Extraterrestre portami via... / n°292
Sardigna nel sacco.
Sardigna nel sacco.
  di Paola Marras / pagina 2
 

Moltissimi giovani sardi, come da tradizione, sono costretti ad emigrare con gli stessi strumenti e per gli stessi motivi di cento anni fa. Il vostro movimento ha qualche soluzione per cercare di risolvere questa piaga che allontana non solo molte "braccia" ma anche molti cervelli dalla Sardegna?

"Come ho già detto iRS crede davvero che la prima risorsa della Sardegna siano i sardi e vedere così tante persone costrette ad immigrare o impossibilitate a riportare la loro esperienza e la loro passione in Sardegna dopo tanti anni di espatrio è davvero doloroso.
Per non perderci in esempi troppo vaghi vorrei provare a focalizzare il discorso su di un pezzo di questa perdita umana e di questa diseconomia, cercando di far capire come ragiona iRS e quali possono essere alcune linee d’intervento in questo ambito. Mi concentrerò dunque non sul mercato del lavoro in generale ma su quello legato all’economia della conoscenza.

In primo luogo ci si deve convincere che oggi la conoscenza produce ricchezza: non solo in termini di possibilità occupazionali, ma prima di tutto come indotto. Franziscu Sanna, insieme a me e altri fondatore e dirigente di iRS, sociologo dell’economia e del territorio, ha fatto più volte notare quale sia la perdita di ricchezza che avviene nell’indotto dell’emigrazione universitaria verso l’Italia. È difficile dare delle stime precise al momento, dato che ci stiamo ancora lavorando, ma è evidente che la Sardegna, attraverso le migliaia di giovani che vanno a studiare in Italia, riversa centinaia di milioni di euro al suo esterno. Si tratta di affitti, libri, consumi di base (alimentazione), consumi voluttuari (intrattenimento), spese in servizi pubblici, ecc. che vanno a rinforzare le imprese pubbliche e private di altri territori e sono sottratte alla possibilità di rendere florido e dinamico un sistema economico interno. Ricordiamo incidentalmente che non c’è nessuna economia veramente potente a livello globale che prima non abbia un forte mercato interno: il caso del Giappone insegna, mentre le sparate dei nostri amministratori di andare a conquistare il mercato cinese mentre in Sardegna non c’è mercato per i nostri prodotti insegnano quanto è ridicola la nostra classe dirigente attuale.

Ma torniamo ai nostri studenti. Questa fuga di valore verso l’esterno sarebbe fisiologica se la Sardegna avesse una sua politica universitaria capace di attirare flussi di studenti stranieri, cosa che invece non avviene. La cosa apparirà come una fatalità scontata ma non lo è: la Sardegna potrebbe tranquillamente avere un ruolo centrale nella formazione d’eccellenza. E non stiamo ancora parlando di una strategia universitaria come quella messa in opera, ad esempio, dal Canada, che col progetto “Canada 3000” ha fatto incetta di “menti” attirando così studenti da tutto il mondo. Stiamo parlando più modestamente delle così dette “summer school” di alta formazione. Scuole che attirano nel periodo estivo migliaia di ricercatori in sperduti paesini dell’Inghilterra. È così irrealistico pensare che queste migliaia di persone preferirebbero formarsi in primavera-estate in un luogo come la Sardegna piuttosto che in un uggioso paesino britannico?

Il punto è che bisogna iniziare a invertire i flussi. Se l’idea del “Master and Back” è interessante e importante non va tuttavia scordato, in primo luogo, che essa parte dall’assunto che l’alta formazione debba sempre essere fuori e, in secondo luogo, nella pratica, si risolve quasi sempre con il Master ma senza il Back. Anche perché nessuno ritorna nel deserto dopo essere stato in un’oasi. Il punto dunque è continuare a favorire la possibilità di viaggiare e formarsi dovunque, ma in primo luogo mettere in atto strategie per rendere appetibile e affascinante l’offerta formativa in Sardegna. Il che significherebbe mantenere a casa un indotto considerevole, mantenere viva e giovane la Sardegna, inserire fattori di dinamismo sociale attraverso l’attrazione e l’apertura verso intelligenze straniere di alto merito. E infine fare del merito, dell’intelligenza, dello scambio internazionale un valore sociale condiviso.

Le “Summer school” potrebbero essere un primo passo, ma più in generale va ripensata la valorizzazione del patrimonio culturale. In primo luogo identificandosi finalmente nei suoi valori positivi: il modo in cui un patrimonio unico al mondo come quello nuragico viene trattato dalle istituzioni preposte alla sua tutela, che lavorano invece a convincerci della sua pochezza davanti alle meraviglie fenice, puniche, romane ecc., è sconcertante. Anche perché nega la possibilità che tutte, e dico tutte, le stratificazioni culturali in Sardegna siano valorizzate e trattate con rispetto. In secondo luogo il patrimonio culturale oltre che preservato va rimesso in gioco perché diventi fonte di creatività per la comunità. Insomma, una collettività che non mette in mostra e non produce continuamente qualcosa di originale non può sperare di attirare risorse esterne, anche in termini monetari.
Che questa non sia utopia ma una realtà possibile, a patto di scelte intelligenti e condivise, lo dimostra il “Rapporto Figel” della commissione europea che con numeri alla mano mostra come già oggi le industrie culturali siano uno dei capitoli più importanti delle economie nazionali, capaci di soppiantare in alcune realtà la ricchezza prodotta dall’ambito manifatturiero e automobilistico e in generale capaci di crescere ad un livello che gli altri comparti economici che concorrono a formare il PIL neanche si sognano.

Il patrimonio culturale nazionale della Sardegna è una specie di tesoro che aspetta di essere messo a frutto, ma per sprigionare tutto il suo fascino e la sua potenza attrattiva non può essere presentato come patrimonio folkloristico, come si fa oggi, ma come “cultura nazionale”, come il patrimonio vivo che ci portiamo appresso e rendiamo significativo ogni giorno. Così come oggi si va a Barcellona per “vivere” la cultura della nazione catalana e non per “vederla” semplicemente in qualche museo, così un giorno si dovrà venire in Sardegna sapendo di immergersi nella vita di un popolo vivo, nella cultura viva di una nazione che continuamente si porta appresso il suo passato e ogni giorno lo reinventa nel confronto con gli altri. Se ci fosse questa coscienza nazionale le nostre istituzioni non starebbero ancora aspettando di investire in altre industrie culturali centrali per qualunque nazione contemporanea e che invece ci mancano. Penso all’esperienza delle due reti televisive e radiofoniche pubbliche in Catalogna, che sono un potente luogo in cui la produzione culturale (notiziari, documentari, fiction, varietà ecc.), la formazione di un mercato del lavoro in ambito comunicativo e la continua generazione del senso di nazione si intrecciano virtuosamente.

Infine si potrebbe sfondare la porta aperta di quale svolta darebbe al mercato della conoscenza l’introduzione in tutte le scuole di ordine e grado l’insegnamento della lingua e della storia nazionale della Sardegna, creando un circuito virtuoso fra formazione dei formatori e loro assunzione nelle scuole. Già oggi i ragazzi che lavorano agli sportelli linguistici sono tanti, ma il trattamento che la Regione autonoma riserva loro è quella di una precarietà sottopagata. L’esatto contrario dell’idea di sentirsi valorizzati, l’esatto contrario della possibilità di pensare se stessi come i protagonisti di un grande lavoro collettivo per la propria terra".


L'iRS ha condannato e ha preso immediatamente le distanze dagli eventi violenti accaduti nella notte tra l'11 e il 12 gennaio scorso, all'arrivo della prima nave cargo carica di rifiuti campani. Nonostante questo, la stampa nazionale ha affrontato con molta superficialità e parecchia disinformazione la vicenda. Può raccontarci come sono andati i fatti e quali sono stati, ed eventualmente saranno, le vostre azioni sui nuovi sbarchi?

"Intanto ci tengo a ringraziarvi per la possibilità di ribadire chiaramente il senso e il valore della nostra azione nonviolenta, che nei giorni passati è stata nascosta o distorta da molti dei mezzi di comunicazione.

Quello che è successo al porto di Cagliari in occasione dell’arrivo della prima nave dalla Campania è stato in realtà una specie di evento storico, dal punto di vista di iRS. Sebbene la lotta non sia andata completamente a buon fine per la prima volta in Sardegna un movimento indipendentista ha applicato con piena coerenza una lotta nonviolenta resistendo per ore alla violenza della polizia impegnata a “spostare” gli attivisti di iRS che, sedendosi attorno alle bitte del porto, impedivano alla nave dei rifiuti di ormeggiare. Quest’azione voleva scuotere i sardi, dagli un esempio di coraggio e di trasparenza, e sappiamo che in molti hanno capito ed apprezzato.

Per questa azione molti dei dirigenti e degli attivisti di iRS sono stati fermati e grottescamente denunciati. Ma non è questo ciò che ci ha colpito: ciò che veramente scandalizza è che in molti abbiano opportunisticamente buttato tutto e tutti nello stesso calderone. E invece iRS, già durante lo svolgersi della serata, ha ribadito via internet di agire secondo i suoi principi e a nome di tutti i sardi che si identificano in un indipendentismo moderno, non-nazionalista e nonviolento, a nome di tutti coloro che non era d’accordo sui principi che avevano ispirato la scelta della Regione Autonoma. iRS dunque ha rimarcato fin dall’inizio la sua distanza da chi era al porto per opportunismo politico o per fomentare scontri, e la sua assoluta volontà di non cadere né nella trappola di personalizzare lo scontro, come se il problema fosse Soru, né di farne una idiota questione razzistica contro “i napoletani”.

Fortunatamente la chiarezza e la trasparenza dell’agire di iRS in questi ultimi anni ha fatto miseramente fallire il tentativo di chi voleva associarci ai violenti e alla motivazioni della destra italiana. Sempre più persone, lo dimostrano le 2000 firme che in pochi giorni sono state raccolte da una nostra petizione on-line e che ancora oggi si raccolgono nei banchetti che iRS ha fatto in giro per la Sardegna, hanno capito le vere motivazioni del nostro “rifiuto dei rifiuti”.

In primo luogo noi abbiamo rifiutato l’ipocrisia di questa classe dirigente. Ricordiamocelo, il centrosinistra sardo protestò aspramente quando il governo di Berlusconi, e i suoi delegati sardi, volevano mandare scorie e rifiuti in Sardegna nel nome dell’ “interesse nazionale” italiano; ora invece, in nome dello stesso “interesse nazionale” italiano, il centrosinistra accetta per primo e fieramente di portare rifiuti esterni alla Sardegna mentre il centrodestra si erge a paladino dei sardi e della Sardegna. Tutto questo non è assurdo e inquietante? Non è la spia di un problema più profondo? Per iRS è il segno che siamo governati da una classe dirigente che rinuncia continuamente alla sovranità dei sardi. Una classe dirigente autonomista che gioca sulla pelle della Sardegna per i suoi desideri di potere, per desideri di potere contingenti e italiani.

In secondo luogo, come poi le dichiarazioni di Veltroni e del Partito Democratico sardo hanno confermato, l’immediata accettazione dei rifiuti è stata pensata ancora una volta come una dimostrazione di fedeltà e immolazione dei sardi al superiore valore dell’italianità. iRS con la sua azione ha cercato di far notare ai sardi il paradosso dentro cui ci troviamo, un paradosso testimoniato dalle dichiarazioni del Presidente della Regione Autonoma della Sardegna Renato Soru, pronto a dichiarare di aver fatto la sua scelta in quanto rappresentante dell’Italia e della Costituzione italiana in Sardegna. Proprio in quanto formalmente legittime e ineccepibili queste dichiarazioni sono il segno che nella sostanza i Presidenti della Regione Autonoma governano in Sardegna in nome degli interessi dello Stato italiano. Per iRS dunque questa situazione poteva e può aiutare i sardi a prendere coscienza del fatto che il problema della Sardegna non è legato a singole personalità, non è questione della bontà o della buona fede di ci governa: il problema è strutturale, è il meccanismo dell’Autonomia ad essere perverso in quanto si basa sul principio che i politici sardi governano in Sardegna in nome dello Stato, dei suoi valori e dei suoi interessi, e non in nome della Sardegna, del popolo sardo, dei nostri diritti ed interessi.

In terzo luogo, che il problema non fosse la “solidarietà” ma un più sottile meccanismo in bilico fra l’opportunismo e il complesso di sudditanza lo dimostra il fatto che nessuno dei nostri governanti ha fatto notare che fra la Sardegna e lo Stato esiste una ben strana “solidarietà”: quella solidarietà per cui i sardi devono di volta in volta morire per l’Italia in trincea o in guerra, quella solidarietà per cui i sardi devono diventare pattumiera del Mediterraneo per coprire le incapacità della politica italiana, quella solidarietà per cui i sardi devono accogliere il 70% delle servitù militari italiane e delle sperimentazioni di armi diventando la culla di infiniti tumori, quella solidarietà per cui i sardi devono accettare che per sedici anni lo Stato italiano non solo si prenda i nostri soldi ma soprattutto trattenga quelli che per legge dovrebbe renderci per consentirci di gestire la nostra esistenza.

In poche parole per iRS non solo non ci si può appellare al fondamento della solidarietà “nazionale” laddove per noi la Sardegna è una nazione differente a tutt’oggi negata dallo Stato italiano, ma prima ancora non si può chiedere “solidarietà” a una terra a cui si deve “giustizia”.
Per questi motivi iRS ha messo in campo azioni differenti, dall’azione nonviolenta al porto, alla petizione online, ai banchetti di sensibilizzazione per le strade, all’iniziativa di offrire solidarietà e ospitalità ai bambini napoletani per far sì che possano passare qualche giorno distanti dai fumi dei rifiuti incendiati. La nazione sarda non ha mai negato solidarietà, come dimostra il gran cuore di tutti quei sardi che da anni ospitano bambini ucraini o bielorussi: ciò che non si può accettare è un’ennesima azione ingiusta per di più motivata dagli interessi e dai complessi psico-identitari della nostra classe dirigente.

Sulle azioni future, considerando l’effetto sorpresa che iRS ha sempre magistralmente sfruttato, anche grazie all’abilità di Gavino e altri, non credo sia il caso di farle conoscere anticipatamente! Certo è che l’azione nonviolenta presuppone sempre grande prudenza, ponderazione, organizzazione. Dietro alla “guerriglia virtuale” di iRS, alla sua capacità di comunicare in modo ficcante, a volte persino spettacolare, c’è sempre una profonda valutazione delle implicazioni umane e del senso che i nostri atti assumono per chi vi partecipa e per chi li vive attraverso i media".


Nel 2001 un gruppo di indipendentisti, con a capo Gavino Sale, attuale presidente dell'iRS, ha protestato davanti a Montecitorio contro "la trasformazione del territorio sardo in discarica per rifiuti provenienti da tutta Europa in maniera illegale". Ci può fare il punto della situazione smaltimento rifiuti in Sardegna, compresi quelli tossici provenienti dalle acciaierie italiane e dalle basi militari (italiane e americane)?

"Da anni iRS, così come altre forze politiche e sociali, ha fatto notare come le industrie sarde stessero diventando il luogo di lavorazione e smaltimento di rifiuti che i Paesi cosiddetti “avanzati” non volevano smaltire o tenere a casa propria. Si tratta di una logica consueta, quella per cui gli scarti della ricchezza altrui vengono spacciati per opportunità di lavoro nei territori “periferici”. Questo meccanismo avviene spesso con la complicità delle classi dirigenti locali che, incapaci di offrire politiche del lavoro sane e al fine di gestire il loro consenso clientelare, fanno credere che questo tipo di lavorazioni siano un toccasana per l’economia. In Sardegna, per consentire questa “economia”, si sono persino cambiate le denominazioni dei “rifiuti speciali” in modo da farli apparire come semplici materie di seconda mano.

Per denunciare tutto questo iRS bloccò alcuni anni fa una nave carica di fumi d’acciaieria in direzione di Portovesme e cercò di comprovare la trama affaristica che stava dietro al continuo movimento di camion che dai siti di discarica si muovono in giro per la Sardegna privi di bolle d’accompagnamento, dunque nella più beata ignoranza delle leggi che dovrebbero garantire che ciascuno sappia da dove sono partiti, con cosa, con quante tonnellate ecc. In modo, insomma, che i rifiuti non si “perdano per strada”. Ma prima ancora iRS era entrata nel sito Enichem di Porto Torres portando alla luce una collina di veleni alta quaranta metri e estesa decine di ettari. Un’azione che ha costretto lo Stato a darsi torto e a iniziare un percorso di risanamento, benché tutto da verificare e su cui vigilare.

Da queste esperienze, a cui si aggiunge lo stato in cui le esercitazioni militari hanno ridotto intere zone di costa e di mare, lo stato del territorio sardo sembra non essere dei migliori. Quando mi si chiede di spiegare la nostra situazione ambientale racconto sempre dello shock vissuto quando durante l’azione di Porto Torres il terreno su cui camminavamo, un terreno ricoperto di erba e fiori, iniziò a molleggiare sotto i nostri piedi come fosse gomma. La gru che avevamo portato sulla collina dopo poco acchiappò il terreno e ciò che ne venne fuori era una specie di chewing-gum bianco. Chi ha visto le immagini dei Tg sa bene a cosa mi riferisco. Ma la cosa più straziante è che a un passo le persone facevano il bagno e quel terreno, visto dall’esterno, sembrava come un qualunque pezzo di campagna della Sardegna. Credo e spero che come sardi si sia stati capaci di difendere il nostro territorio da altri scempi di questo tipo: resta il fatto che dal giorno mi ripeto che non bisogna fermarsi alle apparenze.

La cosa da dire è che fino a qualche hanno fa tutto questo veniva vissuto con una sorta di rassegnazione se non con l’arrogante presunzione che questi fossero i necessari prezzi dello sviluppo. Uno sviluppo che peraltro non dava grandi risultati ma che sembrava tuttavia un grande regalo fatto ai poveri sardi. Oggi le cose stanno decisamente cambiando. Mi vengono semplicemente in mente le migliaia di telefonate che iRS ricevette al numero verde istituito dopo la vicenda di Porto Torres: una grande dimostrazione di sensibilità collettiva, di voglia di ritrovare il coraggio di indignarsi e impegnarsi. Che continua tutt’ora.
Oggi iRS ribadisce con forza la sua volontà di cambiamento anche in questo ambito. Ribadisce l’idea che il nostro territorio va risanato e che il risanamento può essere un’occasione di occupazione.

Non solo. iRS ha chiesto di conoscere quando e in che termini la Regione Sardegna intenda affrontare, con un Piano ragionato e concordato con le popolazioni e gli enti locali, la questione dei rifiuti prodotti in Sardegna. Tutti i progetti e i Piani di gestione al momento sono calati dall’alto, perseverano sulla via dell'incenerimento (vedasi l’inceneritore di Ottana e il terzo forno di Tossilo, ma anche tanti piccoli impianti in costruzione di cui nulla è dato sapere) e non soddisfano né i cittadini né gli enti e le amministrazioni locali.
Ciò che iRS auspica sono soluzioni di ampio respiro, di valore strategico, capaci di risolvere oggi i problemi di domani, prima che questi problemi cadendoci addosso ci lascino solo la possibilità del rimpianto.

In tal senso – come ha recentemente ricordato Gabriele Littera, membro dell’Assemblea Nazionale del movimento - iRS auspica un coinvolgimento delle comunità locali in materia di gestione dei rifiuti, la capacità e la lungimiranza da parte della politica sarda di prendere esempio da realtà mondiali all'avanguardia in questo settore. Basti pensare alla città di Berlino che in sei mesi ha ridotto i rifiuti del 50%; oppure pensiamo alla raccolta differenziata porta a porta con tariffa puntuale; e pensiamo infine al raggiungimento di obiettivi come il 70% di riciclo dei rifiuti, dalla carta, alla plastica, al vetro, e la restante parte di rifiuto indifferenziato soggetto a bioessicazione.
Ovviamente tutto ciò va di pari passo con una crescita del senso civico dei cittadini sardi, un senso civico che parte dalla riscoperta del legame col proprio territorio. I sardi per primi, prima di lamentarsi di come vanno le cose o di cosa fanno gli altri in Sardegna, devono dimostrare di saper rispettare il luogo in cui sono cresciuti e in cui vivono".


Riuscite a monitorare l'inquinamento ambientale? Quali sono i valori e le incidenze delle patologie nelle aree interessate?

"Da anni molti di noi sono impegnati nel monitoraggio e nella sensibilizzazione verso i temi ambientali. Penso ad esempio a Bettina Pitzurra, componente dell’Assemblea Nazionale di iRS, che da anni raccoglie dati e mobilita le persone a Quirra, a Castiadas e non solo. In realtà si tratta di un lavoro complesso e doloroso, anche perché laddove le sperimentazioni militari hanno fatto i loro danni c’è stata una forte reticenza da parte delle famiglie a denunciare quanto stava avvenendo. Questo a volte è successo per non rischiare l’isolamento all’interno della comunità e spesso per un senso di pudore e di dignità che in Sardegna ben conosciamo.
Tuttavia la realtà è nel tempo divenuta così drammatica e di tale dominio pubblico (anche grazie al lavoro degli attivisti di iRS) che in molti hanno incominciato a raccontare le loro storie familiari. Storie che parlano di tumori, di aborti, di malformazioni.

Nella sola zona di Quirra, in cui la popolazione è pochissima ed escluso il poligono militare non ci sono altro che campi per ettari e ettari, risultano ventuno morti civili per tumore (mentre si parla di 37 morti fra i militari). Si tratta di incidenze altissime sulla percentuale della popolazione. Tuttavia pare che non ci sia da parte delle istituzioni la voglia di fare chiarezza. Con scientifica e conosciuta strategia, come ribadiva da poco Juanneddu Sedda, fondatore e membro dell’Esecutivo Nazionale di iRS, da anni si diluisce l’attesa di conoscenza e di giustizia delle popolazioni attraverso istituende “commissioni” per l’accertamento dei fatti. Commissioni che poi o non vengono istituite o non arrivano mai a una conclusione. Una prassi ben conosciuta in Italia.

iRS tuttavia continua a operare a stretto contatto con le popolazioni e a mobilitarsi contro quelle che sono vere e proprie industrie di morte. Capaci di uccidere fragorosamente in giro per il mondo e silenziosamente in Sardegna.
Anche qui, la riconversione ad usi civili delle basi e del loro personale, il risanamento, la valorizzazione paesaggistica, archeologica e turistica del territorio potrebbero fin da oggi offrire a tutti delle alternative percorribili e sane. Serve una politica capace di offrire un progetto credibile e capace di portarlo avanti con tutto il coraggio necessario, visto che i nodi da risolvere non sono né pochi né semplici".


La vostra petizione ha come slogan "Con Pili le scorie, con Soru i rifiuti". Eppure Mauro Pili, allora Presidente della Regione, respinge categoricamente questa accusa. "Non esiste l'ipotesi che le scorie nucleari arrivino in Sardegna", affermò allora, portando avanti tale linea. Ci può raccontare come sono andate allora le cose?

"Vorrei innanzitutto ricordare che Mauro Pili fu colui che nel momento dell’insediamento a presidente del consiglio regionale sardo pronunciò un discorso malamente copiato dal programma di Formigoni per la Lombardia, tanto che la Sardegna vi appariva con nove province! Fu uno dei momenti più esilaranti ma anche più deprimenti della storia politica recente della Sardegna: vedere la propria terra governata da persone così mette una grande tristezza, sebbene aiuti a convincersi che il superamento dell’autonomia sia un dato necessario alla nostra sopravvivenza, e perfino alla nostra salute mentale.
Detto ciò mi sembrava ironico allora e mi sembra ironico tutt’oggi che le parole e le promesse di Mauro Pili potessero essere non solo di qualche garanzia ma perfino minimamente credibili.

Vorrei dunque provare a ricordare brevemente i fatti.
Il 15 giugno del 2003 il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, affidò con un decreto, alla Sogin spa (la società di gestione degli impianti nucleari, presieduta dal generale dell'esercito Carlo Jean e amministrata da Giancarlo Bolognini) il compito di individuare il sito “ideale” per stoccare migliaia di tonnellate di scorie radioattive provenienti dalle vecchie centrali nucleari dimesse a seguito del referendum per l’abolizione del nucleare.
Nonostante l’opinione contraria del precedente rapporto curato dall’Enea e presieduta dal premio nobel per la fisica Carlo Rubbia, che escludeva categoricamente i siti delle isole perché troppo pericoloso il trasporto su mare del materiale, l’amministratore delegato della Sogin, Bolognini rigirò a suo modo le parole di Rubbia finendo per escludere la Sicilia ma ripristinando di fatto la possibilità che fosse “un’isola” a ospitare il deposito.

In quest’isola, secondo il rapporto, si dovevano trovare dei siti minerari dismessi, lontani dai centri abitati con più di centomila abitanti, con vicina una base militare per assicurare un controllo continuo sul sito: insomma, si trattava della Sardegna. A confermare il tutto il rapporto di un esperto: il fisico Jeremy Whitlock, consulente della Sogin spa, certificò che il sottosuolo argilloso della Sardegna corrispondeva in maniera ottimale allo scopo.
Silvio Berlusconi era allora il primo ministro italiano e Mauro Pili, al governo in Sardegna, era dato come uno dei suoi delfini più leali e un suo possibile successore politico. La sua lealtà al capo e al potere governativo – dimostrata anche in tante altre occasioni – era talmente alta che non risultano e non si ricordano parole di contrarietà al progetto o manifestazione della classe politica e dal governo da lui guidato per impedire che si compisse un fatto cosi grave per la Sardegna.

Mentre Pili e i suoi restavano dentro le stanze del palazzo della regione, e forse al massimo proferivano qualche parola inquietantemente rassicurante, ci fu una delle più massicce mobilitazioni della Sardegna degli ultimi anni. Fu l’indignazione di tutti i sardi, in Sardegna e in Italia, che alle ore 20,00 del 4 luglio del 2003 li fece scendere in piazza migliaia. Furono questa e altre mobilitazioni del popolo sardo che evitarono una sciagura probabile. Non Mauro Pili".


 
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