere la storia dell'Associazione, di come si è evoluto nel tempo l'ICT (Information and Communication Technology) italiano e a che livello di alfabetizzazione informatica è il Paese.

Dottor Occhini, l’Aica nasce nel 1961 dai protagonisti dell’epoca dell’informatica italiana, o meglio del calcolo automatico. Quali Mauro Picone, Aldo Ghizzetti, Francesco Piva, Elserino Piol, Luigi Dadda, Aldo Ghizzetti e molti altri...

«Si, e anche con le società fornitrici allora esistenti, cioè la IBM e la Olivetti, essenzialmente, e quella che allora si chiamava Univac».

Da quel manipolo di visionari all’informatica di massa di oggi, come si è evoluta l’Associazione?

«L’obiettivo che Aica aveva fin dall’inizio era quello di rendere questi oggetti strani che erano i calcolatori un po’ più familiari al pubblico italiano, sia alle persone colte ma anche a quelle che lavoravano nelle imprese, nelle aziende e che magari si dovevano trovare ad essere condizionate nel lavoro da questi strumenti che non avevano mai visto e conosciuto. L’obiettivo era quindi di far conoscere e familiarizzare un po’ la popolazione italiana con l’elaboratore.

Allora l’elaboratore era usato essenzialmente per … se vuole calcolo automatico significa semplicemente la sua origine scientifica, strumento per calcolare più rapidamente di quanto non fosse possibile con altri mezzi.
Il discorso della elaborazione delle informazioni è avvenuto poi molto più tardi, siamo negli anni ’70 quando il discorso dell’informatica gestionale è prevalso su quello della utilizzazione puramente scientifica.

Da allora, dire, che questo obiettivo di elevare il livello della consapevolezza della cittadinanza e soprattutto la competenza degli addetti a questo settore non è cambiato. Aica ha continuato a perseguire questo obiettivo e se vuole le dimostrazioni sono lo sviluppo della patente europea del computer, nata dodici anni fa e che ha lo scopo di fare in modo che chi usa il computer lo sappia usare con consapevolezza. E poi c’è Eucip, che è il programma per sviluppare le competenze professionali, anche qui per fare in modo che chi progetta, elabora e gestisce sistemi informatici lo sappia fare tenendo conto di quelle che sono le esigenze degli utenti, dell’organizzazione nel quale il sistema informativo opera, cioè seguendo quelle regole di buona ingegneria e buona progettazione che devono essere applicate anche in questo campo».

Ma quando è nata, Aica di cosa si occupava?

«Alla nascita di Aica, l’argomento era molto più elitario di oggi. Quindi la gran parte dell’Associazione era costituita da accademici, cioè da persone che questa disciplina un po’ pionieristicamente un po’ la insegnavano. Ancora non esistevano i corsi di informatica, quindi l’informatica era un insegnamento che faceva parte di matematica o di fisica per quelli che avevano intenzione di sviluppare e utilizzare gli strumenti di calcolo numerico. Poi, nei primi anni ’60, i primi utilizzatori in assoluto almeno in Italia furono le banche. Il Credito italiano e quello che allora era il Banco di Roma furono i primi pionieri dell’uso dell’informatica. Sia con le macchine caratteristiche che allora esistevano, che erano i grossi elaboratori, gli unici disponibili, i cosiddetti mainframe, che venivano istallati per fare la gestione del retro sportello.

Poi, innovazione straordinaria, di cui va dato merito ai dirigenti di allora delle bache italiane, a metà anni ’60 ci fu l’introduzione del tempo reale di sportello, che fu una delle innovazioni principale che cambiarono la storia del settore, perché il computer a quel punto non era più qualche cosa che stava dietro, misterioso e che nessuno vedeva salvo gli addetti ai lavori ma cominciava, attraverso le sue diramazioni, e cioè i terminali, cominciava ad essere visto e utilizzato dalle persone che stavano allo sportello, la normale popolazione di quelli che lavoravano e che si trovavano in qualche modo ad essere a diretto contatto con questi macchinoni, perché erano ancora macchine molto grosse e molto costose».

Nel 1983 l’Associazione aggiunge alla sua sigla “per l’Informatica”. Che senso ha oggi parlare di Calcolo Automatico e che significato ha per l’Associazione?

«Nessuno. O meglio, ha ancora senso perché nei campi della ricerca scientifica il computer è essenzialmente una macchina che fa una grande quantità di calcoli, come i vari codici della fisica per l’analisi delle particelle, delle camere a bolle, poi nella biologia per l’analisi del genoma, sono sostanzialmente espressioni della capacità di calcolo del computer. In realtà, noi l’abbiamo tenuto volutamente nel nostro marchio perché è un segno della longevità dell’istituzione, dell’Associazione, perché è nata quando ancora si parlava di calcolo automatico. In realtà oggi si parla di elaborazione delle informazioni, di informatica insomma».

L’Aica è un osservatore privilegiato dell’ICT italiano. In che stato si trova l’ICT in Italia? Ci sono ad oggi dei settori d’eccellenza in questo campo, come ce n’erano un tempo, pensando all’Olivetti?

«Lo stato dell’ICT in Italia è pessimo. È pessimo perché, dopo l’avventura Olivetti che si è manifestata in varie fasi, dall’epoca dei grandi elaboratori come l’Elea per poi successivamente svilupparsi con la Programma 101 di Perotto, e poi la vicenda dei personal computer. C’è stato un periodo in cui l’Olivetti era il terzo fornitore mondiale e il primo in Europa, alla fine fegli anni ’80. qualche anno fa Olivetti è stata addirittura deregistrato come marchio; adesso è stato reinserito nell’ambito di Telecom, come società che fa in questo momento stampanti e apparecchiature di contorno, non più elaboratori.

Quindi, direi che lo stato dell’ICT in Italia è pessimo perché dopo e a seguito di questa vicenda, tutto è cambiato nel nostro Paese. Nel senso che le multinazionali che prima c’erano come la Honeywell e la IBM, sono sparite o ridotte ad essere in Italia sostanzialmente filiali commerciali. Non c’è più attività di progettazione e di ricerca. Questo ha fatto si che l’offerta e la domanda si impoverissero, nel senso che oggi la maggior parte delle nostre aziende di medio o grandi dimensioni adotta dei sistemi che sono stati elaborati all’estero, i SAP per esempio. Diciamo che sono sistemi di gestione elaborati all’estero e che malissimo si adattano alla nostra realtà industriale e che costano lacrime e sangue per essere implementati, perché forzano l’organizzazione delle aziende italiane che qualche spunto di innovatività lo ha sempre avuto, lo forzano entro schemi che non sono i loro.

Questo fa si anche che la professione informatica si riduca a fare piccoli adattamenti di cose prefabbricate altrove. Quindi c’è un impoverimento dell’offerta e un impoverimento della domanda. Se per bacchetta magica si verificasse che, per esempio, il governo italiano decide di avviare un programma di informatizzazione estesa nel nostro Paese, oggi mancherebbero le risorse competenti per attuare un progetto del genere. Quindi questo è oggi il vero dramma della situazione italiana. Si vendono gli informatici a poco più, anzi, a poco meno di quanto non si venda una badante».


A tal riguardo, nel 2003 l’Aica ha lanciato un progetto per valutare il costo che l’ignoranza informatica comporta per la società. Quali sono i risultati della campagna?

«L’Aica ha lanciato questi progetti proprio per cercare di mandare un segnale importante alla comunità e al Paese tutto. Noi abbiamo valutato che il semplice utilizzo dei computer come oggi viene fatto, senza che all’utente venga dato una formazione preliminare, senza che l’utente utilizzi quelle che sono le funzionalità e le potenzialità della macchina che gli viene messa a disposizione per lavorare, costa la Paese qualcosa come 60 miliardi di euro all’anno. Poi l’analisi l’abbiamo specializzata sui diversi settori, dalla sanità, alle banche e ultimamente alla pubblica amministrazione centrale, e adesso ci stiamo preparando ad avviarla sulla pubblica amministrazione locale.

Questo per quanto riguarda la semplice incapacità dell’utente di sfruttare lo strumento che ha a disposizione in modo adeguato. Ma poi c’è un’altro aspetto di costo, che è tre volete più grosso di quello che le ho citato, dovuto al fatto che i sistemi informatici che esistono oggi non sono stati progettati per l’utente. Per cui l’utente sconta, oltre le conseguenze della sua scarsa competenza, sconta anche le conseguenze del fatto che il sistema si ferma, il sistema dà errori, non è disponibile quando dovrebbe esserlo per la continuità di servizio, e cose di questo tipo. E queste ricadono, ovviamente, non sull’utente ma su chi ha progettato il sistema, su chi eroga il servizio e su chi gestisce la customer satisfaction del servizio stesso.

Stiamo quindi ragionando su cifre esorbitanti, che potrebbero essere drasticamente ridotte con dei programmi di formazione finalizzati di cui si può misurare il ritorno di investimento».

 
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