Extraterrestre portami via... / n°292
Vade retro Papa
Vade retro Papa
  "Oggi laicità vuol dire pluralismo e non ha nulla a che vedere con il neutro, asettico laicismo, quell’idea malata di laicità che vorrebbe esclusa da qualsiasi riflessione pubblica la fede religiosa e chi la rappresenta. Invece proprio la ricchezza di una tradizione religiosa e l’esperienza di fede possono essere un contributo prezioso nell’argomentazione delle soluzioni ai problemi comuni" - Tiziano Torresi, Presidente della Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana).
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 

Ciò che è avvenuto all’università "La Sapienza" lo scorso gennaio, luogo di confronto e di dibattiti per antonomasia, è stato come dicono gli americani un sign of the times, un segno dei tempi. Una ruga profonda ed emblematica che solca il rapporto tra scienza e religione nel nostro Paese.

Un segno dei nostri tempi paradossale poiché in nome della libertà di espressione si è vietato l’accesso al Santo Padre che non è meramente un’autorità spirituale ma anche uno dei più stimati ed apprezzati teologi contemporanei. A “La Sapienza”, come in tutti i più grandi atenei del mondo, vengono invitate persone e personaggi dalle azioni e dalla vita discutibile. Un esempio per tutti, è stata la presenza alla Columbia University, nonostante le numerose proteste, del Presidente iraniano Ahmadinejad, nemico numero uno degli Stati Uniti d’America.

Per questo motivo abbiamo deciso di ascoltare la voce degli studenti cattolici che inaspettatamente, forse per l’effetto “foresta che cresce”, non hanno fatto molto rumore. In loro rappresentanza il presidente della Fuci (
Federazione Universitaria Cattolica Italiana) Tiziano Torresi.

Il 17 Gennaio scorso, sessantasette docenti e un centinaio di studenti hanno impedito al Papa di esprimere il suo pensiero all'Università "La Sapienza" di Roma in nome di Galileo. Qual è la vostra riflessione sulla vicenda?


"Rifletterei anzitutto sui numeri: sessantasette docenti e un centinaio di studenti. È un utile parametro per capire come in questa occasione una delle Università più grandi del mondo sia stata messa in scacco da un pugno di professori e studenti. Anche stavolta la realtà dei media ha ingigantito le espressioni delle frange più estreme ed il dibattito è finito in preda al ricatto di una minoranza, degenerazione non inusuale in Italia. Tutta la vicenda è risultata per noi essere una grave e palese contraddizione dello spirito che anima l’università, un luogo di dialogo sereno e costruttivo, di confronto dialettico delle idee e delle diverse posizioni, via privilegiata per l’educazione e la crescita della persona umana, palestra dello spirito in cui s’impara a maturare insieme agli altri, spesso anche contro gli altri, ma senza che ad alcuna voce sia preclusa la possibilità di esprimersi.

All’università, rea a nostro avviso di aver concesso copiosamente lauree honoris causa ai personaggi più strani e discutibili, non si è mai negata così platealmente e pregiudizialmente la parola a nessuno. Dopotutto è ragionevole accusare il Papa di oscurantismo utilizzando i medesimi modi dell’oscurantismo cioè rendendo impossibile la sua presenza? E non dimentichiamoci che tutto questo è accaduto con una crisi di governo ormai imminente, con il sopraggiungere di allarmanti notizie sull’economia italiana e sul sostentamento delle famiglie medie e con la sempre più manifesta impossibilità di risolvere in breve tempo ed efficacemente il dramma dei rifiuti che seppelliscono la Campania e la vita quotidiana della sua popolazione. In una parola: non aveva bisogno di questa brutta vicenda.

Non dimentichiamoci poi che Benedetto XVI è stato invitato. Si è arrivati a formulare l’invito non per una volontà estemporanea ma con un voto del Senato Accademico, organo di governo dell’ateneo. Per questo motivo ciò che è successo è gravemente scorretto anche sotto un profilo formale, oltre che sotto quello della normale cortesia. Inoltre, proprio in considerazione del principio di laicità che informa la vita universitaria, il Pontefice non avrebbe tenuto né una lectio magistralis, la quale, dovendo delineare per sommi capi le piste di ricerca per l’anno accademico, non può necessariamente essere affidata al Papa, e nemmeno avrebbe ricevuto una laurea honoris causa, come avventatamente è stato scritto da più parti.

Ratzinger avrebbe tenuto un discorso che dal punto di vista cerimoniale - e di ciò invece non si è fatta, purtroppo, notizia - sarebbe risultato esterno al rito dell’inaugurazione dell’anno accademico in sé che avrebbe preceduto il suo arrivo in ateneo. Perciò la richiesta firmata dai cosiddetti “67 scienziati” ed indirizzata al Rettore per evidenziare l’inopportunità della parola del Papa in tale circostanza reca un’inesattezza insieme alla ormai nota pesantissima svista sulla frase di Feyerabend messa a bella posta senza la minima accortezza di citarne contesto ed autore. Rimando all’abbondante serie di riflessioni su tale errore sviluppate altrove.

Quella lettera dei docenti non può essere separata dalle rumorose contestazioni del gruppo di studenti della Sapienza che, al grido di “La Scienza è laika: fuori il Papa dall’Università” ha fatto salire la tensione con desueti metodi sessantottini e degenerare la situazione. I gesti degli uni e degli altri sono uniti da due elementi; primo, il numero: docenti e studenti contestatori rappresentano una sparuta, microscopica pattuglia ingigantita dall’abnorme attenzione mediatica ricevuta e, però, anche dal preoccupante silenzio del resto del corpo docente. Secondo, l’intolleranza: la violenza intellettuale e quella fisica portano la medesima matrice ed uccidono comunque, pur con mezzi diversi, il dialogo".


La FUCI è stata il crogiolo degli intellettuali cattolici del Novecento. Da oltre cento anni rappresenta l'impegno cattolico nelle università italiane. Sentite delle responsabilità politiche riguardo la situazione che si è creata a "La Sapienza"? E' forse anche un fallimento degli studenti cattolici il fatto che il Santo Padre non abbia potuto parlare?

"Si da un immenso risalto agli strepiti, alle urla, agli striscioni, ai conflitti. Il dialogo quotidiano, paziente, attento non fa mai notizia: questo è il problema. Se i media si accorgessero del lavoro continuo che tutti i gruppi cattolici, penso alla FUCI come CL come i tanti altri, mettono nel dialogo tra le differenti posizioni all’interno dell’università, con convegni, lezioni, incontri, sarebbe chiaro che non si tratta di un fallimento. Come ho già avuto modo di dire, in tutta questa triste, spiacevole vicenda, a meno di volere leggerla con lo sguardo distorcente dei media, non ci sono né devono esserci vincitori o sconfitti.

Ma a Joseph Ratzinger una piccola eppure straordinaria vittoria va concessa: lui che tutti attendevano come il Pontefice di Roma venuto a far proseliti, ad insegnare agli infedeli la retta via, lui che avrebbe messo al rogo la gaia scienza e chi la segue, lui che avrebbe attentato alla laicità dell’università, lui – nel testo ricchissimo che ha inviato al Rettore - si è semplicemente presentato come un uomo in cammino, inquieto per la verità, motivato dalle ragioni della fede e, insieme, dell’intelligenza. Qui sta la grandezza disarmante ed incompresa di Papa Benedetto. E, anche se non doveva esserlo, la sua è stata davvero una lezione magistrale".


La condizione che si vive a "La Sapienza" di Roma, dove studenti e scienziati rifiutano, quasi detestano, la religione ed il confronto con essa, è lo specchio dell'anima delle Università italiane?

"No. Non è assolutamente vero che studenti e scienziati tout court siano avversi alla religione ed al confronto con essa e che le Università Italiane siano un covo di massoni o comunisti come piacerebbe a qualcuno dipingerle. Certo l’università nel suo insieme rappresenta un luogo difficile e delicatissimo, per l’età stessa di chi la compone primariamente cioè gli studenti, per far abitare la parola del vangelo nella vita quotidiana dei giovani, per far capire che la fede è un auspicabile accompagnamento dell’esperienza dello studio e che si può crescere e maturare come studenti ed insieme credenti. La FUCI questo lo ha sempre detto. Ma anche nelle aule studio, nei corridoi, nelle cappelle universitarie c’è un grandissimo bisogno di salvezza che deve incontrare e spesso incontra la buona volontà, la pazienza e la mitezza di chi crede. Anche gli studenti che protestavano davanti e dentro il rettorato hanno il mio stesso bisogno di salvezza!

Se noi ci rannicchiamo nei nostri piccoli e caldi nidi dei gruppi cattolici, ci riduciamo ad isole e rifuggiamo l’università; se noi non intercettiamo il loro disagio, la loro necessità di conoscere, le loro ansie e paure come luogo fecondo per far crescere il desiderio di credere rischiamo di non essere credibili nel professare la nostra fede: la pastorale universitaria comincia proprio nella paziente prossimità a chi è distante dalle nostre idee e dal nostro credo. Non avremo fatto conoscere a qualcuno Gesù ma avremo anche arricchito, proprio nel confronto reciproco, la nostra stessa esperienza di fede".


I media hanno dato ampio spazio alla "frocessione" e ad ogni dichiarazione dei contestatori. Si è anche sottolineato, però, che "poche centinaia di studenti su 130.000 hanno partecipato alla contestazione". Come mai gli studenti cattolici non sono riusciti ad organizzare una contromanifestazione in difesa della visita del Papa?

"Mi sia consentita la battuta: il Papa si difende sin troppo bene da solo! Creare steccati e trincee, utili solo ai media ed alla loro brama di cose sensazionali ed alla inesausta ricerca del conflitto, sarebbe stato solo un modo per aumentare ulteriormente la tensione. La contromanifestazione più significativa è stata una veglia di preghiera, per altro già prevista nel programma della cappella universitaria. Per chi crede la presenza del Papa sarebbe stata un importante motivo ed espressione di conforto e di fiducia della Chiesa nel lavoro pastorale e spirituale che si svolge nell’università. Proprio mantenendo quel clima è stato possibile accogliere le sue parole e sentirlo comunque vicino".

Come ha potuto spiegare ad un suo collega straniero di un'organizzazione omologa alla sua il fatto che proprio a Roma il Papa non ha diritto di parlare liberamente all'Università?

"Il problema è la laicità dello Stato, nodo pericolosamente irrisolto nella storia d’Italia ed altrove apparentemente incomprensibile. Emerge con virulenza ridestando tensioni di foggia ottocentesca. Altrove, penso al caso francese con le idee di riforma della legge del 1905 del Presidente Nicolas Sarkozy o al dibattito nella Spagna di Zapatero non è vero che vi sia una pacifica accettazione della “sana” laicità.

In Italia, per il forte radicamento della chiesa cattolica nella società e per la presenza della Sede Apostolica (si pensi ovviamente alla complessa vicenda storica che si è consumata in merito) il problema è più articolato. Oggi laicità vuol dire pluralismo e non ha nulla a che vedere con il neutro, asettico laicismo, quell’idea malata di laicità che vorrebbe esclusa da qualsiasi riflessione pubblica la fede religiosa e chi la rappresenta. Invece proprio la ricchezza di una tradizione religiosa e l’esperienza di fede possono essere un contributo prezioso nell’argomentazione delle soluzioni ai problemi comuni.

È necessario approfondire la comprensione del rapporto “mondo/chiesa”, scoprendo quale è l’apporto specifico che da cristiani possiamo offrire alla comune ricerca della verità, pensando la convivenza sociale, un ethos condiviso, contemplando una pluralità possibile di ragioni e praticando un’apertura e recezione reale verso di esse. Bisogna analizzare la sfida del promuovere uno Stato laico che rispetti il valore delle coscienze, garanzia per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo culturale e religioso, lo sforzo di garantire spazi pubblici democratici di riflessione, di dialogo, di incontro. È una riflessione che per noi fucini di oggi vuol dire poter scegliere di vivere la laicità, connaturata all’esperienza cristiana, come capacità di assumere fino in fondo le logiche del mondo di cui siamo parte e che l’università ci sta preparando a vivere".


Per la vostra storia e per la capillarità sul territorio, la FUCI è anche un attento osservatorio sociale del mondo universitario. Ci può fare il punto sullo stato della nostra Università?

"L’analisi sullo stato di grave degrado dell’università non è facilmente riassumibile ma deve sicuramente tenere conto sia del livello culturale ed intellettuale del sapere universitario sia della didattica. L’università è ormai un “fenomeno di massa”. Ma come si è conciliato ciò con il mantenimento di un livello alto ed esigente dello studio? Come negare che oggi nelle università si indugia su logiche di mero marketing e di lotta tra chi “produce” più laureati? Che fine fa la qualità degli studi ed il rapporto intergenerazionale tra docente e discente? La cosa non migliora se guardiamo alla sistemazione della didattica, fatta di esami frequenti e frammentati, corsi spesso ridottissimi, la preoccupante deriva parcellizzante della logica dei crediti e soprattutto l’idea della professionalizzazione, pur promettente, ma che rischia, se fine a se stessa, di far degenerare lo studio.

Come ho già detto, dalla vicenda emerge l’idea di una università che invece di privilegiare il dialogo tra le parti è terreno di scontro tra fazioni attente a rivendicare la superiorità del proprio pensiero, rifiutando un contraddittorio ed eludendo la logica della dialettica. La ragione è proprio nella mancanza di un tempo e di uno spazio per il discernimento serio e motivato, per lo studio, per la crescita personale da cittadini e professionisti. Lo stesso associazionismo universitario, un tempo palestra fiorente di laici e credenti impegnati, è in affanno per l’evidente carenza di tempo da dedicare a tutto ciò. Dopo la vicenda della Sapienza, oltre ogni polemica, davvero è richiesta da parte di tutti coloro che ne sono responsabili una coraggiosa e globale presa di coscienza sullo stato dell’università italiana, sui fondi che le vengono destinati, sullo status della didattica, sulla rilevanza che oggi ha nella formazione della classe dirigente".


Nel vedere l'acredine e la violenza dei contestatori de "La Sapienza", sembra che ci sia nell'università il bisogno di rimarcare in ogni modo la spaccatura tra «fede» e «ragione», tra «illuminismo» (quello degli "scienziati") e «oscurantismo» (quello "cattolico"). Come ci si sente ad essere "gli oscurantisti"?

"Come ho già detto non è ragionevole accusare di oscurantismo praticando oscurantismo. Come nascondere la sterilità dell’argomentazione che la Chiesa non deve essere presente nel dibattito civile e politico, condivisa di certa parte del mondo laico? Sicuramente la Chiesa Cattolica deve operare una sapiente e fine presenza nel dibattito, senza mai incedere a posizioni nette ed escludenti. Ma da parte di chi professa la propria atea laicità quale serio, motivato, profondo contributo intellettuale proviene? Ci sono voci autorevoli ed interlocutorie, ma quanti pregiudizi! La vicenda della Sapienza palesa il nodo che si stringe attorno a queste domande: si critica l’invito del Papa fondamentalmente perché egli è colpevole di sostenere l’affermazione: “la scienza non salva l’uomo”.

Però il Papa ha argomentato e giustificato questa affermazione, si pensi alla riflessione contenuta nell’ultima enciclica Spe Salvi. Perché coloro che la criticano non si impegnano a giustificare l’opposta teoria: la scienza salva? L’impegno in università è allora – cito da qui in poi le parole che il Papa ha rivolto alla FUCI nel Novembre scorso – la convinta testimonianza della “possibile amicizia” tra l’intelligenza e la fede, che comporta lo sforzo incessante di coniugare la maturazione nella fede con la crescita nello studio e l’acquisizione del sapere scientifico.

In questo contesto acquista significativo valore l’espressione a voi cara: “credere nello studio”. In effetti, perchè ritenere che chi ha fede debba rinunciare alla ricerca libera della verità, e chi cerca liberamente la verità debba rinunciare alla fede? E’ invece possibile, proprio durante gli studi universitari e grazie ad essi, realizzare un’autentica maturazione umana, scientifica e spirituale. “Credere nello studio” vuol dire riconoscere che lo studio e la ricerca – specialmente durante gli anni dell’Università – posseggono un’intrinseca forza di allargamento degli orizzonti dell’intelligenza umana, purché lo studio accademico conservi un profilo esigente, rigoroso, serio, metodico e progressivo. A queste condizioni, anzi, esso rappresenta un vantaggio per la formazione globale della persona umana, come efficacemente ebbe a dire il beato Giuseppe Tovini: “Con lo studio i giovani non saranno mai poveri, senza lo studio non saranno mai ricchi”".


Come si pone la FUCI riguardo alla ricerca universitaria su le cellule staminali embrionali e in generale la genetica? Avete previsto delle forme di obiezione di coscienza?

"So che alcuni gruppi FUCI si stanno interrogando in merito alle recenti vicende e agli sviluppi della ricerca. Recentemente si è svolto un convegno promosso dalla FUCI di Pompei sull’eutanasia che ha coinvolto nel dibattito aspetti problematici della scienza bio-giuridica. La bioetica è terreno particolarmente importante in cui esprimere il nostro amore alla vita ed alla persona umana sia con la presenza nella discussione sia nell’azione concreta e credo che l’obiezione di coscienza possa rappresentare uno strumento giustificabile. Dedicheremo parte della riflessione della prossima assemblea federale, in primavera, a questo tema, cui siamo molto sensibili".

La Federazione Universitaria Cattolica Italiana ha più di cento anni. Quali sono le sfide della vostra organizzazione per questo inizio di terzo millennio?

"Negli ultimi anni come FUCI abbiamo intrapreso un cammino di riflessione sui numerosi problemi dell’università con particolare riferimento al mutamento radicale imposto dalla riforma del cosiddetto 3+2 al mondo accademico nelle sue diverse componenti, ritmi, saperi ed il cambiamento del mondo universitario impone delle considerazioni di fondo alla proposta di fede che formuliamo in questo ambiente. Nella forza della sua storica tanto significativa per il Paese, la FUCI vuole continuare ad essere proposta di crescita intellettuale, intercettare le attese dei giovani nel difficile, eppure paurosamente scontato, passaggio odierno dalla scuola superiore all’università, essere un aiuto serio e valido a discernere la straordinaria importanza della scelta universitaria nella vita di ciascuno, a leggere i segni, le paure e gli entusiasmi di una propria specifica, personale vocazione alla vita adulta, ponendo allo studente la domanda di senso della formazione universitaria, essere palestra di laicità e di cittadinanza.

La FUCI vuol essere un luogo in cui si educa la mente a pensare in maniera nuova, originale, creativa, propositiva sulla Chiesa e sulla società individuando sentieri percorribili per il futuro dei giovani, della Chiesa, del Paese e senza la paura della fatica del pensare".


 
  pagine: uno