Dasvidania / n°297
Guerra tiepida
Guerra tiepida
  "È chiaro che stiamo assistendo ad una degenerazione nelle relazioni internazionali dalla quale l’Europa non ha che da perderci. Nel senso che se andiamo verso una situazione che, in qualche modo, rappresenta una riedizione dello scenario della Guerra Fredda con un confronto tra Nato e Russia in territorio europeo, dal punto di vista di europeo non abbiamo che da perderci" - Andrea Rossini (Osservatorio Caucaso)
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 

Per cercare di capire meglio i motivi scatenati del conflitto tra Georgia e Russia, e quali conseguenze potrebbero provocare nello scenario caucasico, Palamitonews ha fatto qualche domanda ad Andrea Rossini, giornalista di Osservatorio Balcani e Osservatorio Caucaso, “testata giornalistica che produce informazione ogni giorno on-line in forma gratuita sia sull’area balcanica, quindi sui Paesi dell’ex Iugoslavia più Albania, Romania e Turchia e da alcuni anni sull’area caucasica, quindi sui Paesi del Caucaso meridionale e sulle repubbliche russe del Caucaso settentrionale”, come ci spiega il nostro intervistato.

L’Osservatorio funziona anche come centro studi e centro ricerca nonché “organizzando convegni a livello italiano ed internazionale sulle tematiche della pace, della risoluzione non violenta dei conflitti e sulla memoria del ventesimo secolo in Europa”, continua a raccontarci Rossini.

Proprio perché profondi conoscitori del tema, chiediamo ad Andrea Rossini cosa non è stato mostrato o detto dai giornali italiani per la corretta comprensione del conflitto.

«Noi abbiamo cercato soprattutto di dare spazio ad analisi, a testi, come del resto facciamo per quanto riguarda i Balcani, che provenissero dalle regioni del conflitto, ai nostri corrispondenti dalla Georgia o dall’Armenia e a traduzioni dalla stampa russa. In generale, credo che specialmente in un primo momento la maggior parte dei media italiani abbia messo in luce la brutalità della reazione russa e il suo carattere senza dubbio sproporzionato, mettendo però in ombra quella che è stata la causa scatenante del conflitto, indipendentemente da provocazioni da parte separatiste o da parte russa che probabilmente ci sono state o possono esserci state.

Leggevo, infatti, questa mattina (18/09/2008, n.d.r.) che diversi media internazionali hanno diffuso le intercettazioni telefoniche che la Georgia ha lasciato filtrare in cui si dimostra che i russi stavano già muovendo le proprie truppe prima dell’attacco georgiano nei confronti di Tskhinvali.
Insomma, mi sembra che forse non è stata messa in luce, appunto, la causa principale dell’attacco e in generale l’incapacità della leadership georgiana di affrontare e di risolvere per via negoziale questa crisi, ma anzi la volontà di risolverla manu militari, che poi si è dimostrata un’opzione disastrosa per la Georgia. Insomma, è questa dimensione che è stata un po’ messa in secondo piano».

La Georgia rappresenta l'unico corridoio "alternativo" per gli oleodotti e i gasdotti in grado di rifornire di energia l'Europa. Quanto è sacrificabile l'integrità di una nazione e la sua popolazione se rappresenta una via strategica per l'energia?

«La Georgia rappresenta una via di transito importante per quanto riguarda i flussi energetici. In particolare, la Georgia rappresenta una spina nel fianco per la Russia nel senso che impedisce a Mosca di mantenere una posizione praticamente di monopolio nel far transitare gas e petrolio dal Mar Caspio verso l’Europa. C’è l’importante oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan che trasporta, appunto, petrolio e gas dal Caspio al Mar Nero attraverso Azerbaijan, Georgia e poi Turchia; ma ci sono anche molte altre reti significative che attraversano la Georgia come ad esempio Baku-Tbilisi-Erzurum, il Baku-Sup’sa: insomma, tutta la direttrice est-ovest georgiana è significativa. Grosso modo, l’1,4% della produzione mondiale di petrolio, quindi più di un milione di barili al giorno attraversa la Georgia.

Perciò, lo scenario energetico è certamente importante. Anche se io credo che in questa crisi lo scenario più importante sia quello del confronto tra la Russia e la Nato più che, appunto, la battaglia sul controllo dei flussi energetici, che è un elemento sicuramente importante ma forse non da sovradimensionare. In generale, io direi che c’è una fragilità europea sotto questo profilo che è stata più volte evidenziata ed affrontata anche dal Consiglio straordinario di Parigi del primo settembre scorso».

I georgiani da anni chiedono di essere considerati europei ed inseriti nel circuito euro mediterraneo e nella NATO. Questo mancato riconoscimento da parte dell'Europa ha fatto sì che la Georgia fosse trasformata in territorio di guerra. Secondo te, quali sono stati gli errori più gravi che ha commesso la UE nei confronti della situazione georgiana?

«Non sono molto d’accordo sul fatto che ci sia stata una consequenzialità diretta tra tutti questi fatti. Sicuramente, l’Unione Europea, ma come del resto la comunità internazionale più in generale, ha la responsabilità di non aver mediato e non essere intervenuta con un’azione efficace di diplomazia e di mediazione sui conflitti esistenti tra Georgia e separatisti osseti e abkhazi; ma più in generale, direi su tutti quei conflitti cosiddetti congelati che sono rimasti aperti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Nel Caucaso non ci sono solamente i conflitti dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud; ci sono anche quelli del Nagorno-Karabakh tra Armenia ed Azerbaijan e c’è anche, ad esempio, la situazione molto simile a quella osseta e abkhaza della Transnistria. Questi sono conflitti che originano negli anni direttamente successivi alla fine dell’Unione Sovietica. Ci son stati conflitti cruenti che poi, in qualche modo, sono stati composti con delle tregue, con delle situazioni che hanno garantito più o meno una qualche forma di stabilità interrotta da conflitti di bassa intensità in questi anni. Ma non sono state situazioni risolte. Questo è il motivo per cui, ad esempio, alcune settimane fa il conflitto tra Tbilisi e i separatisti osseti e abkhazi è così riesploso drammaticamente».
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Sembra che gli israeliani non vogliano più vendere armi alla Georgia, per evitare di inasprire i rapporti con la Russia che dal canto suo potrebbe vendere armamenti di ultima generazione all’Iran. Visto, quindi, il rapporto Russia-Cina-Iran, quali potrebbero essere le conseguenze a medio-lungo termine di questa crisi caucasica nei confronti del Medio Oriente?

«Il mondo non è più un mondo bipolare come era quello nel periodo della Guerra Fredda che ha attraversato tutta la seconda parte del Novecento. Nonostante diversi commentatori abbiano parlato, a seguito della guerra tra Russia e Georgia e delle prese di posizione che ci son state in campo occidentale, di una rinascita della Guerra Fredda, siamo di fronte ad un mondo cambiato, in cui non c’è più, appunto, il bipolarismo Mosca - Washington ma ci sono una pluralità di attori medi e grandi delle relazioni internazionali che naturalmente hanno trasformato appunto lo scenario delle relazioni internazionali. Naturalmente, la cosa più preoccupante che, ogni volta che questi conflitti addormentati riemergono alla luce, si scopre quanto profitto è stato realizzato attraverso la vendita di armi a questi Paesi che appunto utilizzano di fatto i lunghi periodi di tregua per armarsi e per cercare di risolvere manu militari le crisi».

La posizione dell'Italia oscilla tra l'integrità territoriale della Georgia e il no delle sanzioni verso la Russia. Inoltre, dopo l’entusiasmo dello scorso vertice UE a Parigi, che impegnava i ventisette a rafforzare i legami con l’Ucraina, arrivano le ultime dichiarazioni del Ministro degli Esteri Franco Frattini: ''Ci preoccupa la strada ucraina verso l'Europa'', a seguito del crollo della coalizione filo-occidentale che sosteneva il governo di Iushenko. Sulla base di ciò, quali saranno le conseguenze della solita “terza via” italiana?

«Diciamo che di fronte alla crisi caucasica l’Unione Europea ha agito in maniera efficace. E, grazie alla mediazione della presidenza di turno, che è quella francese, il tandem Sarkozy - Kouchner ha funzionato nel proporre un cessate il fuoco in sei punti che, praticamente, ha portato dopo qualche giorno alla fine delle ostilità. Naturalmente ancora si discute sulla effettiva realizzazione sul campo del cessate il fuoco e soprattutto delle modalità e della tempistica del ritiro delle truppe russe. Tuttavia, direi, che l’Unione Europea ha agito dimostrando una certa capacità di assumere una posizione tra le sue diverse componenti.

Lo stesso Consiglio straordinario del primo settembre scorso a Parigi tra i ventisette Paesi è riuscito ad arrivare ad una posizione unitaria di fronte alla crisi, condannando la spropositata reazione russa ma senza arrivare a proporre sanzioni che avrebbero in qualche modo incrinato la possibilità di mantenere il dialogo tra Bruxelles e Mosca. In tutto questo, la posizione italiana si è dimostrata più vicina alla Russia che non sicuramente quella espressa dai Paesi della cosiddetta Nuova Europa, da alcuni Paesi dell’Est ad esempio. Però, direi, che tutto sommato la Farnesina è rimasta all’interno di quella che era la posizione europea, per cui non vedo un grosso iato sotto questo profilo.

L’unico elemento di preoccupazione, per quanto riguarda la posizione europea, è dato dal fatto che l’Unione ha deciso di ricorrere non agli strumenti tipici della sua politica estera di sicurezza comune. Javier Solana è rimasto in silenzio per diversi giorni quando la crisi era in corso. L’iniziativa è stata assunta dalla Presidenza e poi dal Consiglio dei Capi di Stato e di Governo, e quindi non con quegli strumenti che qualificano l’Unione come un attore unitario nello scenario delle relazioni internazionali, che gli darebbe anche più autorevolezza, ma ricorrendo alla mediazione tra i ventisette. In questo caso la mediazione ha avuto successo, però certo ci sono sempre tendenze e interessi diversi tra i vari Paesi membri. Quindi questo potrebbe, anche in futuro, evidenziare alcune crepe».

I rapporti tra Mosca e la Nato continuano a non essere tra i più distesi. Sarah Palin, candidato vicepresidente al fianco di McCain pochi giorni fa dichiarava: "Ucraina e Georgia meritano di entrare nella Nato" (in maniera tale che gli Usa potrebbero legittimamente entrare in guerra con Mosca se quest’ultima si volesse concedere un bis). Intanto la Russia minaccia di puntare i propri missili contro obiettivi statunitensi sia in Polonia che in Repubblica Ceca. A destabilizzare ancora di più la situazione il fatto che il Presidente ucraino Viktor Yushenko non ha più la maggioranza in Parlamento. Alla luce di questi fatti, ci stiamo preparando ad un futuro di guerra nell'ex blocco sovietico?

«È chiaro che stiamo assistendo ad una degenerazione nelle relazioni internazionali dalla quale l’Europa non ha che da perderci. Nel senso che se andiamo verso una situazione che in qualche modo rappresenta una riedizione, appunto, dello scenario della Guerra Fredda con un confronto tra Nato e Russia in territorio europeo, dal punto di vista di europeo non abbiamo che da perderci.
È vero, ci sono segnali preoccupanti. Da un lato la riaffermata volontà da parte della Nato che si arrivi verso un rapido ingresso della Georgia nell’Organizzazione, e quando si dice Georgia si dice anche Ucraina perché i due Paesi sono stati trattati, in un certo senso, alla stessa maniera nel corso del vertice di Bucarest dell’aprile scorso.

La posizione radicale statunitense che era favorevole ad un ingresso immediato di Georgia e Ucraina nella Nato si è dovuta, come dire, comporre con la maggiore cautela di Francia e soprattutto Germania, arrivando quindi ad un documento conclusivo in cui da un lato si diceva che il futuro della Georgia e dell’Ucraina sono nella Nato, dall’altro che i due Paesi non venivano accolti subito e veniva lasciata indefinita, appunto, la data del loro ingresso. Recentemente il Segretario Generale dell’Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, è stato a Tbilisi con tutti gli ambasciatori dei ventisei paesi della Nato, ribadendo appunto il cammino georgiano verso l’Alleanza.

Queste, naturalmente, sono tutte mosse che non possono che fare infuriare Mosca che più volte ha dichiarato la propria assoluta contrarietà all’ingresso di Paesi parte dell’ex Unione Sovietica nell’Alleanza Atlantica. Lo scenario caucasico e quello ucraino sono particolarmente delicati perché c’è in gioco la possibilità di accesso da parte della Russia al Mar Nero e quindi ai mari caldi, che da sempre storicamente rappresentano un elemento non negoziabile della politica estera russa dato che, appunto, la Russia diventa una potenza mondiale nel momento in cui riesce ad accedere ai mari caldi.

In questo scenario di progressivo accerchiamento della Russia attraverso Paesi parte dell’Alleanza, le batterie antimissile in Repubblica Ceca e in Polonia non fanno che portare ad una degenerazione crescente delle relazioni internazionali, all’interno delle quali noi (europei, n.d.r) non abbiamo che da perderci. Anche perché sono tutte mosse che comportano mosse speculari da parte della Russia che vuole dimostrare la propria rinascita come grande potenza dopo le umiliazioni degli anni ’90, dell’era Yeltsin, per dire. E infatti, la Russia ha appena dichiarato forti investimenti in materia di armamenti che vanno appunto nella direzione di questa degenerazione di cui stiamo parlando».

Per maggiori informazioni:

- Osservatorio Caucaso
- Osservatorio Balcani
- Balcani Cooperazione


 
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