Dasvidania / n°297
Tutto accade per Caucaso
Tutto accade per Caucaso
  "La Russia odierna non è più il Paese in crisi politica-economica che era negli anni ’90 e che la rendeva estremamente vulnerabile. È un Paese che si sente forte anche di sfidare, come ha fatto nel caso della Georgia, l’Occidente, la Nato, gli Stati Uniti" - Prof. Aldo Ferrari (docente all'Università Ca' Foscari di Venezia)
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 

Palamitonews intervista il professor Aldo Ferrari, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia nonché autore de “Il Caucaso. Popoli e conflitti di una frontiera europea” (Edizioni Lavoro, 2005) e “Breve storia del Caucaso” (Carocci Editore, 2007), per conoscere meglio un’area che non ha solamente una grande rilevanza geopolitica e strategica ma anche una complessa dimensione storica e culturale.

Professor Ferrari , come spiegherebbe il Caucaso agli italiani? Quali potrebbero essere i concetti chiave per raccontare questa immensa regione alle giovani generazioni?

«Per quanto sia poco conosciuto, il Caucaso può essere considerato l’estremo confine dell’Europa. Sin dall’antichità greco-latina è stata considerata l’ultima parte dell’Europa; ci sono tanti riferimenti dell’antichità classica, come il vello d’oro di Giasone oppure al Titano Prometeo incatenato nel Caucaso. È una regione già nota in Europa sin dall’antichità. Poi è una regione di confine, lì finisce l’Europa e comincia l’Asia e proprio questo essere confine è la caratteristica principale del Caucaso. Un confine particolare, diciamo che se a sud abbiamo l’Asia, però abbiamo anche i grandi regni e le grandi civiltà del vicino Oriente, a nord abbiamo avuto per millenni essenzialmente popolazioni nomadi delle steppe euroasiatiche. Quindi, il Caucaso è stato molto a lungo essenzialmente un confine geografico ma anche storico culturale».

Ci può raccontare i conflitti e le tensioni ancora aperti nella regione e quali le radici storiche che li hanno alimentati?

«Il Caucaso è una regione molto antica e anche di grande complessità. Gli arabi la chiamavano la montagna delle lingue perché si parlano decine e decine di lingue che sono decine di popolazioni. Ci sono diverse religioni, cristianesimo, islam, ebraismo. C’è veramente un poco di tutto. Però i conflitti che ora si registrano nel Caucaso non hanno radici, a mio giudizio, così antiche. Non è vero quello che si legge spesso nella stampa non specializzata che si tratti di regioni da sempre conflittuali in cui si è sempre combattuto. In realtà i conflitti odierni nascono essenzialmente da due fatti.

In epoca sovietica si è creato una serie di piccole regioni autonome all’interno della Federazione Russa e all’interno della Georgia e dell’Azerbaijan. Sono piccole regioni abitate da minoranze etniche. Pensiamo ai casi più noti: ai ceceni all’interno della Federazione Russa oppure agli abkhati e agli osseti all’interno della Georgia, o agli armeni dell’ Karabakh all’interno dell’ Azerbaijan. Con la fine dell’URSS, queste entità autonome, queste minoranze nazionali hanno chiesto l’indipendenza; i ceceni dalla Russia, Abkhazia e Ossezia del Sud dalla Georgia e gli armeni dall’Azerbaijan. E sono scoppiati dei conflitti, che noi possiamo chiamare etno-territoriali perché riguardano delle etnie e dei territori ma al tempo stesso, e forse questa è la chiave di lettura più importante, questi conflitti etno-territoriali, queste rivendicazioni nazionali di queste popolazioni sono state sfruttate dalle grandi potenze che si contendono il dominio geopolitico della regione. Le grandi potenze in questione sono essenzialmente la Russia e gli Stati Uniti. La Russia che ha posizioni antiche nell’area e gli Stati Uniti che premono per portare anche questa regione sotto il loro controllo».

In che senso il Caucaso è una frontiera europea, non solo geograficamente, e quali influenze e interazioni ci sono state tra questa regione e l’Europa nel corso dei secoli?

«Si tratta di una regione dalla storia antichissima, quindi sin dall’epoca greco-romana i contatti culturali sono stati fecondi, importanti per alcuni periodi e per alcune regioni del Caucaso, in particolare la Georgia e l’Armenia hanno anche fatto parte dell’Impero Romano. È un discorso molto lungo. Tenga presente che parte di queste regioni sono cristiane, in particolare la Georgia e l’Armenia. I contatti sono stati molto importanti per millenni. Di recente, tuttavia, e forse è una cosa che interessa di più nell’ambito di una prospettiva essenzialmente politica, l’Unione Europea ha rinvigorito queste antiche relazioni inserendo le tre repubbliche del Caucaso, che vale a dire Georgia, Armenia e Azerbaijan, all’interno della cosiddetta politica europea di vicinato. Che non è esattamente un primo passo verso l’ingresso nell’Unione Europea ma costruisce senz’altro un segnale importante di interesse politico, culturale ed economico da parte dell’UE nei confronti di questa regione».

Ci può raccontare quali sono le radici storiche del conflitto georgiano scoppiato l’agosto scorso per capire meglio i motivi veri di questa guerra?

«Bisogna un po’ partire in parte da quanto io le ho appena detto, e cioè che in epoca sovietica sono state create queste regioni o repubbliche autonome all’interno della varie repubbliche federali. All’interno della Georgia sono state create l’Adjara, che però non ha dato particolari problemi, l’Abkhazia e l’Ossezia che si sono proclamate indipendenti al momento della fine dell’URSS e sostanzialmente sono riuscite e divenire indipendenti de facto anche se non
de iure con l’appoggio della Russia. Perché la Russia appoggiò queste repubbliche? Perché dopo la fine dell’URSS la Georgia volle subito distaccarsi quanto più possibile dal controllo di Mosca. Allora Mosca ritenne suo interesse appoggiare le rivendicazioni di queste minoranze etniche, abkhati e osseti, giocandole contro Tbilisi, contro la Georgia. Il conflitto vide il successo di queste entità secessioniste grazie soprattutto all’appoggio russo, questo già nel 1992/1993. Da allora, in queste regioni così come nell’alto Karabakh, conteso tra armeni e azeri, ci sono stati dei conflitti non risolti ma diciamo congelati. Nel senso che la comunità internazionale non ha mai accettato l’indipendenza
de facto
di queste entità, ma senza riuscire a riportarle sotto il controllo di Georgia ed Azerbaijan.

La Georgia, dopo la cosiddetta Rivoluzione delle Rose del 2003 che ha portato al potere l’odierno presidente Saakašvili, nettamente filo occidentale e molto appoggiato soprattutto dagli Stati Uniti, si è sentita sufficientemente forte nel tentare di riprendere il controllo di queste regioni. Ed è stato quello che è avvenuto essenzialmente ad agosto. Io mi rendo conto, dicendo questo, di andare un po’ contro la rappresentazione più diffusa che c’è stata di questa guerra, ma credo che ci siano pochi dubbi sul fatto che siano stati i georgiani a iniziare il conflitto attaccando la notte dell’8 agosto l’Ossezia meridionale e poi subendo la reazione russa».

Come ci ricordava, nel 1922 le truppe sovietiche incorporano la Georgia all’Unione Sovietica. In seguito alla perestrojka, nel 1991 la Georgia dichiara la propria indipendenza e cominciano i conflitti con i separatisti nelle regioni dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, autoproclamatesi indipendenti. Nel 2003 c’è la Rivoluzione delle Rose, che ha portato al potere il presidente Mikheil Saakašvili, provocando un ulteriore allontanamento politico da Mosca, anche perché è ormai opinione comune che le cosiddette rivoluzioni colorate siano frutto di finanziatori statunitensi. Ora la Georgia è di nuovo alle prese con la Russia.
Prima l’URSS, poi gli USA, ora si nuovo Mosca. La Georgia riuscirà mai ad essere padrona del proprio destino?

«È una domanda difficile. La Georgia è un Paese antichissimo, bellissimo, di grande cultura ma è un Paese militarmente e politicamente debole. Padrona del proprio futuro in parte lo è già. È comunque indipendente, può eleggersi i propri governanti ma evidentemente tutto questo avviene all’interno di giochi geopolitici più grandi della stessa Georgia. Cosa che, peraltro, avviene anche tra Paesi ben più grandi. È difficile dire che esistono Paesi totalmente liberi dai condizionamenti geopolitici, soprattutto rispetto alle grandi potenze.

Da questo punto di vista la Georgia può sicuramente tentare di allontanarsi il più possibile da Mosca, me è un gioco molto rischioso e non del tutto vantaggioso. Per esempio, dal punto di vista economico la Russia, lo è stata per ventenni e lo poteva essere tutt’ora, il principale mercato della produzione agricola georgiana. La crisi tra la Russia e Georgia ha rovinato l’agricoltura georgiana. Io credo che sarebbe opportuno che la Georgia, pur mantenendo il suo legittimo orientamento filo occidentale, fosse più equilibrata e meno anti russa in quanto ha mostrato in questo periodo. Ma è un’opinione naturalmente del tutto personale. È evidente che un Paese può scegliere la politica che preferisce. Il problema è che la politica portata avanti soprattutto dal Presidente Saakašvili rischiosa e che sostanzialmente la vede sconfitta».

Ci può parlare delle radici storiche alla base della volontà separatista dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud?

«Queste regioni, già dall’epoca sovietica, godevano di autonomia amministrativa e culturali e politiche che la Georgia indipendente ha cercato di sopprimere. Perché la Georgia indipendente è dominata da un fortissimo nazionalismo che vede molto di mal’occhio le autonomie regionali di queste popolazioni e di altre presenti all’interno della Georgia.

Di fronte alla minaccia georgiana di sopprimere la loro autonomia, abkhati e osseti hanno preso le armi e si sono opposti. È una situazione di questo tipo. Non vuol dire che Abkhazia e Ossezia abbiano tutte le ragioni di questa contrapposizione. Quello che intendo dire è che andrebbero ascoltate anche le ragioni di abkhati e osseti e non solo quelle dei georgiani. All’interno di questo conflitto le parti presenti sono diverse, non solo i russi e i georgiani ma ci sono anche gli abkhati e osseti, e normalmente non si fa mai rifermento alla volontà di queste popolazioni».

Nel corso degli anni Novanta il governo di Mosca si era in più occasioni espresso in modo ostile nei confronti di Abkhazia ed Ossezia del Sud, come risulta anche dall'introduzione di sanzioni economiche nei confronti dell'Abkhazia nel 1996. Poi, con l'arrivo alla presidenza di Putin in Russia, si notano nuovi segni di apertura verso queste due regioni separatiste. Come mai questo cambiamento di rotta?

«Teniamo presente innanzitutto che la Russia ha comunque appoggiato, se pure non ufficialmente l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia nei primi anni novanta. Poi c’è stato un raffreddamento dovuto anche alla particolare situazione interna della Russia. Per la Russia, che è una Repubblica Federale con molti soggetti interni, alcuni dei quali non russi, appoggiare esplicitamente l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia avrebbe significato garantire un precedente ad anche chi, in casa, volesse fare la stessa cosa. È evidente che, iniziato nel 1994 il problema della Cecenia, la guerra Cecenia, era molto difficile per la Russia sostenere contemporaneamente l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia e negarla ai ceceni che all’interno della Federazione Russa si trovavano nella stessa situazione. Quindi la Russia è essenzialmente per questa ragione che per anni non ha riconosciuto l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia né tantomeno ha fatto dei tentativi per incorporarla, benché gli abkhati e gli osseti più volte abbiamo richiesto questo.

La situazione adesso è cambiata per diverse ragioni. Il conflitto in Cecenia si avvia verso la conclusione, nel senso che, grazie ad una repressione feroce, la Russia è riuscita a riportare sotto il suo controllo la Cecenia. La Russia odierna non è più il Paese in crisi politica-economica che era negli anni ’90 e che la rendeva estremamente vulnerabile. È un Paese che si sente forte anche di sfidare, come ha fatto nel caso della Georgia, l’Occidente, la Nato, gli Stati Uniti.

E quindi, prendendo sotto la propria protezione queste due repubbliche, riconoscendone l’indipendenza e facendone sostanzialmente, anche se non de iure, delle proprie regioni. Credo che la spiegazione principale vada individuata proprio nella forte percezione della propria potenza e del proprio ritorno sulla scena internazionale che in questo momento la Russia ha».

La Georgia rappresenta l'unico corridoio "alternativo" per gli oleodotti e i gasdotti in grado di rifornire di energia l'Europa. Secondo lei, quanto l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan ha influito, e influirà, sulle dinamiche del conflitto Georgia-Russia, e più in generale nel Caucaso?

«Innanzitutto è vero sino ad un certo punto che costituisca l’unico corridoio alternativo a quello russo. Ce ne sarebbe naturalmente almeno un altro, se i rapporti dell’Iran con l’Occidente non fossero così tesi. Diciamo che allo stato attuale, dati i rapporti di forza tra l’Occidente e il resto del mondo, è stato individuato certamente dagli statunitensi questo corridoio alternativo che dall’Azerbaijan passa in Georgia e quindi in Turchia.

È chiaro che la sua influenza è importante, ma si tratta anche qui di una scelta a rischio, di una scelta che inevitabilmente ha scontentato la Russia fin dagli anni novanta e continua a vederla ostile, e che comunque è rischioso, perché il Caucaso è un territorio a rischio. Così come lo è il tratto turco che passa attraverso il Kurdistan e che ha dei fortissimi e ben noti problemi di stabilità e di sicurezza. Si tratta, quindi, di una scommessa, da parte dell’Occidente molto rischiosa, che per bypassare la Russia ha individuato un corridoio alternativo in una regione a rischio e il cui rischio è notevolmente aumentato per la sua accresciuta rilevanza geopolitica e geoeconomica».

Prima lei accennava al fatto che i media italiani, e non solo, non hanno sottolineato il fatto che è stata la Georgia ad attaccare per prima. Cosa, secondo lei, visto che è un conoscitore della storia del Caucaso, non è stato abbastanza sottolineato per far capire meglio le dinamiche del conflitto?

«Quando è scoppiato il conflitto ero in Russia, però avendo la possibilità di osservare al tempo stesso i media Occidentali, e la sensazione che si raccontassero due guerre differenti è stata subito forte. In occidente, soprattutto nei primi giorni, si è parlato di una Georgia aggredita dalla Russia, cosa che francamente non sta né in cielo né in terra. Poi ho visto che in Occidente, e in Italia anche, le relazioni si sono più equilibrate, ora si sta arrivando ad una lettura più seria e più rigorosa del conflitto.

Ci sono stati molti aspetti, a mio giudizio, non valutati. Ad esempio lo si interpreta sempre come un conflitto russo-georgiano, ma la volontà di abkhati e osseti e la loro stessa esistenza è sostanzialmente non presa in considerazione.
Che queste piccole popolazioni desiderino armi in pugno rendersi indipendenti dalla Georgia forse meriterebbe un’attenzione maggiore. Cioè, perché fanno questo? Solo perché indotte da Mosca o perché ci sono delle ragioni storiche che hanno reso difficile il loro inserimento in Georgia. Ecco, mi pare che una situazione corretta sulla situazione in Abkhazia e Ossezia sia mancata completamente. Non è una cosa sorprendente, perché si tratta in effetti di regioni poco conosciute, di tematiche molto complesse. Occorre una forte specializzazione che a livello giornalistico evidentemente non è facile individuare.
Ma nel complesso dire che è un aspetto sicuramente carente.

Poi un altro fattore a mio giudizio grave è che c’è stato questo pregiudizio, come posso dire, positivo nei confronti della parte georgiana. Vale a dire che è stato presentato essenzialmente (il conflitto; n.d.r.) come l’orso russo che aggredisce la piccola e democratica Georgia. Innanzitutto Saakašvili gode di molta buona stampa in Occidente ma a livello di repressione dell’opposizione e di soppressione di libertà di stampa anche la Georgia non è molto diversa dalla Russia.

Si procede essenzialmente verso governi autoritari in un caso come nell’altro. E allora presentare questo conflitto come una sorta di scontro epocale tra un governo autoritario, se non dittatoriale, vale a dire quello russo, e uno democratico come la Georgia che bisogna assolutamente difendere come frontiera ultima della democrazia e dell’Occidente, ecco, mi sembra che in questi termini si sia davvero esagerato.

Io ho letto dei reportage deliranti sul "Corriere della Sera", che presentano proprio questo conflitto, che è un conflitto etno-territoriale non un conflitto ideologico, non uno scontro tra Bene e Male, e francamente questo è un approccio assolutamente fuorviante».



 
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