Extraterrestre portami via... / n°292
Sardigna nel sacco.
Sardigna nel sacco.
  "Oltre alle servitù militari italiane – ricordiamo che la Sardegna, che è un 3% dello Stato italiano ospita il 63% delle basi militari e vi si esplodono l’80% degli ordigni sperimentati in Italia – e la “ricchezza” elargitaci attraverso lo smaltimento di rifiuti – una specie di destino del rapporto fra Sardegna e Italia se si considera che “Sardigna” in italiano antico era sia la Sardegna che il nome dell’immondezzaio fuori dalle mura cittadine…aprire un qualsiasi dizionario per verificarlo… – noi stiamo assistendo, al di là di tutto ciò, da anni a una profonda spoliazione di materie prime" - Franciscu Sedda dell'iRS (indipendèntzia Repùbrica de Sardigna).
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 

Strano destino quello della Sardegna. Da una parte essere considerata come una delle più belle terre del mondo, dall’altra portare lo stesso nome che un tempo veniva usato per indicare le discariche poste fuori le città.

E così, per non far torto alla lingua italiana, i nostri lungimiranti politici da ormai molti anni l’hanno eletta come deposito privilegiato di ogni possibile rifiuto del “continente”, e non solo. Per cercare di capire a fondo la situazione che sta vivendo la nostra Sardigna (in attesa di uno speciale tutto dedicato a lei) abbiamo intervistato Franciscu Sedda, fondatore e membro dell'Esecutivo Nazionale di iRS, (indipendèntzia Repùbrica de Sardigna), da sempre impegnata in difesa della dignità del popolo sardo.

Prima di tutto, vorremmo far capire ai nostri lettori, sardi e non, la tradizione di indipendentismo che l'iRS porta avanti. Ci può raccontare i momenti chiave dell'indipendentismo sardo e il vostro progetto politico?

"Intanto un saluto a tutti i vostri lettori e le vostre lettrici, sardi e non, da parte mia e di iRS.
Potremmo riassumere la risposta dicendo che iRS ha 5 anni di vita e 5000 anni di storia. Vale a dire che nel momento della fondazione di iRS ci siamo posti l’obbiettivo di offrire ai sardi qualcosa di politicamente nuovo e contemporaneamente capace di ricollegare il presente del popolo sardo al meglio della storia della nostra nazione.
Quando parlo di una novità politica intendo esattamente una novità rispetto a quello che era lo stereotipo dell’ “indipendentismo” che la maggior parte dei sardi avevano – a torto o a ragione – in testa. Uno stereotipo peraltro ancora vivo, duro a morire.

iRS è nata passando “a contropelo” tutta l’esperienza recente dei movimenti così detti indipendentisti. È stata una specie di auto-analisi quella che abbiamo fatto prima di fondare iRS. E di questo abbiamo sempre fatto un nostro punto di forza: la sfida più grande infatti non è dire agli altri di cambiare ma avere il coraggio di cambiare se stessi. Questo è il vero esempio di cambiamento che si può offrire agli altri, è il modo migliore per dare coraggio, per far capire che ogni trasformazione è possibile. Analizzando la nostra situazione ci siamo accorti che mancava un indipendentismo capace di unificare i sardi su di un progetto chiaro ed entusiasmante: la costruzione della Repubblica di Sardegna, capace di entrare nel mondo da protagonista, capace di esaltare il meglio di noi stessi, come sardi e come esseri umani.

Inoltre ci siamo resi conto di quanta rassegnazione ci fosse nei più anziani, cresciuti in partiti che avevano tradito la loro passione indipendentista o nemmeno l’avevano presa in considerazione; ci siamo resi conto di come alcuni di noi si trovassero sviliti ed impossibilitati ad esprimere una reale politica indipendentista nei movimenti in cui si trovavano; ci siamo resi conto di quanto poco i giovani - i giovani che identificavano nella Sardegna la loro nazione e avevano voglia di cambiarla - si identificassero con i movimenti esistenti, spesso percepiti come arretrati e folkloristici.

Il punto però non è stato quello di distruggere ciò che c’era, che continua ad esserci e continua a percorrere la sua strada, ma riuscire a creare qualcosa di nuovo. Qualcosa che fosse di stimolo per tutta la società sarda. Qualcosa che offrisse la possibilità di un salto verso un altro modo di vedersi, pensarsi, agire.
Al fondo, ciò che abbiamo voluto creare è un movimento che fosse capace di essere indipendentista dalla testa ai piedi, senza alcun timore o vergogna, un movimento che fosse capace di essere indipendentista oggi, in tempi di complessità e globalità. In tempi in cui la diversità culturale, la conoscenza, l’inventiva, potrebbero essere per la prima volta nella storia la più grande ricchezza economica e in cui invece dominano ancora egoismo, violenza, ingiustizia, razzismo.

Da tutte queste prese d’atto è nata la nostra idea di un indipendentismo moderno, nonviolento e non-nazionalista.

Con questi termini iRS ha lanciato una sfida a se stessa e al resto della Sardegna. Una sfida ad uscire dallo stereotipo del sardo che per compiacere se stesso ma soprattutto gli altri si atteggia da “duro”, da “orgoglioso”, ma che alla fine non riesce a produrre e nemmeno a proporre alcun cambiamento reale. Che alla fine si ritrova “orgoglioso e integrato”, che potrebbe essere il corrispettivo sardo dell’italico “cornuto e mazziato”.

Noi sappiamo che volgiamo una società in cui la violenza sia minimizzata se non completamente esclusa: e una società di questo tipo, una società giusta, una società positiva e propositiva, non si può ottenere con la violenza. Siamo stanchi di odi e di tragedie, vogliamo una società solare come la nostra terra, vogliamo una società in cui a dominare sia l’aspetto gioioso e autoironico dei sardi. Poche altre terre hanno così tante feste e così tanto belle come la nostra nazione e noi vogliamo che il futuro, che la Sardegna futura, sia come una grande festa in cui tutti partecipano all’organizzazione e tutti insieme si godono la riuscita. Perché non dovremmo valorizzare questo nostro aspetto invece di continuare a pensarci tristi e miseri? Non sarebbe forse un modo migliore di porsi nel mondo? Un modo migliore per affrontare le sfide che il mondo ci pone?

Dicendo indipendentismo non-nazionalista abbiamo voluto rompere qualsiasi legame con atteggiamenti di chiusura, di passatismo, di paura della diversità e di infantile autocompiacimento nei confronti di se stessi. L’idea è accettare la sfida della globalità contemporanea e pensare se stessi come “esseri umani sardi”, come persone che a partire dalla loro terra devono realizzare una più alta forma di umanità, devono contribuire a migliorare il genere umano. Ogni volta ricordo a me stesso che quando dico “la mia Terra” sto dicendo la Sardegna, sto dicendo il Mondo…

Il nazionalismo da questo punto di vista è un cancro, o comunque una forma di deresponsabilizzazione: per questo noi non lo concepiamo nemmeno strumentalmente, come invece è avvenuto e avviene per altri movimenti politici indipendentisti in Sardegna e in Europa. Il punto è che noi siamo per la nazione sarda ma non per il nazionalismo sardo. Per quanto la cosa possa oggi apparire sottile, disabituati come siamo a riflettere su noi stessi, essa è invece profonda e decisiva. Se la si volesse mettere in altri termini, più generali, si potrebbe dire che la nostra filosofia è “essere sempre per qualcosa e non contro qualcuno”.
Il punto è che così come non crediamo che tutto ciò che fanno glia altri sia buono e sia da accettare acriticamente così non possiamo nemmeno credere che tutto ciò che hanno fatto e fanno i sardi sia di per sé umanamente buono. Non crediamo alla retorica dei sardi buoni e degli altri cattivi.

Anche per questo non crediamo che essere sardi sia qualcosa che sta nel DNA, che sia qualcosa di innato, che sia una specie di merito eterno. Del resto se essere sardi fosse stato un così grande e innato privilegio oggi non ci troveremmo nella condizione in cui siamo: una condizione che è invece in buona parte responsabilità dei sardi. Anche se su questo bisognerebbe fare dei distinguo, perché “essere sardi” orami è un’affermazione talmente generica che si dovrebbe specificare “quale tipo di sardi” hanno responsabilità negative e quali meno…Tuttavia noi crediamo che ciascuno, qualunque cosa abbia fatto, può partecipare all’indipendenza nazionale: è proprio nell’impegno personale che ciascuno salda il proprio debito con la sua terra. Non ci servono processi sul passato ma un processo di impegno nel presente verso il futuro. Nell’agire indipendentista ognuno redime e ritrova se stesso. Nell’agire indipendentista i sardi ritrovano la fiducia e l’autostima collettiva.

Per tutto questo noi di iRS abbiamo fatto nostra la frase di Jean-Marie Tjibaou, leader indipendentista del popolo kanak, che diceva “la nostra identità è davanti a noi”. E questo significa che dobbiamo essere noi sardi, tutti insieme, a immaginare e costruire una società diversa, una cultura nuova, un’economia più giusta".


L'iRS ha un osservatorio culturale, "antropologico" e linguistico sulla Sardegna? A che punto è la desardizzazione dell'Isola?

"La situazione è molto complessa e meriterebbe riflessioni molto lunghe e approfondite. Del resto il lavoro sul campo, fra i sardi, ogni giorno, ci offre continui spunti di riflessione. Quello che noi notiamo e cerchiamo di far notare è la mancanza di una coscienza nazionale e dunque di una coscienza di unità, una coscienza che porti i sardi a percepirsi come una collettività che ha condiviso e deve continuare a condividere un percorso, dei diritti collettivi, un bene comune.
I sardi hanno una scarsissima memoria delle parti positive del loro passato e questo rinforza in loro un senso di rassegnazione, sudditanza, disfattismo: la famosa massima “pocos, locos e male unidos” ripetuta a cantilena da tutti è la prova di questa ignoranza del proprio passato libero.

Del resto c’è stata e continua a esserci in Sardegna una vera e propria rimozione o distorsione storica. Pensiamo soltanto al trattamento svilente che ancora oggi si offre al patrimonio nuragico e giudicale, o alla lingua sarda, che molti ancora definiscono “dialetto” e non riescono a concepire come un mezzo di comunicazione ufficiale e moderno all’interno di un quadro plurilinguistico. Un esempio su tutti potrebbero essere i Giganti di Monti Prama, quasi 40 statue alte fino a 3,60 metri scoperte nel Sinis più di 30 anni fa e ancora oggi chiuse dentro uno scantinato della sovrintendenza di Sassari. Statue nuragiche (per lungo tempo fatte passare per fenicie, ovviamente…) del 1100 avanti Cristo che rivoluzionerebbero la storia sarda e mediterranea e che vengono invece tenute nascoste, verrebbe da dire “sequestrate”, da dei sardi che non vogliono correre il rischio, parole loro, che i sardi – intesi come popolo - “si esaltino”.

Davanti a queste ed altre follie viene da chiedersi: “Cosa ci è successo? Cosa ci ha portato a questo atteggiamento così auto-distruttivo? A questa mancanza di autostima per le cose che ci parlano del nostro passato di nazione?”
La risposta di iRS è semplice e non va ricercata né in tare ataviche né in fatti immemorabili. Ha piuttosto a che fare con avvenimenti recenti e con un fraintendimento che bisogna definitivamente cancellare: vale a dire l’idea che il sardismo e l’Autonomia siano qualcosa di positivo, qualcosa che è nato per valorizzare la cultura sarda e il desiderio di libertà dei sardi.

Quello che oggi appare sempre più evidente è che fra le due guerre si è consumato in Sardegna un vero e proprio dramma collettivo: davanti alle attese di cambiamento delle masse dei sardi, sempre più sfiduciate verso lo Stato italiano, si è prodotta una lacerante umiliazione collettiva. Una umiliazione collettiva – una specie di rito di autodegradazione – che è stato così efficace e potente perché a promuoverlo sono state quelle figure che incarnavano l’attesa del cambiamento, quelli che ancora oggi vengono definiti i nostri “Padri”. Vorrei ricordare a tutti una semplice verità, quella verità che sta a fondamento della nostra identità (e della nostra schizofrenia) attuale: i fondatori del sardismo e dell’autonomia (Bellieni, Lussu ecc.), fra le due guerre, teorizzarono infatti che la Sardegna era una nazione abortiva e mancata, una nazione fallita. Davanti a chi gli chiedeva se era possibile trasformare il consenso che avevano in mano in un processo di costruzione nazionale i fondatori del sardismo risposero che noi sardi non potevamo essere indipendenti perché eravamo “irrimediabilmente sardi”, ovvero avevamo bisogno di una civiltà esterna che ci redimesse dalla nostra barbaricità; o ancora arrivarono a dire che il nostro problema era l’ostinazione a non voler ammettere che eravamo un popolo collettivamente fallito e che così doveva essere né poteva essere altrimenti.

E da questa sorta di auto-razzismo culturale discendeva ovviamente anche il corollario socio-economico: ovvero che noi, come sardi, eravamo impossibilitati a produrre il nostro futuro, il nostro benessere e, dunque, dovevamo chiedere l’aiuto di qualcun altro, dovevamo metterci sotto l’ala di un qualche nazione culturalmente ed economicamente superiore per non restare o diventare dei morti di fame.

Ecco il fondamento della “desardizzazione” del popolo sardo. Un fondamento molto più sottile e problematico di qualunque “colonizzazione” esterna. Un fondamento duro da ammettere – proprio com’è difficile ammettere e denunciare una violenza domestica, che si compie “in famiglia”, fra le mura di casa - ma con cui prima o poi tutti i sardi dovranno fare i conti: sono stati coloro che siamo abituati a credere ci abbiano meglio rappresentato, quelli che vengono continuamente venerati nei discorsi autonomisti, a proclamare quel “sciogliete le righe”, quell’abdicazione alla diversità di cui oggi paghiamo i danni. Il punto dunque è che l’Autonomia è nata anti-sarda, è nata come anti-virus al sentimento e alla coscienza nazionale sarda e per questo in cinquant’anni non ha prodotto alcun processo di acquisizione di sovranità politica, di dignità culturale, di capacità economico-produttiva.

Per questo iRS nasce rifiutando di inserirsi in quella tradizione sardista di cui tutti, compresi i movimenti che si definiscono indipendentisti, si fanno vanto. iRS non è sardista. Non è sardista perché non ha alcun senso pensare di fondare un indipendentismo credibile e vincente su una tradizione che nelle parole e nella azioni ha proclamato che la Sardegna è e deve essere una “nazione fallita”: Sarebbe come costruire una casa sulla sabbia, come dar vita a un gigante coi piedi di argilla…o forse ad un mostro tipo Frankenstein.
Anche per questa ambiguità, per questo nodo irrisolto, per questa confusione mentale, finora l’indipendentismo non è andato da nessuna parte e non è riuscito a diventare il motore propulsore di una rinascita civile, culturale, sociale, economica della Sardegna: partendo dal presupposto di un fallimento non si possono produrre successi.


Fortunatamente oggigiorno una parte sempre maggiore di sardi è disposta a fare seriamente e serenamente i conti con la propria storia, anche con le ferite più brucianti. È davvero entusiasmante ad esempio vedere così tanti giovani che vivono tranquillamente la contemporaneità portandosi appresso o riscoprendo la cultura dei loro avi, rielaborandola in modo originale, dandogli il valore e la dignità di una cultura nazionale che vuole entrare in Europa e nel Mondo a testa alta. Tradurre la tradizione, tradurre l’alterità: questo è quello che continuamente diciamo e facciamo noi di iRS. Bisogna avere memoria di sé, portarsi appresso il proprio passato, ma non come un feticcio da adorare acriticamente, ma come una risorsa da mettere in gioco continuamente, come qualcosa di vivo, qualcosa a cui dobbiamo dare vita e da cui dobbiamo trarre vita, continuamente. Avere 5.000 anni di storia sulla propria pelle, avere così tanta cultura sul proprio corpo, può bloccare e diventare pesante solo se non si ha il coraggio di essere rispettosamente creativi, profondamente creativi. Oggi più che mai la rielaborazione della nostra cultura e il confronto con le altre culture può essere la nostra ricchezza. Il fattore centrale del nostro benessere, in ogni senso".


La Sardegna è, ed è sempre stata, un'Isola chiave del Mediterraneo. Oltre ad essere usata come discarica e come "poligono di tiro", di quali altre "vessazioni" è schiava?


"È vero, la Sardegna ha sempre avuto un ruolo importante nelle vicende mediterranee e questo è stato tanto più vero quanto più il mediterraneo occidentale è stato un fulcro della geopolitica e del commercio mondiale. Tuttavia questa posizione economicamente e militarmente centrale il mediterraneo l’ha persa da un bel po’ di tempo, anche se oggi può effettivamente svolgere un importante ruolo di dialogo culturale fra Europa, Africa e Medio-Oriente. Insomma, credo che dobbiamo essere molto modesti. Non possiamo credere di essere il centro del mondo e pensare che tutti stiano bramando la Sardegna: figuriamoci cosa dovrebbero dire quei paesi e quei popoli martoriati perché possessori di petrolio o perché nodali nel traffico dell’energia. Penso ad esempio alla Cecenia o alla Nigeria.

In generale credo che la nostra attitudine a sentirci “i più infelici, i più sfortunati, i più oppressi”, che in prima istanza può anche darci un istintivo moto di ribellione, vada ben ponderata: per non diventare effimera, patetica o addirittura portatrice di un sentimento di scoramento e resa davanti a un destino così pesante. Ricordo che Lussu – e dopo lui molti altri – utilizzava l’argomento di questa presunta centralità per motivare l’impossibilità di essere indipendenti: eravamo così piccoli, così strategici, così desiderati da ogni svariata e perversa potenza mondiale che conveniva rassegnarsi…e farsi proteggere dall’Italia!
La verità è che noi oggi siamo per più versi “marginali” e da qui dobbiamo, nel bene e nel male, ripartire. Più in generale, ogni volta che parlo dei mali della mia terra provo a pensare a cosa succede in Africa, ad esempio, per non diventare ridicolo. Detto ciò, fatto questo atto di modestia e autocoscienza globale, è tuttavia evidente che noi dobbiamo prendere consapevolezza, denunciare e combattere le molte ingiustizie e i molti modi di sfruttamento della nostra terra e di noi stessi.

Oltre alle servitù militari italiane – ricordiamo che la Sardegna, che è un 3% dello Stato italiano ospita il 63% delle basi militari e vi si esplodono l’80% degli ordigni sperimentati in Italia – e la “ricchezza” elargitaci attraverso lo smaltimento di rifiuti – una specie di destino del rapporto fra Sardegna e Italia se si considera che “Sardigna” in italiano antico era sia la Sardegna che il nome dell’immondezzaio fuori dalle mura cittadine…aprire un qualsiasi dizionario per verificarlo… – noi stiamo assistendo, al di là di tutto ciò, da anni a una profonda spoliazione di materie prime.

La prima materia prima, se mi si passa il termine, siamo noi stessi: da anni i sardi, in particolar modo i giovani, sono “costretti” ad emigrare per poter mettere a frutto le loro potenzialità o per riuscire a sopravvivere. Come succede in altri luoghi del mondo, questa massa di persone che si allontana dalla propria terra è un bacino di persone altamente motivate, carica di una profonda intelligenza che viene sottratta al suo luogo d’origine. E questo in un territorio che deve ricostruire un tessuto economico è praticamente mortale, perché porta via risorse mentali ed economiche dal territorio e perché impoverisce e rende poco dinamici anche coloro che rimangono. È come sottrarre linfa al terreno. Provate a levare ad una terra una generazione di giovani, come è successo quando ci è stato chiesto di andare a morire in prima linea per guerre non nostre, e poi vedrete (lo abbiamo visto) qual è il risultato: spopolamento, invecchiamento, stasi culturale, abbattimento psicologico.

A tutto questo fa da contraltare il trattamento della materia prima che rimane in loco: i tassi di abbandono scolastici in Sardegna sono più alti che in Italia. L’incapacità della scuola italiana in Sardegna – una incapacità congenita, perché la scuola in Sardegna non può essere italiana – di partire dalla cultura della nazione sarda, dalla valorizzazione delle risorse del territorio produce uno scollamento profondo fra i giovani e la Sardegna, fra i giovani e il tessuto culturale e produttivo. Se a questo punto proviamo a guardare le materie prime classiche il quadro si completa. Il territorio, come abbiamo già accennato, è spesso espropriato: dalle servitù militari in modo evidente (Cagliari, che non è Beirut, ha 2 milioni di metri quadrati di territorio sotto servitù), ma anche da una serie di imprese, come quelle del turismo, che non siamo riusciti a produrre e a controllare noi. L’utilizzo della Sardegna come deposito di una modernità invecchiata e ad altissimo impatto ambientale, che ormai nessuno più voleva, ci ha portato a scelte industriali scollegate dalla realtà del territorio, scelte su cui oggi non si vuole aprire un serio discorso né nella prospettiva del risanamento ambientale (che darebbe vero lavoro e per molti anni) né di una riconversione dell’esistente in forme nuove di produzione.

Lo stesso mare e il cielo ci sono espropriati: in un mondo in cui i soldi si producono attraverso i flussi, la Sardegna tiene praticamente in piedi da sola la Tirrenia, da cui non ricaviamo nulla se non un servizio spesso indecente. Inoltre non è stata in grado di fare una sua politica a livello di trasporto aereo – come Juliu Cerchi, responsabile di iRS-Trasporti, ha ricordato intervenendo a favore della riapertura delle linee Ryanair e a favore degli autotrasportatori sardi costretti a lavorare in condizioni indecenti. Va inoltre ricordato che 1/3 dei soldi messi in circolo dall’industria turistica arriva dal comparto dei trasporti, dove noi sardi siamo semplicemente attori passivi. Ovvero, facciamo produrre soldi ad altri. Il tutto per non parlare di come lo Stato e la Regione Autonoma hanno mirabilmente investito sulle strade e le ferrovie interne alla Sardegna: lo slogan potrebbe essere: “Dal 1861 a oggi. Come dividere e paralizzare una nazione”.
Per non ricordare poi, ritornando al mare, il modo in cui è trattata la pesca in Sardegna: il nostro mare è stato per lungo tempo alla mercè di “pirati” da tutto il mediterraneo (e non solo) che pescavano tranquillamente a strascico mentre le nostre barche erano ferme per i blocchi biologici. La quasi totalità del pesce che si mangia in Sardegna è portato da fuori.

E poi ci sarebbe da parlare del fatto che non solo manchiamo di una politica sarda dell’energia, capace di giocare d’anticipo sulle crisi che il mondo si troverà presto tardi ad affrontare. La Sardegna non ha una sua politica di investimento in ricerca e non ha nessun piano strategico di lungo periodo per passare alle fonti rinnovabili, cosa che per esempio hanno e fanno i Paesi realmente avanzati, come ad esempio la Germania. E qui si arriva fino a paradossi estremi. Ad esempio la mala gestione dell’acqua da parte di Abbanoa e il tentativo di privatizzare questo bene primario, a cui iRS si è opposta attraverso l’iniziativa “AbbaLibera” e andando in aiuto alle tante comunità e ai tanti privati che si son trovati a dover pagare bollette assurde per servizi nulli. O ancora il “furto del vento” operato attraverso le pale eoliche impiantate massicciamente in Sardegna: con la complicità dello Stato, della Regione e degli amministratori locali il vento che soffia sulla Sardegna viene svenduto alle multinazionali dell’energia e consente allo Stato italiano di incassare i soldi dei buoni per la produzione di energia pulita mentre sul territorio rimangono le briciole: pochi soldi, qualche posto clientelare di lavoro e le pale spesso messe (non si capisce perché!) nei luoghi di maggior valore paesaggistico.

La Sardegna, inoltre, è diventata il campo di sperimentazione della nuova economia rapace e speculatrice, quell’economia fondata sull’insondabile intrico fra politica, potere bancario e finanziario: il modo in cui in questi anni in Sardegna sono state mandate sul lastrico decine di piccole imprese, protestate per un non nulla, il modo in cui si è messo in ginocchio il comparto della pastorizia e come da ultimo si stanno umiliando centinaia di famiglie di agricoltori che, nonostante abbiamo pagato interessi su interessi, si vedono costretti a mettere all’asta le loro imprese è semplicemente vergognoso e scandaloso. Scandaloso perché avviene sotto lo sguardo complice della “politica” e della “legge”.

Come non ricordare, infine, che lo Stato italiano ha ammesso che da 16 anni non rende i soldi (20 miliardi di euro…dei sardi!) che per legge dovrebbe renderci (ma non si capisce bene perché glieli mandiamo se ce li devono poi rendere…forse perché ci piace che se li tengano? Così ci possiamo arrabbiare e inorgoglire senza mai però trovare soluzione?) per consentire la gestione quotidiana della nostra esistenza collettiva. La Regione Autonoma ha prima protestato senza convinzione, poi ha ringraziato e lodato lo Stato per l’onesta ammissione, infine ha ottenuto una resa dilazionata in cinquant’anni. Non molto come bottino.

Si potrebbe proseguire con le assurdità. Sono veramente tante ed essendo polverizzate richiedono interventi e soluzioni ad hoc, su più fronti: chiedono di impegnarci per reinventare un sistema produttivo ed economico, per dar vita a pratiche ed istituzioni che servano effettivamente a favorire e tutelare i sardi in quanto cittadini e consumatori, in quanto lavoratori e imprenditori. Chiedono una politica nuova, diversa, onesta, mirata seriamente al bene della nazione sarda. È un discorso complesso e in questi campi iRS ha già avuto modo di intervenire.
L’ultima cosa che tuttavia mi sembra necessario sottolineare è che ben poco si può fare se non si risana l’ethos collettivo. Come dimostra la violenza quotidiana in Sardegna, come dimostra il fatto che molti fanno male il proprio lavoro o cercano di fregare il proprio vicino per poche briciole, c’è stato in Sardegna un crollo dell’etica pubblica. E di questo non si può dare la colpa solo alla mancanza di lavoro. Il punto è che la politica autonomista non ha saputo costruire l’idea di un bene superiore e condiviso; non ha costruito (e non può costruire) il riferimento a una entità collettiva che doveva unirci, che doveva e deve tenere a freno l’idea di fare ognuno per conto proprio, speculando sulle tragedie del proprio vicino, marcendo nell’invidia o nella recriminazione.

La politica autonomista, tutt’al più, ci ha insegnato a scannarci in Sardegna per il governo o per l’opposizione italiana di turno, per decidere chi doveva essere il nostro “salvatore” italico, distraendoci dal fatto che gli unici salvatori di noi stessi potevamo e possiamo essere solo noi: noi sardi, nel momento in cui agendo per il bene della nostra terra, avendo una meta condivisa che è la costruzione di una nuova nazione, facciamo un passo avanti e iniziamo a lavorare insieme, sensatamente, fiduciosamente, amorevolmente".


Renato Soru si è presentato alle elezioni regionali del 2004 con un programma di valorizzazione dell'economia sarda, incentrato su agricoltura, artigianato, nuove tecnologie e più attento alle produzioni locali e alla salvaguardia delle tradizioni, denunciando il fatto che la politica passata avesse contribuito alla svendita del patrimonio ambientale dell'Isola dichiarando che "questi fenomeni, se meramente subiti, rischiano di consegnarci un'isola senza lavoro e senza più identità" mentre "se ben governati e affrontati con coraggio e l'impegno straordinario di tutti, rappresentano un'opportunità di sviluppo che la nostra isola non ha mai conosciuto e che oggi non possiamo sciupare". Ci può fare un'analisi di questi primi quattro anni di presidenza Soru? C'è stata davvero una svolta per la Sardegna?

"L’impegno di Renato Soru in politica ha certamente rappresentato una novità e una scossa nel panorama politico sardo. Questo è innegabile. Ed è innegabile che al momento del suo ingresso in politica, forte del suo successo personale, forte del richiamo neanche tanto subliminale alla “mitologia” di Tiscali, forte delle sue poche parole e dei suoi molti silenzi, forte della genericità e ambiguità che le parole apparentemente politiche (“osare”, “indipendenza”…) prendevano quando stavano sulla sua bocca di imprenditore e privato cittadino, forte insomma di tutto questo alone, Soru si è presentato come “uomo nuovo”.

Ed è innegabile che molti punti del suo programma - ad esempio sulla riscrittura dello Statuto, le questioni ambientali, quelle militari, ecc. – fossero interessanti. Tant’è che iRS ha spesso fatto notare un parallelismo d’azione in diversi campi e su diversi temi. Un parallelismo che, per chi ha saputo intendere e vedere, ha dato anche i suoi frutti, come ad esempio per la vicenda della base USA di Santo Stefano: mentre Soru portava la sua pressione politica nelle sedi istituzionali, iRS portava 1.000 persone davanti alla base militare americana, violando uno spazio ritenuto ormai espropriato ai sardi, ed esercitando una pressione psicologica decisiva.

Questa strana forma di “collaborazione” (tanto più strana oggi, in cui ognuno gioca sempre per il proprio potere e ci si è disabituati a vedere persone con progetti diversi che agiscono in modo momentaneamente unitario per un bene comune da raggiungere) ha avuto il suo suggello alla Festa Manna di iRS del luglio del 2006, quando Renato Soru, in veste di governatore, è intervenuto ai lavori d’apertura, davanti alle delegazioni indipendentiste provenienti da Scozia, Catalogna, Paesi Baschi, Corsica. È stato un momento alto di dibattito politico, un momento di confronto e anche scontro fra progetti diversi, ma fatto in un clima sereno, amichevole, di reciproco rispetto ed ascolto. È stato importante per iRS vedere la propria azione riconosciuta e legittimata pubblicamente ma è stata forse ancor più importante l’affermazione di Soru di voler accettare la sfida che iRS portava alla Sardegna. Riconoscimento che l’orizzonte politico in questi pochi anni, attraverso l’azione di iRS, si era andato spostando da mere questioni tecniche ad un nodo politico e culturale molto più profondo. Come confermava del resto lo stesso discorso di Soru: non a caso il giorno dopo Il Giornale di Sardegna titolava “Soru: ‘L’isola è una nazione’ ”.

Tuttavia, nonostante tutto ciò, iRS non ha mai smesso di far notare ai sardi, ma prima di tutto a Soru stesso, diverse ambiguità che minavano alla base la possibilità di una politica veramente centrata sui diritti della nazione sarda.
La prima è che Soru proponeva una politica nuova mentre salvava da morte sicura una classe dirigente vecchia. Vecchia non anagraficamente ma in quanto politicamente bloccata su un’idea di Sardegna autonoma ma non sovrana. Vale a dire, fautrice dell’autonomia proprio in quanto mezzo per gestire in loco il potere delegato dallo Stato e contemporaneamente bloccare qualunque spinta alla formazione di una politica di sovranità.

In secondo luogo l’azione di Soru è spesso partita roboante ma è altrettanto spesso finita in sordina. E questo per un motivo semplice e strutturale: l’incapacità di guardare oltre il dato amministrativo, tecnico, apparentemente efficentista e focalizzare il dato politico, legato al quadro di potere assodato, al rapporto fra Stato e Sardegna. Basti pensare ai tanti casi in cui lo Stato o la Corte costituzionale hanno cassato decisioni prese da Soru: primo fra tutti il caso della bocciatura dell’istituzione della consulta per lo Statuto. La motivazione, spesso sbandierata da Soru, di “aver giurato sulla Costituzione italiana” e dunque di non poter far altro che appellarsi alla magnanimità dello Stato e rimettersi alle sue decisioni ultime anche quando queste erano ingiuste, segna l’esatto contrario di una politica di autodeterminazione e di dignità.

Insomma, Soru nei fatti non ha mai voluto varcare il limite: una volta arrivato laddove le questioni tecniche diventavano questioni politiche si è fermato. Certo, spesso si è fermato in cambio di qualcosa (levare una base da un posto per rinforzare la presenza militare in un altro, rinunciare a dei soldi per ottenere delle competenze sulla sanità, ecc.) ma questo ha di molto ridimensionato la sua aura di politico che aveva promesso di mettere i diritti e gli interessi dei sardi sopra tutto.

L’epilogo di questa storia ambigua, quella che portava Soru a parlare in un convegno in Sardegna di “identità nazionale sarda” e il giorno dopo a Ballarò del suo essersi votato al bene del suo “Paese”, ovvero l’Italia, pare essersi scritto con la volontà di Soru di mettersi alla guida del Partito Democratico in Sardegna. Veder Soru prendere posizione da protagonista dentro quel sistema dei partiti che esplicitamente o meno, col suo ingresso in politica, aveva combattuto, ovviamente suona strano se non deludente, perlomeno per chi si aspettava da lui grandi cambiamenti.

Del resto iRS ha sempre detto di non fidarsi del richiamo delle sirene che intonano a ogni campagna elettorale il canto dell’ “identità sarda” come questione centrale, e questo per il semplice motivo che l’identità sarda, se non viene qualificata, può essere tutto e nulla. Non ci vuole molto a capirlo: una cosa è fare una politica per l’identità regionale sarda, un’altra è farla per l’identità nazionale sarda. Noi ovviamente continuiamo a camminare per la nostra strada, interessati a quello che Soru fa, anche pronti a riconoscere i meriti laddove ci sono, e fiduciosi che prima o poi anche lui, come tanti altri, diventerà indipendentista.

Tuttavia se come al momento pare Soru sceglierà di riproporre in salsa moderna l’essenza del sardismo - la “Sindrome della Brigata Sassari” – ovvero il far finta di parlare nell’interesse della Sardegna per poi in realtà chiedere ai sardi di immolarsi per salvare l’Italia o un qualche partito italiano di turno, noi non potremo fare a meno che dirlo e proporre una decisa e netta alternativa. Come sempre abbiamo fatto, continueremo a far risaltare la nostra diversità. Il nostro progetto non è quello di immolare la Sardegna e i sardi all’Italia per ottenere la concessione di qualche tozzo di pane in più, ma quello di mettere i sardi in condizione di produrre il pane che vogliono, quando vogliono, come vogliono".


 
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