Computerwelt / n°299
Quando il cervello era elettronico
Quando il cervello era elettronico
  "La parola cibernetica, che tra l’altro è stata inventata alla fine della seconda guerra mondiale da Norbert Wiener, era in realtà un coacervo di iniziative che in qualche modo preludevano a quelle che oggi sono alcune tematiche dell’intelligenza artificiale" - Corrado Bonfanti (storico dell'informatica)
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 

Palamitonews intervista Corrado Bonfanti, docente di Storia dell’Informatica, che dal 1983 al 1995 ha coordinato l’omonimo gruppo di lavoro per AICA (Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico).

Laureato in fisica, ha lavorato nell’IBM e poi nel gruppo Finsiel. Autore di numerosi articoli, tra cui “Mezzo secolo di futuro – L’informatica italiana compie cinquant’anni”, pubblicato su Mondo Digitale (2004), rivista critica del settore ICT, edita da AICA.

Con Bonfanti abbiamo cercato di ripercorrere i punti salienti dell’evoluzione dell’informatica in Italia, ricordando i suoi protagonisti, le innovazioni che hanno reso il nostro Paese leader mondiale nel settore e gli ostacoli che ne hanno decretato la fine.

Professor Bonfanti, come spiegherebbe ad un ragazzo di oggi che cos’era l’Olivetti?

«Olivetti ha avuto tante fasi di sviluppo di successo o di insuccesso. Olivetti è stata per molti anni, per molti decenni, una delle più importanti multinazionali italiane, nel senso che era conosciuta all’estero, aveva filiali e stabilimenti in almeno una quarantina di Paesi. È nata all’inizio del ‘900 per costruire macchine da scrivere, che sono state il prodotto portante del crescente successo fino alla seconda guerra mondiale.

Dopodiché, verso il 1950, si è impegnata con relativo successo nel settore degli elaboratori elettronici e poi ha avuto una storia travagliata dovuta a difficoltà finanziarie. Ma l’altro aspetto importante che segnala Olivetti nella storia dell’industria era il clima particolare di attenzione non solo agli aspetti interni produttivi ma anche della diffusione della cultura, dell’attenzione del benessere dei dipendenti e cose di questo genere, alla pubblicità per esempio. È quello che oggi richiama un po’ il concetto di impresa responsabile, in qualche modo».

Ci può fare degli esempi?

«Nella linea Olivetti hanno lavorato fior di sociologi che poi sono stati importanti nella cultura italiana, come mi viene in mente Ferrarotti, per esempio. E molte persone che non avevano nulla a che fare con la produzione industriale, ma si occupavano per esempio di selezione e carriera del personale.

Famose sono le iniziative Olivetti a favore dei dipendenti in termini di colonie estive, di abitazioni, di supporto culturale, di assistenza sanitaria, che hanno anticipato molte delle cose che sono state poi seguite da altri. Tanto che all’epoca la Confindustria, che era invece attestata su posizioni molto conservatrici, molto tradizionali, considerava Olivetti come un esempio da evitare, in qualche modo».

Ci sono stati dei tentativi di costruire un computer italiano prima del Ferranti Mark 1?

«Si, direi due. Uno è proprio dell’Olivetti, l’altro invece è la famosa calcolatrice elettronica pisana. E le cose sono nate quasi contemporaneamente, a cavallo tra il 1954 e il 1955. Sono nate contemporaneamente anche a seguito di un suggerimento, fra l’altro, di Enrico Fermi, che nel suo ultimo viaggio in Italia, aveva suggerito appunto all’Università di Pisa di dedicare delle risorse finanziarie che erano disponibili proprio alla costruzione di un elaboratore elettronico, che poi è passata alla storia come CEP – Calcolatrice Elettronica pisana – ed è stato completato tra il 1957 e il 1961, ed era uno dei calcolatori più potenti dell’epoca. In qualche rassegna è stato classificato tra i primi dieci più potenti.

L’esperienza Olivetti, invece, che pure ha collaborato al progetto di questa calcolatrice scientifica, era orientato per un’intuizione molto felice di Adriano Olivetti non verso il calcolo scientifico ma verso le applicazioni, per così dire, gestionali-commerciali, tipo per le aziende la tenuta della contabilità, il calcolo degli stipendi dei dipendenti, la gestione del magazzino e cose di questo genere. E anche questo progetto è nato a Pisa inizialmente, proprio in vista di questa collaborazione fra Università e Olivetti industria.

Solo che i due indirizzi divergevano parecchio, e in particolare pur essendo, trattandosi in ogni caso di elaboratori elettronici, appunto la CEP era un calcolatore destinato al calcolo scientifico e soprattutto destinato ad essere costruito in un prototipo unico, un esemplare unico. Mentre invece il problema di Olivetti era poi quello di impiantare una produzione industriale destinata al commercio, alla vendita; quindi con problemi di standardizzazione, di economia e di costo, di ergonomia e in qualche modo anche di estetica. Anzi l’Elea, che è stato il frutto dell’iniziativa Olivetti è rimasta famosa anche per un design molto bello, molto accattivante dovuto all’architetto Sottsass, che tra l’altro è scomparso qualche mese fa».

Quale è stata l’evoluzione del termine cibernetica dagli anni ’50 ad oggi, parallelamente allo sviluppo dei computer e dell’informatica?

«La parola cibernetica, che tra l’altro è stata inventata alla fine della seconda guerra mondiale da Norbert Wiener, era in realtà un coacervo di iniziative che in qualche modo preludevano a quelle che oggi sono alcune tematiche dell’intelligenza artificiale. In particolare, lo studio e possibilmente la imitazione delle modalità di funzionamento del cervello umano, quindi studio della neurofisiologia, e simili. Tra l’altro, in mancanza di una denominazione specifica, a parte di quella generica di computer science o scienza dei computer, in quegli anni appunto tra il 1950 e 1960, cibernetica e quella che oggi chiamiamo informatica erano considerati quasi sinonimi.

Dopodiché, appunto, la cibernetica si è un po’ diluita in altre discipline, come la robotica per esempio, la stessa intelligenza artificiale, e oggi il termine cibernetica sopravvive soprattutto nella denominazione di alcuni istituti, tra cui uno molto importante a Salerno, che era stato fondato da Eduardo Caianiello, un eminente fisico teorico e cibernetico italiano. Ma come disciplina in sé non è francamente più riconoscibile».

Nel 1958 il professor Caligo fu il primo a porre il problema della tutela del software in una memoria da lui presentata al Convegno internazionale sui problemi dell’automatismo del CNR. Si intitolava profeticamente “Problemi di collaborazione e tutela della proprietà intellettuale nella programmazione”. Ci può parlare dell’orientamento sul copyright dell’informatica italiana dei tempi pionieristici?

«Guardi, a parte questa anticipazione dovuta alla lungimiranza di Caligo, all’epoca francamente il problema non si poneva, per due motivi: il primo perché il software non era considerato un prodotto commerciale, tanto che tutti i costruttori di computer lo fornivano in pratica gratuitamente o meglio “compreso nel prezzo” a chi affittava o comprava un elaboratore della marca, vedi la stessa Olivetti, o IBM soprattutto e tutti gli altri. Quindi a quell’epoca francamente il problema non si poneva. Certamente c’era da arte degli autori di software una tendenza a considerarlo proprio un prodotto del lavoro intellettuale e quindi eventualmente dove si presentassero occasioni di sfruttamento commerciale di trarne i benefici del caso.

Dopodiché, circa dieci anni dopo questa sortita di Caligo, c’è stato un fatto importante. L’autorità antitrust americana ha costretto IBM e quindi tutti gli altri costruttori di elaboratori a considerare invece il software come un prodotto separato. Questo fatto va sotto il nome di "unbuddling", che vuol dire separazione proprio dell’hardware rispetto al software. Naturalmente questo, automaticamente, ha riacceso l’attenzione sul software come prodotto non solo intellettuale ma anche eventualmente industriale».

Come mai questa decisione dell’antitrust? C’erano stati dei precedenti?

«Diciamo che la ragione principale era appunto di “addolcire” in qualche modo, se non addirittura contrastare esplicitamente la posizione di monopolio della IBM, che appunto si basava in parte sull’efficienza dell’hardware, dei suoi computer, ma in gran parte anche sul successo del loro software, che era molto più attrattivo sul mercato rispetto alla situazione della concorrenza. Quindi il tutto si inquadra in queste azioni, in cui tra l’altro antitrust americana è stata molto attiva, molto incisiva sull’andamento dei mercati. In particolare in questo caso per il riconoscimento del software come un prodotto dell’ingegno del tutto diverso e separato e quindi commerciabile anche separatamente rispetto all’hardware».

Negli anni ’60 e ’70, nelle università, nelle banche e più in generale nello Stato c’era un buon numero di “cervelli elettronici”. Come mai anche qui in Italia non si è sviluppata parallelamente agli Stati Uniti una generazione di hacker, nel senso più nobile del termine? Oppure, questi hacker sono esistiti ma sono rimasti sconosciuti? O più semplicemente, non si sono mai sentiti tali? In definitiva, esiste una storia dimenticata degli hacker italiani?

«Io non ne farei una questione specifica dell’Italia ma in genere di tutta l’Europa. Con una parziale eccezione dell’Inghilterra, che qualche volta si considera europea e qualche volta no. Bisogna quindi tener conto di una tradizione molto forte negli Stati Uniti che risale alla metà dell’800, quindi alla seconda parte della rivoluzione industriale, in cui l’idea di inventore e imprenditore, vedi esempi famosi come Bell, che fra l’altro rubò il brevetto del telefono al povero Meucci, oppure Edison. E quindi questa abitudine, questo abito mentale di associare immediatamente l’invenzione che avesse qualche risultato applicativo allo struttamelo industriale e commerciale. Questo è un tipo di cultura che manca tutt’ora in grande misura nei paesi europei, in particolare in Italia».

Ma ci sono dei nomi che bisognerebbe a questo punto ricordare?

«Di hacker conosciuti francamente direi di no. Gli europei hanno dato degli importanti contributi allo sviluppo del software, e soprattutto in campo accademico teorico. Per esempio mi viene in mente da noi in Italia Corrado Böhm, ha dato importantissimi contributi per esempio all’ingegneria del software. Però, che mi venga in mente clamorosi casi anche resuscitati a posteriori non me ne vengono in mente. Tanto è vero che, a parte l’industria del software, però intesa in un modo particolare, cioè fornire software a clienti singoli per applicazioni molto molto speciali, è il caso di Finsiel per esempio in Italia è stato esemplare in questo senso.

Ma l’unica azienda europea che ha avuto da un decennio circa un grosso successo di mercato con la produzione di software è stata la SAP, che è tedesca. Se vuole, in qualche modo potrebbe essere assimilato anche ad una figura di hacker in senso positivo la figura di Berners-Lee che ha inventato il World Wide Web mentre lavorava al CERN di Ginevra. Però questo è tutt’altro che un contributo sconosciuto, visto che Berners-Lee è noto a tutti per questa sua invenzione del web».

L’Italia, con la Olivetti, ha toccato vertici inarrivabili nel calcolo meccanico. Macchine come la Divisumma, la Logos e la Tetractys sono delle pietre miliari dell’ingegneria meccanica. Ci sa dare qualche notizia di una delle ultime macchine elettromeccaniche prodotte dalla Olivetti, che si chiamava Contabile 25, al cui interno “vi erano microscopiche palline con cui si cercava di riprodurre il principio combinatorio del bit, o segnale elettrico”?

«Il primo tentativo di usare proprio meccanismi basati su palline che riproducevano l’aritmetica binaria o la logica binaria, quindi i bit, è dovuta allo scienziato, filosofo, matematico Leibniz, a cavallo tra ‘600 e ‘700.
Quello che lei mi cita è un progetto sperimentale che però non è mai arrivato alla fase commerciale e testimonia la disperata ricerca della tradizione meccanica della Olivetti molto fiorente ma destinata ad essere soppiantata in brevi anni dall’elettronica. I progettisti, infatti, vedevano il passaggio all’elettronica come un abbandono della tecnologia che aveva fatto il successo e la floridezza dell’Olivetti.

Ci sono altri esempi, come un progetto di calcolatrice meccanica tascabile che era capace, tra l’altro, solo di fare sottrazioni e addizioni, e che è stato un progetto che è abortito perché capitava proprio nel momento, diciamo nei primi anni ’70, in cui proprio le calcolatrici elettroniche tascabili erano capaci di ben altre prestazioni rispetto alla somma e alla sottrazione. Ciò metteva completamente fuori gioco e fuori discussione un’evoluzione con qualche possibilità di successo nella tecnologia meccanica».

Quindi, la Contabile 25?

«Niente, è stato un progetto che poi alla fine è stato abbandonato proprio perché non corrispondeva più allo stato dell’arte. L’evoluzione industriale ormai puntava tutte le carte sulla tecnologia elettronica. Aveva, tra l’altro, delle complicazioni strutturali e di funzionamento notevolissime».

L’informatica moderna è debitrice verso l’Olivetti e il “genio italiano”, ad esempio Perotto e Faggin, solo per citarne alcuni. Ci può spiegare come è successo che è finito tutto? Sembra essere andata come l’inabissamento di Atlantide. Come mai l’Italia e gli italiani non conservano una minima tradizione storica al riguardo?

«Lei ha fatto il nome di due personaggi molto importanti, Perotto e Faggin, però la loro storia è molto diversa. La storia di Perotto è stata completamente all’interno della Olivetti mentre invece quella di Faggin, che pure ha cominciato a lavorare prima in Olivetti e poi nella SGS, l’attuale STMicroelectronics, e poi è emigrato negli Stati Uniti con Fairchild prima, con la Intel dopo. All’Intel ha costruito il primo microprocessore all’inizio degli anni ’70. Invece il contributo di Perotto, altrettanto significativo è stato quello di costruire quello che si considera il primo personal computer, la famosa Olivetti 101, che ha avuto un successo enorme, particolarmente negli Stati Uniti.

Però Olivetti, che ancora si dibatteva in questo dilemma se valesse la pena di continuare a puntare il successo di prodotto e di progetto sulla tecnologia meccanica anziché abbandonarlo e dedicarsi decisamente all’elettronica. La P101 è un calcolatore a tutti gli effetti solo che aveva questa virtù miracolosa per l’epoca di essere un oggetto che stava su una scrivania anziché riempire stanzoni e consumare kilowatt di energia. Ma era un calcolatore a tutti gli effetti, programmabile. Solo che Olivetti non ha percepito la logica interna dello sviluppo elettronico che richiedeva almeno ogni due anni un rinnovamento di prodotto o un miglioramento significativo.

Infatti l’eredità della P101 tutto sommato è stata presa dalla HP, che peraltro ha pagato salatamene alcuni brevetti di Perotto proprio per la P101. Però, tutto sommato, viste queste incertezze di orientamento strategico dell’Olivetti sono stati altri che hanno portato avanti questa linea di successo, che poi con altre tecnologie è arrivata fino al personal computer vero e proprio agli inizi degli anni ’70, basati sul microprocessore, appunto».

E quindi come mai il declino dell’Olivetti?

«Ciò esula dalla storia dell’informatica e dalla logica dello sviluppo industriale, che è stato sempre più dominato dagli aspetti finanziari. Olivetti ha sofferto in diverse fasi proprio di una profonda crisi finanziaria che le ha in qualche modo tarpato le ali verso altri traguardi. Infatti la prima grave crisi è stata proprio quella che ha portato alla cessione della divisione elettronica Olivetti prima alla General Electrics poi alla Hanywell, questo succedeva nel ‘64/ ’65, e in Olivetti è rimasta solo una sparuta pattuglia, appunto il gruppo di progetto dell’ingegner Perotto che ha prodotto in maniera quasi di nascosto all’interno dell’Olivetti questo grande successo industriale. Che però appunto non è stato seguito da una strategia vera è propria.

E poi altre crisi finanziarie si sono verificate con l’ingresso di De Benedetti come maggior azionista, come “padrone”, della Olivetti. E poi, allo scadere del millennio un’altra crisi devastante per cui alcune testimonianze raccontano che non c’erano proprio i soldi in cassa per pagare gli stipendi e che si stavano per portare i libri in tribunale. E questo è legato al nome di Colaninno, il quale, divenuto a sua volta maggior azionista dell’Olivetti, ha puntato tutte le sue carte su una tecnologie emergente delle telefonia mobile e anche nella telefonia fissa, creando per esempio aziende come Vodafone.

Per cui ha dismesso in pratica tutte le attività industriali dell’Olivetti per dare la scalata a Telecom. E quindi diciamo che l’Olivetti industriale è sparita come entità visibile e addirittura proprio non è esistita più. Agli inizi del 2000, infatti, è stata proprio cancellata dal registro delle ditte. Peraltro, esiste ancora una Olivetti, che ha riesumato un piccolo filone specialistico della produzione Olivetti che è quello delle stampanti per computer, e si chiama Olivetti S.p.a., non più Ing. Camillo Olivetti & C. come era stato per quasi cento anni».

Ma, per capire bene, Olivetti era leader mondiale, Come è arrivata la prima crisi, perché è stata colpita?

«A causa dei meccanismi finanziari. In particolare, poi, tenga conto che gli azionisti della Olivetti erano i componenti della famiglia Olivetti. Allora, per quanto ben dotati, evidentemente, erano arrivati al punto di non poter sottoscrivere ulteriori aumenti di capitale. Il capitale sociale è un punto cruciale della salute di un’azienda, in particolare la proporzione tra volume d’affari e capitale sociale. La stessa elettronica, per esempio, gli elaboratori della serie Elea hanno avuto un grosso successo in Italia, però era ben chiaro che tutti gli investimenti non potevano essere enumerati se non con una diffusione mondiale, come l’IBM.

Questo perché rispetto alle produzioni tradizionali, che erano singole macchine che si vendevano pezzo per pezzo, appunto calcolatrici, macchine contabili, macchine da scrivere, qui si parlava di sistemi elettronici, quindi di una tecnologia molto più complessa, che richiedeva un rinnovamento proprio dei quadri commerciali. Il che è riuscito in Italia ma se proiettato all’estero avrebbe comportato un’altra serie di investimenti, con ritorni a lunga scadenza, e Olivetti non era proprio in grado di sostenere.

Da qui, l’ingresso nell’azionariato del cosiddetto gruppo di intervento, che erano banche, industrie, tra cui Medio Banca, Fiat, Pirelli ed altri, che hanno preso il controllo della società e per un certo tempo hanno insistito moltissimo, sbagliando evidentemente, sulla linea strategica che puntava sul mantenimento quasi esclusivo della tecnologia meccanica tradizionale».

Com’è lo stato della cultura informatica in Italia e quanto è penalizzante?

«Allora, certamente c’è un peso. D’altra parte, la semplicità d’uso dei computer attuali che nel pubblico si identificano col personal computer da tavolo o portatile, questo ha portato ad una grande diffusione dell’uso dei computer ma non della cultura informatica. Insomma, un computer si compra al supermercato, si legge, qualche volta, un manuale d’istruzioni ma meglio se si impara semplicemente provando a battere i tasti della tastiera.

Dal punto di vista, così, folcloristico, questo può essere una nota di colore però in effetti la macanza appunto di una solida cultura informatica impedisce che si vada al di là delle applicazioni banali, non solo in ambiente familiare, tipo la posta elettronica e le chat, ma anche nelle aziende e nelle organizzazioni statali la capacità di sfruttare al meglio gli investimenti di informatica, cioè comprare i computer, è un problema molto molto sentito. Tra l’altro AICA ha pubblicato degli studi molto approfonditi incentrati proprio sul cosiddetto costo dell’ignoranza. Quindi il problema esiste ed è ben visibile. Per i rimedi, invece, ci sono molte proposte ma di concreto poco si vede».

Ma perché, secondo lei, lo Stato non investe nell’informatica?

«Questo è un problema che si dovrebbero porre i governi e soprattutto gli elettori dei governi».



 
  pagine: uno

  archivio - contatti - gerenza