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Il progetto SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence (Ricerca di Intelligenza Extraterrestre), condotto dal Seti Institute (organizzazione scientifica privata, senza scopo di lucro), è volto alla ricerca di “vita intelligente” nell’universo utilizzando ricevitori sensibilissimi al fine di captare nel cielo segnali radio inviati da eventuali civiltà “non umane”.
E’ certamente un progetto difficile visto che solamente la nostra Via Lattea è vasta circa 100.000 anni luce e comprende circa duecento miliardi di masse solari equivalenti a più di trecento miliardi di stelle. Per questo motivo il Seti assume per la sua ricerca solo determinati postulati, come per esempio l’ipotesi che la vita si possa basare, come per gli esseri umani, sul carbonio. Anche l’acqua è un elemento indispensabile, essendo inoltre adatta alla formazione di molecole basate sul carbonio.
Il Seti, inoltre, considera importante il fatto che un eventuale pianeta abitato debba avere un Sole simile al nostro. Stelle molto più grandi rispetto alla nostra, infatti, hanno di norma una vita breve, e quindi i ricercatori pensano che non ci sarebbe abbastanza tempo per lo sviluppo di una forma di vita intelligente. Anche se questo vuol dire fare fede esclusivamente sulla teoria darwiana, non necessariamente corretta. Al contrario, Soli più piccoli dovrebbero essere vicinissimi all’eventuale pianeta abitato perché altrimenti, anche se longevi, produrrebbero troppa poca luce e calore.
Poiché il progetto Seti si basa principalmente sulla ricezione di segnali alieni, il problema principale rimane quello di sintonizzarsi sulla frequenza giusta (come se si cercasse una stazione radio) e come decodificare un eventuale messaggio.
I fisici Giuseppe Cocconi e Philip Morrison nel 1959 sostennero, in un articolo dal titolo significativo “Searching for Interstellar Communications” apparso sulla rivista scientifica “Nature”, che le frequenze più adatte per una trasmissione interstellare erano quelle che andavano da 1 a 10 gigahertz. In particolare, i due scienziati indicarono che la frequenza migliore era di 1,420 gigahertz (cioè quella emessa dall’idrogeno neutro), e in questa direzione cominciarono a muoversi gli studiosi del Seti Institute.
Un anno dopo, infatti, l’astronomo Frank Drake della Cornell University condusse il “Progetto Ozma”. Usò un radiotelescopio di 25 metri di diametro situato nel West Virginia per monitorare le stelle Tau Ceti e Epsilon Eridani, con frequenze prossime all’1,420 gigahertz, ma non fu trovato nessun segnale degno di rilevo.
Poiché i sovietici cominciarono a interessarsi alle ricerche del progetto Seti, nel 1971 la Nasa propose di realizzare quello che fu poi denominato come “progetto Ciclope”, poiché prevedeva la costruzione di un radiotelescopio di 1.500 dischi. Il costo però si rivelò ancor più ciclopico, e l’idea fu abbandonata dopo poco.
Il 1974, invece, sarà ricordato come l’anno in cui fu lanciato un messaggio radio composto da 1679 cifre binarie, ormai noto come messaggio di Arecibo (poiché partì il giorno dell’inaugurazione del radiotelescopio di Arecibo, situato a Porto Rico. Il messaggio è prodotto solamente da due numeri primi, il 23 e il 73 e quindi se qualcuno nell’ammasso globulare di Ercole M13 (dove, cioè, è stata indirizzata la frequenza radio) riordinasse la sequenza in 73 righe e 23 colonne svelerebbe il crittogramma di Drake, che prende il nome del suo ideatore.
In molti anno dibattuto sull’efficacia del messaggio poiché, essendo stato spedito alla velocità della luce, una eventuale risposta potrà giungerci non prima dei 50.000 anni.
Ciò che fece sicuramente più scalpore è il cosiddetto “segnale wow”, che prende il nome dal commento scritto dal dottor Jerry R. Ehman quando il 15 agosto del 1977 un segnale radio a banda stretta venne rilevato dal radiotelescopio Big Ear dell’Università dell’Ohio. Non c’è certezza, naturalmente, che il segnale sia di origine artificiale, tanto che lo stesso Ehman ebbe molti dubbi sul fatto che fu inviato da entità extraterrestri, soprattutto perché non fu mai più rilevato.
Da allora vennero finanziati molti altri progetti, come quello chiamato “Serendip” (vale a dire, “Search for Extraterrestrial Radio from Nearby Developed Populations”), che portò alla realizzazione nel 1981 di un analizzatore di spettro portatile chiamato “Suitcase SETI”. Nel 1992, invece, il governo statunitense finanziò il programma “Microwave Observing Program” (MOP), con lo scopo di eseguire una ricerca mirata di 800 specifiche stelle vicine. Un anno dopo il programma venne cancellato ma nel 1995 il Seti Institute lo fece ripartire sotto il nome di “Phoenix”, estendendo l’analisi a oltre 1.000 stelle.
Dal 1999, invece, chiunque può partecipare al progetto, grazie all’iniziativa “SETI@home”, promossa dall’Università di Berkeley. Tutti, infatti, potranno contribuire alla ricerca di vite extraterrestri semplicemente scaricando da internet un software. In questo modo ognuno potrà contribuire ad aiutare ad analizzare i dati che giornalmente vengono raccolti. Attualmente gli iscritti al programma “SETI@home” sono oltre cinque milioni, contribuendo alla ricerca con oltre 14 miliardi di ore di elaborazione dati.
Ad oggi, comunque, gli esperimenti non hanno prodotto nessuna prova scientifica sul fatto che il cosmo sia popolato da altre forme di vita intelligente. Forse tutto si può riassumere con il famoso paradosso di Enrico Fermi, che si riassume nella domanda: “Dove sono tutti quanti? Se ci sono così tante civiltà evolute, perché non abbiamo ancora ricevuto prove di vita extraterrestre come trasmissioni di segnali radio, sonde o navi spaziali?”.
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