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Computerwelt / n°299 |
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| Far di conto |
| "Direi che lo stato dell’ICT in Italia è pessimo...Questo fa si anche che la professione informatica si riduca a fare piccoli adattamenti di cose prefabbricate altrove. Quindi c’è un impoverimento dell’offerta e un impoverimento della domanda. Se per bacchetta magica si verificasse che, per esempio, il governo italiano decide di avviare un programma di informatizzazione estesa nel nostro Paese, oggi mancherebbero le risorse competenti per attuare un progetto del genere" - Giulio Ochhini (direttore generale AICA) | |
| di Paola Marras / foto di Pino Ramos |
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Palamitonews intervista Giulio Occhini, direttore generale di AICA (Associazione Italiana per l’Informatica ed il Calcolo Automatico). Dopo la laurea in fisica, entra in Olivetti Elettronica nel 1960. Con lui abbiamo potuto ripercorrere la storia dell'Associazione, di come si è evoluto nel tempo l'ICT (Information and Communication Technology) italiano e a che livello di alfabetizzazione informatica è il Paese. «Si, e anche con le società fornitrici allora esistenti, cioè la IBM e la Olivetti, essenzialmente, e quella che allora si chiamava Univac». Da quel manipolo di visionari all’informatica di massa di oggi, come si è evoluta l’Associazione? «L’obiettivo che Aica aveva fin dall’inizio era quello di rendere questi oggetti strani che erano i calcolatori un po’ più familiari al pubblico italiano, sia alle persone colte ma anche a quelle che lavoravano nelle imprese, nelle aziende e che magari si dovevano trovare ad essere condizionate nel lavoro da questi strumenti che non avevano mai visto e conosciuto. L’obiettivo era quindi di far conoscere e familiarizzare un po’ la popolazione italiana con l’elaboratore. Ma quando è nata, Aica di cosa si occupava? «Alla nascita di Aica, l’argomento era molto più elitario di oggi. Quindi la gran parte dell’Associazione era costituita da accademici, cioè da persone che questa disciplina un po’ pionieristicamente un po’ la insegnavano. Ancora non esistevano i corsi di informatica, quindi l’informatica era un insegnamento che faceva parte di matematica o di fisica per quelli che avevano intenzione di sviluppare e utilizzare gli strumenti di calcolo numerico. Poi, nei primi anni ’60, i primi utilizzatori in assoluto almeno in Italia furono le banche. Il Credito italiano e quello che allora era il Banco di Roma furono i primi pionieri dell’uso dell’informatica. Sia con le macchine caratteristiche che allora esistevano, che erano i grossi elaboratori, gli unici disponibili, i cosiddetti mainframe, che venivano istallati per fare la gestione del retro sportello. Nel 1983 l’Associazione aggiunge alla sua sigla “per l’Informatica”. Che senso ha oggi parlare di Calcolo Automatico e che significato ha per l’Associazione? «Nessuno. O meglio, ha ancora senso perché nei campi della ricerca scientifica il computer è essenzialmente una macchina che fa una grande quantità di calcoli, come i vari codici della fisica per l’analisi delle particelle, delle camere a bolle, poi nella biologia per l’analisi del genoma, sono sostanzialmente espressioni della capacità di calcolo del computer. In realtà, noi l’abbiamo tenuto volutamente nel nostro marchio perché è un segno della longevità dell’istituzione, dell’Associazione, perché è nata quando ancora si parlava di calcolo automatico. In realtà oggi si parla di elaborazione delle informazioni, di informatica insomma». L’Aica è un osservatore privilegiato dell’ICT italiano. In che stato si trova l’ICT in Italia? Ci sono ad oggi dei settori d’eccellenza in questo campo, come ce n’erano un tempo, pensando all’Olivetti? «Lo stato dell’ICT in Italia è pessimo. È pessimo perché, dopo l’avventura Olivetti che si è manifestata in varie fasi, dall’epoca dei grandi elaboratori come l’Elea per poi successivamente svilupparsi con la Programma 101 di Perotto, e poi la vicenda dei personal computer. C’è stato un periodo in cui l’Olivetti era il terzo fornitore mondiale e il primo in Europa, alla fine fegli anni ’80. qualche anno fa Olivetti è stata addirittura deregistrato come marchio; adesso è stato reinserito nell’ambito di Telecom, come società che fa in questo momento stampanti e apparecchiature di contorno, non più elaboratori.
«L’Aica ha lanciato questi progetti proprio per cercare di mandare un segnale importante alla comunità e al Paese tutto. Noi abbiamo valutato che il semplice utilizzo dei computer come oggi viene fatto, senza che all’utente venga dato una formazione preliminare, senza che l’utente utilizzi quelle che sono le funzionalità e le potenzialità della macchina che gli viene messa a disposizione per lavorare, costa la Paese qualcosa come 60 miliardi di euro all’anno. Poi l’analisi l’abbiamo specializzata sui diversi settori, dalla sanità, alle banche e ultimamente alla pubblica amministrazione centrale, e adesso ci stiamo preparando ad avviarla sulla pubblica amministrazione locale. |
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