Dasvidania / n°297
Si vis pacem, para bellum
Si vis pacem, para bellum
  "La Russia sta risorgendo dalle ceneri dell’Urss anche grazie al controllo di una porzione consistente del mercato del gas e del petrolio da parte delle compagnie pubbliche" - Gabriele Natalizia (coordinatore geopolitica.info)
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 

Gabriele Natalizia è coordinatore di www.geopolitica.info , sito internet dedicato all’approfondimento di tutte quelle dinamiche di politica internazionale che spesso, nel web italiano, si riducono allo sterile racconto degli avvenimenti.

Come la fisica quantistica, invece, la politica internazionale è dominata dal concetto di sincronicità e cioè un evento, come quello della crisi georgiana scoppiata lo scorso agosto, è connesso non solo a fatti passati ma produrrà degli effetti futuri. Palamitonews cerca, con questa intervista a Gabriele Natalizia, anche giornalista e docente, di svelare, appunto, questi “principi di nessi acasuali”.

È opinione comune che le rivoluzioni colorate o floreali siano frutto di finanziatori statunitensi, così come la Rivoluzione delle Rose georgiana e la Rivoluzione Arancione ucraina. Sarah Palin, candidato vicepresidente al fianco di McCain sembra, poi, non avere dubbi: "Ucraina e Georgia meritano di entrare nella Nato", in maniera tale che gli Usa potrebbero legittimamente entrare in guerra con Mosca se quest’ultima si volesse concedere un bis. Nonostante questo, però, sembra, che la strategia geopolitica americana non stia dando i risultati sperati, in quanto il Presidente ucraino Viktor Iushenko non ha più la maggioranza in Parlamento e il Presidente della Georgia Mikhail Saakashvili è messo comunque sotto scacco dai russi. Quale sarà, quindi, la prossima mossa degli USA nella scacchiera dell’ex Unione Sovietica?

«La Casa Bianca ha visto di buon occhio le varie rivoluzioni “colorate” che si sono susseguite dagli anni Novanta ed è verosimile che le abbia appoggiate per quanto in suo potere: hanno costituito una garanzia in più contro il rischio di ritorno del nemico del periodo bipolare. Il network della Fondazione “Open Society” del magnate George Soros, in particolare, è stato certamente uno dei principali animatori di molti processi di regime change. Non è possibile, tuttavia, pensare che sia possibile fare e disfare il sistema politico di un paese di 45 milioni di abitanti come l’Ucraina senza che ci sia un humus culturale e sociale favorevole al cambiamento.

Soprattutto, in campagne elettorali trasformate in una sorta di referendum sulla volontà di restare sostanzialmente indipendenti dalla Russia o meno la probabilità di successo è maggiore. Tra gli elettori è ancora forte il ricordo della precarietà delle condizioni di vita del periodo sovietico che, inevitabilmente, fa volare il pensiero a Mosca. Al contrario, in un paese dalle dimensioni geografiche e demografiche molto più ridotte come la Georgia, la pressione esterna può acquisire un peso determinante. La strategia ha funzionato sino ad un anno fa, adesso sta mostrando le prime crepe. Ma è grazie ad essa che la Nato oggi arriva a lambire i confini della Russia in Europa nord orientale, e quindi una risposta della Russia prima o poi era nell’ordine delle cose».
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Sembra che gli israeliani non vogliano più vendere armi alla Georgia, per evitare di inasprire i rapporti con la Russia che dal canto suo potrebbe vendere armamenti di ultima generazione all’Iran. Visto, quindi, il rapporto Russia-Cina-Iran, quali potrebbero essere le conseguenze a medio-lungo termine di questa crisi caucasica nei confronti del Medio Oriente?

«Il ritiro delle truppe russe dal territorio georgiano con due giorni di anticipo rispetto quanto concordato con l’Unione Europea sembra un segnale di distensione. Che va nella stessa direzione della freddezza con cui è stata accolta la disponibilità del Presidente siriano Assad di installare batterie di missili terra-terra nel suo Paese che facciano da contrappeso a quelli statunitensi in Polonia. La Russia di oggi non è nella condizione di lanciarsi in avventure senza prospettive certe nel quadrante più instabile del globo. L’obiettivo delineato da Putin e raccolto da Medvedev è quello di recuperare il controllo, diretto o indiretto a seconda dei casi, sui territori che erano parte integrante dell’Urss. Nel medio termine gli Stati Uniti continueranno ad essere l’arbitro principale delle sorti del Vicino Oriente, una situazione che perdura dalla fine della guerra dello Yom Kippur.

L’unico antagonista plausibile è l’Iran ma deve scontrarsi con due gravi tare presenti nel suo Dna. È un Paese in cui il gruppo etnico più cospicuo è di ceppo indoeuropeo, parla fārsi ed è musulmano sciita. Si tratta di un triplice cleavage (etnico, culturale e religioso) che rende inverosimile l’ipotesi per cui le masse arabe possano essere sollevate da Teheran. Questa è una delle ragioni per cui il Presidente Ahmadinejad gioca ad un continuo rialzo contro Israele. Arabia Saudita ed Egitto, dal canto loro, non possono accettare un’eccessiva espansione della zona d’influenza della Repubblica degli Ayatollah».

La Georgia ha ammesso l’uso delle cluster bombs. La Russia continua a smentirne l’impiego, nonostante che l'organizzazione per la tutela dei diritti umani Human Rights Watch afferma di avere prove del contrario. Usare questo tipo di bombe ha militarmente e geopoliticamente non ha forse un significato preciso? È un po’ come lo spargimento di sale per antichi romani?

«L’uso di armi con effetti che si ripercuotono sulla popolazione è riscontrabile in tutti i conflitti degli ultimi quindici anni, quindi non credo sia un tratto caratterizzante di questa crisi, ma del modo di intendere i concetti di “guerra” e di “nemico” che si è sviluppato nel XX secolo. Mi spiego. Carl Schmitt sostiene che, a partire dalla Grande Guerra, queste due categorie abbiano assunto l’aspetto di “guerra totale” e “nemico assoluto”, a causa di un rinnovato modo di spiegare le realtà attraverso dei parametri mutuati da un certo tipo di religiosità (e non di religione) che erano scomparsi dopo la firma dei Trattati di Westfalia del 1648.

Questa prospettiva descrive l’arena internazionale come luogo di scontro tra le forze del Bene e quelle del Male: dalla “guerra in forma”, caratterizzata dallo ius ad bellum e dallo ius in bello, si passa alla “guerra totale”, che ripristina il concetto di iustum bello e iusta causa. Se la prima si svolgeva esclusivamente tra eserciti regolari secondo regole d’ingaggio e di scontro ben definite, la seconda implica l’utilizzo di tutti i mezzi a disposizione contro ogni bersaglio identificabile, inclusa i civili.

La guerra non risulta più lo strumento di confronto, una volta esauriti i mezzi della diplomazia, tra iusti hostes, ognuno portatore di valide ragioni e particolari interessi, ma il mezzo per punire le colpe di un avversario che si è macchiato del “crimine” di aver contestato lo status quo. Si tratta di una rivisitazione in salsa postmoderna delle guerre di religione, quando le torture inflitte sul corpo del singolo nemico (o dell’eretico) assolvevano la funzione di manifestare simbolicamente la volontà di mondare le colpe della sua intera comunità di appartenenza. L’utilizzo della tecnologia per ampliare gli effetti distruttivi delle armi determina un semplice colpo d’acceleratore su un percorso già intrapreso da quasi cento anni».

I georgiani da anni chiedono di essere considerati europei ed inseriti nel circuito euro mediterraneo e nella NATO. Questo mancato riconoscimento da parte dell'Europa ha fatto sì che la Georgia fosse trasformata in territorio di guerra. Secondo te, quali sono stati gli errori più gravi che ha commesso la UE nei confronti della situazione georgiana?

«Credo che la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per il precipitare degli eventi in Georgia sia ravvisabile nel riconoscimento da parte di un gruppo qualitativamente importante di Stati (su tutti: Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone, Turchia e ventuno paesi membri della Ue), dell’indipendenza dichiarata dal Kosovo lo scorso 17 febbraio. Senza questo precedente, Mosca non avrebbe potuto né giustificare le sue mosse sul campo, né riconoscere ufficialmente la secessione di Ossezia del Sud ed Abkhazia.

Si tratta degli effetti non desiderati del sostegno che l’Occidente ha spesso accordato ai movimenti etnicisti e regionalisti per mettere in crisi i suoi avversari sullo scacchiere internazionale. Ma si tratta di un’arma a doppio taglio, alla stregua del supporto fornito negli anni Ottanta e in parte degli anni Novanta al radicalismo islamico, in nome del principio secondo cui “il nemico del mio nemico è mio amico”.

Fatta questa premessa, penso che ad innescare la miccia non sia stata la mancata integrazione della Georgia all’interno della Nato, ma la stessa possibilità di farlo paventata nel vertice di Bucarest dello scorso aprile. Se la Russia ha potuto ingoiare il rospo di un’Europa orientale ormai sfuggitale di mano, per una questione di sicurezza nazionale non può accettare di vedere integrate in un’alleanza militare potenzialmente ostile quelle zone che hanno storicamente fatto parte prima dell’impero zarista e poi dell’Unione Sovietica. Non a caso la Germania, che aveva fiutato il pericolo, si era schierata in modo decisamente contrario alla richiesta avanzata da Tbilisi e da Kiev».


 
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