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Computerwelt / n°299 |
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| Quando il cervello era elettronico |
| "La parola cibernetica, che tra l’altro è stata inventata alla fine della seconda guerra mondiale da Norbert Wiener, era in realtà un coacervo di iniziative che in qualche modo preludevano a quelle che oggi sono alcune tematiche dell’intelligenza artificiale" - Corrado Bonfanti (storico dell'informatica) | |
| di Paola Marras / foto di Pino Ramos |
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Palamitonews intervista Corrado Bonfanti, docente di Storia dell’Informatica, che dal 1983 al 1995 ha coordinato l’omonimo gruppo di lavoro per AICA (Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico). Professor Bonfanti, come spiegherebbe ad un ragazzo di oggi che cos’era l’Olivetti? «Olivetti ha avuto tante fasi di sviluppo di successo o di insuccesso. Olivetti è stata per molti anni, per molti decenni, una delle più importanti multinazionali italiane, nel senso che era conosciuta all’estero, aveva filiali e stabilimenti in almeno una quarantina di Paesi. È nata all’inizio del ‘900 per costruire macchine da scrivere, che sono state il prodotto portante del crescente successo fino alla seconda guerra mondiale. Ci può fare degli esempi? «Nella linea Olivetti hanno lavorato fior di sociologi che poi sono stati importanti nella cultura italiana, come mi viene in mente Ferrarotti, per esempio. E molte persone che non avevano nulla a che fare con la produzione industriale, ma si occupavano per esempio di selezione e carriera del personale. Ci sono stati dei tentativi di costruire un computer italiano prima del Ferranti Mark 1? «Si, direi due. Uno è proprio dell’Olivetti, l’altro invece è la famosa calcolatrice elettronica pisana. E le cose sono nate quasi contemporaneamente, a cavallo tra il 1954 e il 1955. Sono nate contemporaneamente anche a seguito di un suggerimento, fra l’altro, di Enrico Fermi, che nel suo ultimo viaggio in Italia, aveva suggerito appunto all’Università di Pisa di dedicare delle risorse finanziarie che erano disponibili proprio alla costruzione di un elaboratore elettronico, che poi è passata alla storia come CEP – Calcolatrice Elettronica pisana – ed è stato completato tra il 1957 e il 1961, ed era uno dei calcolatori più potenti dell’epoca. In qualche rassegna è stato classificato tra i primi dieci più potenti. Quale è stata l’evoluzione del termine cibernetica dagli anni ’50 ad oggi, parallelamente allo sviluppo dei computer e dell’informatica? «La parola cibernetica, che tra l’altro è stata inventata alla fine della seconda guerra mondiale da Norbert Wiener, era in realtà un coacervo di iniziative che in qualche modo preludevano a quelle che oggi sono alcune tematiche dell’intelligenza artificiale. In particolare, lo studio e possibilmente la imitazione delle modalità di funzionamento del cervello umano, quindi studio della neurofisiologia, e simili. Tra l’altro, in mancanza di una denominazione specifica, a parte di quella generica di computer science o scienza dei computer, in quegli anni appunto tra il 1950 e 1960, cibernetica e quella che oggi chiamiamo informatica erano considerati quasi sinonimi. Nel 1958 il professor Caligo fu il primo a porre il problema della tutela del software in una memoria da lui presentata al Convegno internazionale sui problemi dell’automatismo del CNR. Si intitolava profeticamente “Problemi di collaborazione e tutela della proprietà intellettuale nella programmazione”. Ci può parlare dell’orientamento sul copyright dell’informatica italiana dei tempi pionieristici? «Guardi, a parte questa anticipazione dovuta alla lungimiranza di Caligo, all’epoca francamente il problema non si poneva, per due motivi: il primo perché il software non era considerato un prodotto commerciale, tanto che tutti i costruttori di computer lo fornivano in pratica gratuitamente o meglio “compreso nel prezzo” a chi affittava o comprava un elaboratore della marca, vedi la stessa Olivetti, o IBM soprattutto e tutti gli altri. Quindi a quell’epoca francamente il problema non si poneva. Certamente c’era da arte degli autori di software una tendenza a considerarlo proprio un prodotto del lavoro intellettuale e quindi eventualmente dove si presentassero occasioni di sfruttamento commerciale di trarne i benefici del caso. Come mai questa decisione dell’antitrust? C’erano stati dei precedenti? «Diciamo che la ragione principale era appunto di “addolcire” in qualche modo, se non addirittura contrastare esplicitamente la posizione di monopolio della IBM, che appunto si basava in parte sull’efficienza dell’hardware, dei suoi computer, ma in gran parte anche sul successo del loro software, che era molto più attrattivo sul mercato rispetto alla situazione della concorrenza. Quindi il tutto si inquadra in queste azioni, in cui tra l’altro antitrust americana è stata molto attiva, molto incisiva sull’andamento dei mercati. In particolare in questo caso per il riconoscimento del software come un prodotto dell’ingegno del tutto diverso e separato e quindi commerciabile anche separatamente rispetto all’hardware». Negli anni ’60 e ’70, nelle università, nelle banche e più in generale nello Stato c’era un buon numero di “cervelli elettronici”. Come mai anche qui in Italia non si è sviluppata parallelamente agli Stati Uniti una generazione di hacker, nel senso più nobile del termine? Oppure, questi hacker sono esistiti ma sono rimasti sconosciuti? O più semplicemente, non si sono mai sentiti tali? In definitiva, esiste una storia dimenticata degli hacker italiani? «Io non ne farei una questione specifica dell’Italia ma in genere di tutta l’Europa. Con una parziale eccezione dell’Inghilterra, che qualche volta si considera europea e qualche volta no. Bisogna quindi tener conto di una tradizione molto forte negli Stati Uniti che risale alla metà dell’800, quindi alla seconda parte della rivoluzione industriale, in cui l’idea di inventore e imprenditore, vedi esempi famosi come Bell, che fra l’altro rubò il brevetto del telefono al povero Meucci, oppure Edison. E quindi questa abitudine, questo abito mentale di associare immediatamente l’invenzione che avesse qualche risultato applicativo allo struttamelo industriale e commerciale. Questo è un tipo di cultura che manca tutt’ora in grande misura nei paesi europei, in particolare in Italia». Ma ci sono dei nomi che bisognerebbe a questo punto ricordare? «Di hacker conosciuti francamente direi di no. Gli europei hanno dato degli importanti contributi allo sviluppo del software, e soprattutto in campo accademico teorico. Per esempio mi viene in mente da noi in Italia Corrado Böhm, ha dato importantissimi contributi per esempio all’ingegneria del software. Però, che mi venga in mente clamorosi casi anche resuscitati a posteriori non me ne vengono in mente. Tanto è vero che, a parte l’industria del software, però intesa in un modo particolare, cioè fornire software a clienti singoli per applicazioni molto molto speciali, è il caso di Finsiel per esempio in Italia è stato esemplare in questo senso. L’Italia, con la Olivetti, ha toccato vertici inarrivabili nel calcolo meccanico. Macchine come la Divisumma, la Logos e la Tetractys sono delle pietre miliari dell’ingegneria meccanica. Ci sa dare qualche notizia di una delle ultime macchine elettromeccaniche prodotte dalla Olivetti, che si chiamava Contabile 25, al cui interno “vi erano microscopiche palline con cui si cercava di riprodurre il principio combinatorio del bit, o segnale elettrico”? «Il primo tentativo di usare proprio meccanismi basati su palline che riproducevano l’aritmetica binaria o la logica binaria, quindi i bit, è dovuta allo scienziato, filosofo, matematico Leibniz, a cavallo tra ‘600 e ‘700. Quindi, la Contabile 25? «Niente, è stato un progetto che poi alla fine è stato abbandonato proprio perché non corrispondeva più allo stato dell’arte. L’evoluzione industriale ormai puntava tutte le carte sulla tecnologia elettronica. Aveva, tra l’altro, delle complicazioni strutturali e di funzionamento notevolissime». L’informatica moderna è debitrice verso l’Olivetti e il “genio italiano”, ad esempio Perotto e Faggin, solo per citarne alcuni. Ci può spiegare come è successo che è finito tutto? Sembra essere andata come l’inabissamento di Atlantide. Come mai l’Italia e gli italiani non conservano una minima tradizione storica al riguardo? «Lei ha fatto il nome di due personaggi molto importanti, Perotto e Faggin, però la loro storia è molto diversa. La storia di Perotto è stata completamente all’interno della Olivetti mentre invece quella di Faggin, che pure ha cominciato a lavorare prima in Olivetti e poi nella SGS, l’attuale STMicroelectronics, e poi è emigrato negli Stati Uniti con Fairchild prima, con la Intel dopo. All’Intel ha costruito il primo microprocessore all’inizio degli anni ’70. Invece il contributo di Perotto, altrettanto significativo è stato quello di costruire quello che si considera il primo personal computer, la famosa Olivetti 101, che ha avuto un successo enorme, particolarmente negli Stati Uniti. E quindi come mai il declino dell’Olivetti? «Ciò esula dalla storia dell’informatica e dalla logica dello sviluppo industriale, che è stato sempre più dominato dagli aspetti finanziari. Olivetti ha sofferto in diverse fasi proprio di una profonda crisi finanziaria che le ha in qualche modo tarpato le ali verso altri traguardi. Infatti la prima grave crisi è stata proprio quella che ha portato alla cessione della divisione elettronica Olivetti prima alla General Electrics poi alla Hanywell, questo succedeva nel ‘64/ ’65, e in Olivetti è rimasta solo una sparuta pattuglia, appunto il gruppo di progetto dell’ingegner Perotto che ha prodotto in maniera quasi di nascosto all’interno dell’Olivetti questo grande successo industriale. Che però appunto non è stato seguito da una strategia vera è propria. Ma, per capire bene, Olivetti era leader mondiale, Come è arrivata la prima crisi, perché è stata colpita? «A causa dei meccanismi finanziari. In particolare, poi, tenga conto che gli azionisti della Olivetti erano i componenti della famiglia Olivetti. Allora, per quanto ben dotati, evidentemente, erano arrivati al punto di non poter sottoscrivere ulteriori aumenti di capitale. Il capitale sociale è un punto cruciale della salute di un’azienda, in particolare la proporzione tra volume d’affari e capitale sociale. La stessa elettronica, per esempio, gli elaboratori della serie Elea hanno avuto un grosso successo in Italia, però era ben chiaro che tutti gli investimenti non potevano essere enumerati se non con una diffusione mondiale, come l’IBM. Com’è lo stato della cultura informatica in Italia e quanto è penalizzante? «Allora, certamente c’è un peso. D’altra parte, la semplicità d’uso dei computer attuali che nel pubblico si identificano col personal computer da tavolo o portatile, questo ha portato ad una grande diffusione dell’uso dei computer ma non della cultura informatica. Insomma, un computer si compra al supermercato, si legge, qualche volta, un manuale d’istruzioni ma meglio se si impara semplicemente provando a battere i tasti della tastiera. Ma perché, secondo lei, lo Stato non investe nell’informatica? «Questo è un problema che si dovrebbero porre i governi e soprattutto gli elettori dei governi».
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