Dasvidania / n°297
Qualcosa è cambiato
L'argent fait la guerre
  "Questi presupposti storici tuttavia non esauriscono le vere ragioni del recente conflitto, ragioni che non sono state mai chiarite sulla stampa italiana. I giornalisti italiani, oltre a dar prova di una ignoranza della storia delle terre di cui scrivevano, non si sono preoccupati di capire che i veri protagonisti del conflitto non erano né i georgiani né gli osseti o i russi ma operatori economici accomunati dagli stessi interessi" - Professor Gaga Shurgaia (filologo e linguista, docente alla Ca' Foscari di Venezia)
di Paola Marras / foto tratta da growabrain.typepad.com
 

Si è detto di tutto e il contrario di tutto riguardo al conflitto, scoppiato lo scorso agosto, tra Georgia, Russia, Ossezia del Sud e Abkhazia. Ciò che forse è più mancato è stato il punto di vista dei diretti interessati. Per questo motivo, Palamitonews ha intervistato il professor Gaga Shurgaia, docente alla Ca' Foscari di Venezia e georgiano, per osservare da una prospettiva più vicina i motivi e le ripercussioni di un'ostilità con radici profonde.

Professor Shurgaia, Lei è uno storico ed è georgiano. Ci può raccontare quali sono le radici storiche di questo conflitto e quindi i motivi veri di questa guerra? Che cosa non è stato mostrato o detto dai giornali italiani per la corretta comprensione dei conflitto?

«Sono filologo e linguista, non storico, sebbene spesso mi sia occupato anche di storia. Georgiano lo sono senz'altro ma non è necessario esserlo per capire che il conflitto affonda le radici nel passato, malgrado oggi abbia assunto connotazioni ben diverse. Inoltre non si tratta del conflitto osseto-georgiano o abcaso-georgiano, bensì russo-georgiano, sebbene esso abbia coinvolto prima la Regione Autonoma dell'Ossezia del Sud e poi abbia interessato anche la Repubblica Autonoma di Abcasia, entrambe facenti parte de iure della Georgia.

Va premesso che i territori in questione erano stati parti integranti del regno georgiano che aveva una storia plurisecolare prima che la Russia dello zar Alessandro I la annettesse nel 1801. Anche durante l'occupazione zarista entrambi erano inclusi nelle due unità amministrativo-territoriali georgiane: rispettivamente, nel governatorato di Tbilisi e nel governatorato di Kutaisi.

Gli osseti rappresentano una popolazione iranica, indoeuropea, dunque, distinta dai georgiani che è un popolo ibero-caucasico. Parlano una lingua appartenente a una famiglia linguistica diversa. La loro patria, l'Ossezia, l'attuale “Ossezia del Nord”, situata sul versante settentrionale del Caucaso, all'interno della Federazione russa, è l'unica Ossezia mai esistita sulla faccia della terra. Una parte considerevole dell'Ossezia si trovava sotto la giurisdizione dei re georgiani fino all'inizio del XVIII secolo. A questo influsso si deve, ad esempio, la cristianizzazione della sua stragrande maggioranza. Nella seconda metà del XVIII secolo, a causa del crescendo dei massacri subiti nelle steppe del Caucaso da parte dei cabardi, popolo ibero-caucasico, gli osseti furono costretti a cercare la salvezza sul versante meridionale del Caucaso, grosso modo nel territorio noto oggi come “Ossezia del Sud” ma che ab origine fino al 1922 si chiamava Kartli interna. Una parte dei profughi veniva temporaneamente integrata nelle strutture feudali, l'altra invece si stabiliva nei boschi, sopravvivendo con il saccheggio a danno della popolazione georgiana. Annessa la Georgia all'impero russo nel 1801, mezzo secolo dopo lo zarismo promosse la migrazione degli osseti dall'Ossezia (alias “Ossezia del Nord”) in tutto il territorio georgiano, mirando con ciò a indebolire al suo interno la nazione ritenuta pericolosa per l'unità dell'impero. Eppure, lo status degli osseti, profughi accolti temporaneamente, non cambiò né durante lo zarismo né dopo la fondazione, nel 1918, della Repubblica Democratica di Georgia, nella quale gli osseti cominciarono a sollevarsi per far valere quelli che essi ritenevano i loro diritti. La Russia sovietica che aspirava ad inglobare la Georgia nel nuovo Stato socialista, nel febbraio 1921, appoggiò quella che fu apostrofata dagli storici come “rivolta degli osseti rossi” e invase la Georgia. Per i servigi resi, il 20 aprile 1922 fu sancita la creazione della Regione Autonoma dell'Ossezia del Sud con la capitale Cxinvali, dove abitavano 4.543 persone, tra cui solo 613 erano osseti.

Il volume in georgiano e inglese di un noto demografo georgiano Anzor Totadze The Ossets in Georgia: Myth and Reality (Tbilisi 2008), oltre a demolire le recenti teorie fantascientifiche sulla presenza degli osseti sul territorio georgiano, esamina ricche fonti statistiche russe, rilevando come la Russia sovietica avesse affinato la prassi politica collaudata dallo zarismo: il 1921 segnò infatti l'inizio della migrazione massiccia degli osseti dall'Ossezia (cioè, quella del Nord), perché l'elemento osseto rafforzato nel cuore della Georgia sarebbe diventata una bomba ad orologeria. Così è stato puntualmente tutte e due le volte nel XX secolo, quando la Georgia ha voluto rivendicare la propria indipendenza. Per la prima volta, come già detto, negli anni venti, per la seconda invece quando, dopo la disintegrazione dell'Unione Sovietica nel 1991, malgrado gli osseti non avessero subito alcuna discriminazione culturale in Georgia (mentre in Ossezia del Nord non esisteva neanche una scuola in osseto, in Georgia ne funzionavano 98!), questi reagirono negativamente di fronte alla proclamata indipendenza della Georgia e si proclamarono, a loro volta, indipendenti. I tentativi di Tbilisi di ristabilire la propria giurisdizione effettiva nella regione sfociò in ostilità osseto-georgiane che eliminò in gran parte la presenza georgiana sul territorio. Nella neonata “repubblica” indipendente, la Russia assunse il ruolo di mediatrice ma, tradendo il mandato affidatole, anziché cercare di diminuire la tensione tra gli osseti e i georgiani, fece di tutto per fomentarla, scavalcando ogni buon senso imposto dal diritto internazionale: sostenne la sopravvivenza del regime indipendentista con lauti sussidi, fornendo armi, distribuendo tra “gli osseti del sud” i passaporti russi, procedendo con ciò a una annessione occulta dell'”Ossezia del Sud” (durante gli avvenimenti di agosto la stessa Russia si sarebbe servita di questa realtà per giustificare l'invio delle colonne corazzate con il pretesto di accorrere in difesa dei “suoi” cittadini osseti!).

Durante il conflitto è emersa un'altra autonomia ribelle della Georgia: la Repubblica Autonoma di Abcasia, la cui storia differisce da quella dell'”Ossezia del Sud”. Originariamente “Abcasia” era nome di una regione nord-occidentale della Georgia, ma dal 780 circa al 978 designava uno Stato georgiano indipendente che, pur avendo inglobato tutta la Georgia occidentale, fu detto “degli abcasi” (o “di Colchide e di Abcasia”) a cagione del ruolo rivestito dal principato abcaso nella sua formazione. Nel 978 divenne parte del regno unificato della Georgia. La sua popolazione era costituita da genti georgiane: mingreli, svani, karti e abcasi. La lingua ufficiale era il georgiano, la capitale l'odierna città di Kutaisi in Georgia. Gli abcasi rappresentavano una popolazione georgiana che parlava il georgiano con varianti locali e di religione era cristiano-ortodossa, come il resto della Georgia.

Nel XVII secolo, quando la Georgia divisa al suo interno lottava per la sua sopravvivenza fisica contro l'impero ottomano e la Persia, nelle sue province nord-occidentali, grosso modo nelle regioni settentrionali dell'attuale Abcasia, dal Caucaso settentrionale si spostò la tribù degli apsua, i cui antenati nell'XI secolo si erano stabiliti nelle pianure del Kuban’ e sul litorale del Mar d'Azov. Gli apsua, in maggioranza musulmano-sunniti o pagani, man mano assimilarono gli strati bassi degli abcasi, di cui assunsero il nome che tuttora portano. Gli apsua, ossia coloro che oggi da tutti gli altri – fuorché da loro stessi che continuano a dirsi apsua – vengono chiamati “abcasi”, anche linguisticamente erano e tuttora sono diversi dai georgiani. Parlano infatti non il georgiano, ma l'abcaso, una lingua imparentata, tuttavia nettamente distinta dal georgiano (per capirsi, come islandese e neo-greco). Eppure alla lingua parlata dagli apsua fu dato il nome di «abcaso» nel XIX secolo, perché gli apsua ormai venivano comunemente chiamati “abcasi”.

Nell'Ottocento, perseguendo la politica del divide et impera, lo zarismo “protesse” gli “abcasi” (cioè gli apsua), sancendo la loro identità con i veri abcasi. Allo stesso scopo, fino alla definitiva conquista delle regioni montuose del Caucaso, lo zarismo mantenne le autonomie interne dei principati della Georgia occidentale: la Mingrelia, la Svaneti e l'Abcasia, ma una volta garantito il pieno controllo sul territorio, procedette, dal 1857 al 1864, alla loro abolizione. Tutte e tre furono inglobate nel governatorato di Kutaisi, unità amministrativo-territoriale che sorgeva nell'impero sulle rovine del regno della Georgia occidentale.

Negli anni 1918-1921, quando la Repubblica Democratica di Georgia, emancipata dall'impero russo, affrontava non solo l'aggressione turca, ma anche le rivolte organizzate sul suo territorio dalla longa manus della Russia sovietica, ossia dal bureau del Caucaso del partito Comunista (bolscevico) russo, l'Abcasia è stata sempre una provincia georgiana, salvo un solo mese (dall'8 aprile al 17 maggio 1918), durante il quale il comitato rivoluzionario militare bolscevico riuscì a separarla dal resto della Georgia. Con l'accordo dell'8 giugno 1918 l'Abcasia entrò nella Repubblica Democratica di Georgia come una unità autonoma e questa decisione fu confermata sia dal Consiglio Popolare della regione abcasa il 20 marzo 1919 sia dalla sua Assemblea costituente il 21 febbraio 1921, ossia quattro giorni prima che la Georgia fosse occupata dalle truppe russe. Caduta Tbilisi il 25 febbraio 1921, il potere bolscevico raggiunse la città di Soxumi il 4 marzo 1921, giorno che è ufficialmente considerato data della sovietizzazione dell'Abcasia. Il 23 marzo dello stesso anno, fu sancita la creazione della Repubblica Socialista Sovietica di Abcasia e il 21 maggio 1921 il Comitato rivoluzionario della Georgia riconobbe la sua indipendenza. Sette mesi dopo, il 16 dicembre a Tbilisi fu concluso un accordo tra la Repubblica Socialista Sovietica di Georgia e quella di Abcasia, con il quale l'Abcasia entrava a far parte della Georgia. Il 13 dicembre 1922, quando la Georgia, l'Armenia e l'Azerbaigian formarono la Repubblica Socialista Sovietica Federata Transcaucasica, l'Abcasia vi entrò non come soggetto giuridico bensì come unità territoriale della Georgia. Di conseguenza, le scelte importanti in campo politico, economico, culturale spettavano a Tbilisi, quelle locali invece alla dirigenza di Soxumi. Nel 1930 il Congresso dei soviet e il Comitato Centrale Esecutivo di Abcasia semplificarono l'organizzazione statale della regione, cambiando il suo status da repubblica unita alla Georgia in virtù di uno speciale trattato di alleanza a repubblica autonoma. In base a questa decisione, il 19 febbraio 1931, il VI Congresso dei soviet della Georgia la riconobbe come Repubblica Socialista Sovietica Autonoma, sempre all'interno della Georgia. Dallo scioglimento della Repubblica Socialista Sovietica Federata Transcaucasica, il 5 dicembre 1936, nelle Repubbliche Socialiste Sovietiche di Georgia, di Armenia e di Azerbaigian, fino alla disintegrazione dell'Unione Sovietica nel 1991, per tutto questo periodo l'Abcasia ebbe questo stesso status di repubblica autonoma nella RSS di Georgia.

Oltre alla Repubblica di Abcasia e alla Regione dell'Ossezia del Sud, il 16 luglio 1921 nella Georgia sovietica fu creata la terza autonomia: la Repubblica Autonoma di Ač’ara. In più, come già ricordato, la Georgia dovette entrare nella Repubblica Socialista Sovietica Federata Transcaucasica, nella quale le repubbliche federate venivano private della loro sovranità a favore dell'unità del nuovo Stato socialista. In questa circostanze la Georgia usciva gravemente penalizzata: priva della propria sovranità e indebolita dalle divisioni interne, si vedeva ridimensionata in maniera significativa, perché aveva dovuto cedere notevoli territori – 15 853 kmq con 294 257 abitanti – alle repubbliche vicine. La situazione era talmente grave che persino il partito Comunista (bolscevico) della Georgia reagì negativamente: dal 16 agosto 1921 fino alla propria dimissione il 22 ottobre 1922 il suo Comitato Centrale combatté una disperata battaglia contro l'establishment del partito Comunista (bolscevico) russo, in particolare, contro Stalin e Sergo Orjonik’idze che con questa riforma minavano le basi di una eventuale rivendicazione statale della loro patria ribelle.

Fu così che, nella Georgia sovietica, e concretamente in Abcasia, la vecchia politica zarista trovò due precise soluzioni. La prima fu, come dicevo, la creazione dell'autonomia dell'Abcasia, la seconda invece fu la promozione della teoria politica che proclamava l'identità degli abcasi storici (di fede cristiano-ortodossi, di lingua georgiana) con gli attuali “abcasi” (cioè gli apsua, in parte pagani, in parte musulmani sunniti, parlanti una lingua diversa da quella degli antichi abcasi), teoria che ha fatto la fortuna di molti “specialisti” di storia abcasa, i quali hanno dato alle stampe volumi e volumi che ci rivelano finalmente che tutti i re georgiani in realtà non erano georgiani come avevamo creduto per una ventina di secoli, bensì “abcasi”, cioè apsua.

Nelle ricerche del succitato Anzor Totadze La popolazione dell'Abcasia (storia e situazione attuale) (Tbilisi 1995) e La popolazione della Georgia tra il II e il III millennio (Tbilisi 1999) emerge che gli “abcasi” furono minoranza nella regione per tutto il XIX e XX secolo. È sufficiente citare due soli dati: nel 1886 nella città di Soxumi abitavano tre “abcasi”, nella Repubblica Autonoma di Abcasia nel 1989 c'erano 239 872 georgiani (45,7%), 93 267 “abcasi” (17,8%), 76 541 armeni (14,6%), 74.914 russi (14,3%), 14.664 greci (2,8%) e 25.803 di altre etnie (4,9%). Dal 1926 in poi se nella Repubblica Autonoma di Abcasia non fosse nato neanche un georgiano, nel 1979 gli “abcasi”, da 17,1% della popolazione quali erano, sarebbero diventati solo il 24,4%; oppure se nel 1989 nella Repubblica Autonoma non si fosse trovato neanche un georgiano, gli “abcasi” non sarebbero stati che il 32% dell'intera popolazione.

La propaganda russa ha parlato della presunta oppressione degli «abcasi» nella Georgia sovietica, nascondendo, però, che l' “Abcasia” fu l'unica repubblica autonoma in tutta l'Unione Sovietica ad avere il proprio idioma come lingua ufficiale. La Russia che sosteneva, naturalmente, il diritto degli “abcasi” all'autodeterminazione, si guardava bene dall'avere una sola scuola nelle lingue nazionali nel Caucaso settentrionale. Nella Repubblica Autonoma di Abcasia invece nel 1976-1977 funzionavano 25 scuole in abcaso, mentre nel 1989-1990 ne funzionavano 73.

Anche gli “abcasi” furono ostili all'indipendenza della Georgia. Nel 1992 la fazione secessionista si installò a Gudauta e scatenò una guerra etnica, condotta con la spudorata regia dalla Federazione russa e caratterizzata da particolare barbarie degli “abcasi” che massacravano, torturavano la popolazione civile, stuprando le donne davanti ai loro familiari, decapitavano le persone o le ferivano per bere il loro sangue (sic!). Nel massacro finale di Soxumi nel settembre 1993, 15 mila civili georgiani persero la vita, oltre 200 mila georgiani cercarono di salvarsi con la fuga, ma molti di loro morirono di stenti nelle alte montagne del Caucaso. Nel maggio 1994 con l'intervento dell'ONU a Mosca fu firmato un accordo sul cessate il fuoco e venne concesso alle truppe russe il mandato di forze di interposizione nella Repubblica “abcasa” che nel frattempo si era dichiarata indipendente. Ma la Russia anche questa volta tradì la sua missione. Seguendo con preoccupazione l'influsso sempre più crescente degli USA nel Caucaso, incoraggiò in tutti i modi le forze centrifughe della Georgia, con il chiaro scopo di indebolirla.

Fu così che la Russia avviò rapporti diretti con le due “repubbliche”, baipassando la Georgia, promuovendo con loro una cooperazione in campo economico, commerciale, sociale e scientifico-culturale. Questa politica portò al riconoscimento naturale, da parte della Russia, dei due “Stati”: quello di “Abcasia”, di estensione di 8.700 kmq, e quello di “Ossezia del Sud”, di estensione di 3 800 kmq.

Questi presupposti storici tuttavia non esauriscono le vere ragioni del recente conflitto, ragioni che non sono state mai chiarite sulla stampa italiana. I giornalisti italiani, oltre a dar prova di una ignoranza della storia delle terre di cui scrivevano, non si sono preoccupati di capire che i veri protagonisti del conflitto non erano né i georgiani né gli osseti o i russi ma operatori economici accomunati dagli stessi interessi. Non hanno fatto neanche un accenno al fatto che le valutazioni geopolitiche in ballo erano le stesse da entrambe le parti. Non hanno rappresentato, in tutte le sue dimensioni, la tragedia umanitaria ed ecologica che si è creata. Inoltre, persino i corrispondenti che da anni operano nelle zone russofone talmente storpiavano i nomi che non si riusciva a capire di chi o di che cosa stessero parlando. Con ciò i Suoi colleghi hanno dimostrato non solo di non essere in grado neanche di leggere in cirillico (?!), ma hanno anche tradito il codice etico professionale, a proposito del quale Tiziano Terzani diceva testualmente: «[...] se è vero che, col giornale di ieri, oggi ci si avvolge il pesce, è altrettanto vero che il giornalismo è alla base della storia. Questa è una responsabilità che ho sempre sentito. Di qui l'attenzione ai dettagli, il tentativo di essere preciso nei fatti, nelle cifre, nei nomi. Se i tasselli di un particolare avvenimento di cui si è stati testimoni non sono esatti, come potrà esserlo il mosaico della storia che qualcuno poi ricostruirà con quei pezzi?». Proprio per loro, il collega Luigi Magarotto, ordinario di Lingua e letteratura russa all'Università Ca’ Foscari di Venezia, ed il sottoscritto hanno preparato una nota sulle ragioni storiche e sulla valutazione politica del conflitto. Il lettore interessato può leggerla nel prossimo numero della rivista “Studium”».

 
  pagine: uno - due - tre