Computerwelt / n°299
La fine dei circuiti di mille valvole
La fine dei circuiti di mille valvole
  di Paola Marras / pagina 2
 

Quando usa un computer le viene qualche volta in mente che lei è uno dei padri di questa tecnologia?

«I padri di questa tecnologia sono tanti, mi sento parte di una comunità che ha dato un contributo. Però, come le dicevo all’inizio, tra le macchine di allora e di adesso c’è un abisso, e veramente più che padre mi direi un nonno dell’epoca!».

Ma che effetto le fa vedere oggi computer così potenti?

«Si, però avendo vissuto tutta una vita nel settore la novità è stata assorbita passo per passo. Comunque fa effetto, come ho raccontato prima, pensando alla memoria dell’Elea rispetto a quella che si trova adesso in un normale PC o addirittura in un telefonino».

Ha più rivisto il suo Elea dopo che fu messo in “pensione”?

«Ce n’è uno tutt’ora funzionante, incredibilmente, presso un Istituto Tecnico della Toscana. È un Elea che era stato venduto a suo tempo al Monte dei Paschi di Siena, e quando era stato ritirato dal servizio era stato ceduto gratuitamente all’Istituto Tecnico Industriale, era stato rimontato in sede, e c’erano dei tecnici dell’Olivetti che avevano seguito questa macchina, fatta funzionare e messa a disposizione degli studenti. Per cui credo che ancora oggi sia funzionante, anche se più che altro è una cosa museale. L’ho rivista tre o quattro anni fa quando presso questo istituto ho fatto un incontro proprio per ricordare l’epoca dell’Elea».

Come venivate visti dal settore “meccanico” dell’Olivetti di cui, ufficialmente o meno, ne eravate i killer?

«Da parte del gruppo di Pisa, non c’era nessun sentimento particolare. Era invece semmai da parte dei meccanici che vedevano nell’elettronica un antagonista, un concorrente, a loro avviso su una strada sbagliata, perché ritenevano che la meccanica avesse ancora una lunga vita. Quindi siccome l’establishment dell’azienda era fatta da meccanici, persone davvero in gamba, inventori del settore, questo ha creato dei problemi in particolare con la direzione dell’attività elettronica, in particolare Tchou e i sostenitori di questo filone. Però poi, alla resa dei conti, anche i meccanici Olivetti si resero conto che la meccanica, almeno in quel settore, aveva fatto il suo tempo».

Il computer che lei ha contribuito a costruire si chiamava Elea. Come sappiamo non era solamente l’acronimo di "Elaboratore elettronico automatico", ma è anche il nome di una delle più imporatanti scuole filosofiche. Lei mi insegna che a questi livelli di progettazione e di ideazione la matematica, la fisica e la logica si fondono con la linguistica e la filosofia. C’erano dei filosofi o dei pensatori di riferimento nella progettazione della vostra macchina? Sentivate forse la responsabilità della costruzione di un “cervello elettronico”?

«Degli agganci al pensiero filosofico naturalmente c’erano. Io personalmente, fin dai tempi del liceo, ero interessato alla filosofia oltre che alla matematica. Diciamo che degli agganci concreti però ce n’erano pochi. Se vuole, il primo filosofo che può essere messo in questo contesto è Leibniz (Gottfried Wilhelm von Leibniz - Lipsia, 21 giugno 1646 – Hannover, 14 novembre 1716 - filosofo, scienziato, matematico e glottoteta; n.d.r.), che fece una macchina meccanica ovviamente che faceva le quattro operazioni. Leibniz poi è uno degli inventori del calcolo differenziale, tra lui e Newton si palleggiano le priorità, e comunque fu anche la persona che per primo studiò e propose un’aritmetica digitale».

Ma a chi è venuto in mente il nome di Elea?

«Ma, credo che sia stato creato dallo staff di Olivetti che si occupavano di pubblicità e promozione, di slogan. Non è venuto in mente a chi ci lavorava, almeno così mi risulta».

Ettore Sottsass ha curato il design dell’Elea. Anche da questo punto di vista, infatti, l’Elea era rivoluzionaria, proprio perché disegnata a misura d’uomo. Ci può raccontare questa collaborazione e unione di intenti con il designer Ettore Sottsass?

«Ettore Sottsass è stato direi il primo che si è occupato dell’aspetto e del design della macchina, non appena questa in qualche modo a livello di laboratorio era stata messa insieme. È lui il padre del design. Ha fatto veramente un’opera innovativa, perché l’Elea aveva un design che non esisteva allora. Prima erano tutti dei grandi armadi che partivano da terra e andavano al soffitto. Ha fatto veramente una macchina, sia dal punto di vista estetico che funzionale, rivoluzionaria. Un innovatore del settore.

Ma lavoravate insieme o è arrivato in un secondo momento?

«No, lui non ha mai lavorato stabilmente a Pisa, andava e veniva, anche perché si occupava anche di altri progetti. E quindi al progresso del sistema veniva man mano si faceva le sue idee per poi come realizzare il design della macchina e tutto il resto».

Ci può parlare dello studio e delle tecnologie alternative nel laboratorio di Pregnanza? È vero che indagavate già nel campo dei computer ottici? Ci può parlare dello studio che facevate nella cosiddetta “logica magnetica”?

«Credo che Pregnanza, inizio anni ’60, fosse il centro in Italia più evoluto nel campo degli studi che riguardavano i calcolatori e le tecnologie informatiche. Lì c’erano tanti filoni, tante idee che si valutavano e su cui si cercava anche di fare del lavoro originale. La “logica magnetica” era uno dei filoni, ma ce n’erano parecchi altri. Lei ha citato le memorie ottiche: fare delle memorie che funzionavano solo con la luce era un obiettivo e furono realizzati dei prototipi che non ebbero seguito ma che in qualche modo lanciavano l’idea. Po si studiavano anche calcolatori che lavoravano a temperature bassissime, allo “zero assoluto”.

Anche qui l’idea non era originale, era stata avanzata negli Stati Uniti e a quell’epoca, all’inizio degli anni ’60 ci lavoravano i principali laboratori dell’IBM e della General Electric. Cioè un calcolatore che, immerso in elio liquido, quindi praticamente quasi allo zero assoluto, -273,15 gradi centigradi, poteva presentare delle prestazioni che non si potevano allora ottenere con altri pezzi. Quindi in pratica si studiavano tanti approcci diversi. Era un’epoca in cui c’erano veramente molte idee. Poi ci fu la tecnologia che in qualche modo vinse la gara, anche se non escluse tutte le altre, e cioè quelle dei transistor, dei semiconduttori. Però all’epoca veramente c’erano tante idee e tante tecnologie in gara e si studiavano un po’ tutte. Direi che Pregnanza era sicuramente un punto di riferimento in Italia, e forse anche non solo in Italia».

Lei scrive che l’industria del calcolatore rappresenta la terza rivoluzione industriale. Ci può spiegare come mai l’Italia non riuscì a mantenere la sua posizione di leadership in questo campo?

«È una storia che non so se si può riassumere in poche parole. Diciamo che i motivi possono essere diversi. Prendiamo il caso dell’Elea. Perché l’Elea e la divisione elettronica Olivetti finì come sappiamo? Ci fu un difetto da parte del management, che non ebbe la capacità di vedere lontano. Ci fu una mancanza di interesse delle istituzioni, mentre in altre parti, in Francia per esempio e anche altrove, il governo diede dei supporti di vario tipo, finanziario ma anche non, a quest’area. In Italia invece non si fece nulla. Non ci fu un supporto da parte del sistema finanziario, delle banche. E direi che anche i mezzi di comunicazione non si interessarono molto dell’argomento. Quindi era tutto un ambiente che in qualche modo non era favorevole allo sviluppo di questo filone.

Non si era capito che era invece una tecnologia trasversale all’economia e a tanti altri settori industriali e che bisognava in qualche modo, come dire, facilitarla. Questo, se vuole, è l’esperienza di quegli anni. Poi ci furono dei tentativi, anche nella stessa Olivetti, che però non ebbero un seguito. Ora io non vorrei dare giudizi ma da un punto di vista manageriale non si riuscì a trovare la strada giusta. È un settore con un dinamismo tale che se non si è molto attenti anche a cambiare strada, a modificare il pensiero e le impostazioni, ch si rischia di finire fuori rotta. Tanto per citare un caso non italiano, solo tre anni fa la IBM ha ceduto tutta la sua operazione dei personal computer alla società cinese. Cioè il pc nato in casa IBM nel 1981, venticinque anni dopo la stessa IBM ha ceduto l’intera operazione a un’azienda di casa cinese. Perché? Perché era cambiato il contesto, il lavoro aggiunto per fare dei personal computer era finito nel chip, nel microprocessore.

Quindi non c’era più il lavoro di montaggio che c’era agli inizi, all’epoca iniziale dei personal computer. Quindi, tre o quattro anni fa, i pc dell’IBM cubavano per il 10% del fatturato e solo per l’1% del guadagno. Quindi era un’attività che non aveva più molto senso, in termini delle industrie occidentali, di proseguire. Quindi, il settore ha fatto tanti cambiamenti così veloci e radicali che se non c’erano delle persone in grado di vedere avanti e di guidare tutta l’operazione le cose sarebbero andate ad arenarsi, cosa che è successa. Quindi, a parte il contesto, ripeto, istituzionale sono mancate delle direttive e delle iniziative a livello anche personale che potessero tenere il passo con questa rivoluzione continua».

 

Note bibliografiche:

(1) La cultura informatica in Italia - Riflessioni e testimonianze sulle origini 1950-1970; Bollati Boringhieri; pag.134



 
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