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«Criticare E.T. in termini ordinari è come criticare le tecniche di struttura dell'Iliade, le motivazioni dei personaggi di Cenerentola o la zoologia di King Kong. Come loro E.T. è passato nell'universo delle mitologie, dove contano solo le leggende». Con questo giudizio il “The Times” attesta la leggenda che avvolgerà la fiaba di “E.T. l’extra-terrestre” fin dalla sua prima apparizione nelle sale cinematografiche, nel 1982. (*)
Steven Spielberg inizierà le riprese solo un anno prima, anche se già da tempo aveva in mente di voler girare un film incentrato sull’amicizia.
E.T. non è semplicemente un film di fantascienza ma piuttosto un excursus, romanzato, dell’infanzia dello stesso regista. Dopo il divorzio dei propri genitori, infatti, Spielberg immaginava come amico un alieno e questi ricordi riemergeranno durante le riprese de “I predatori dell'arca perduta”. Cominciò così a parlarne con la moglie di Harrison Ford, Melissa Mathison, sceneggiatrice e prima fan del progetto. La Mathison cominciò a lavorare su una bozza scritta in precedenza, intitolata Night Skies, stravolgendola però completamente. Ciò piacque molto a Spielberg, che infatti la considerò perfetta.
L’alieno E.T. comincia così a muovere i suoi primi passi a Hollywood, anche grazie al genio di Carlo Rambaldi. È merito suo se il piccolo alieno, abbandonato sulla Terra e divenuto amico di Elliot, avrà il successo che ha ottenuto, commovendo intere generazioni.
«Questo non è semplicemente un buon film. È uno di quei film che spazzano via i nostri timori e conquistano il nostro cuore» (*) , commenterà il famoso critico cinematografico Roger Joseph Ebert, premio Pulitzer nel 1975.
Una storia d’amicizia senza tempo, che superò come incassi il già famosissimo “Guerre Stellari” e che aprì a Spielberg la strada per pellicole più personali, imperniate soprattutto sulle emozioni e i valori umani, come “Schindler's List”, “Amistad” e “Il colore viola”.
La storia di E.T. l’extra-terrestre racconta l’incontro tra il bambino Elliot e il piccolo alieno alto poco più di un metro, con collo telescopico e il volto a metà tra Carl Sandburg, Albert Einstein ed Ernest Hemingway, a cui si ispirò Rambaldi quando cominciò a immaginare l’amico spaziale. Lo stesso Spielberg era molto ansioso riguardo la rappresentazione di E.T., poiché voleva “qualcosa di speciale...non un alieno qualsiasi. Doveva essere qualcosa di anatomicamente diverso, in modo che il pubblico non pensasse che quello fosse un nano in una tuta”. (*)
L’impatto emotivo fu talmente grande, che il film venne proiettato addirittura all’ONU, che ne fu talmente entusiasta da insignire Spielberg con una medaglia della pace.
Insomma, E.T. riuscì ad arrivare al cuore di milioni di persone, e non c’è neanche troppo da stupirsi visto che Spielberg è spesso regista, è proprio il caso di dirlo, di varie tecniche di sperimentazione sul controllo mentale.
Qualche anno prima, infatti, introdusse nel già citato film “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” una scena che descrive il programma segreto che in quegli anni Hollywood sperimentò per controllare pensieri e razionalità degli spettatori, basato su una connessione tra particolari colori, suoni, parole e idee. Nel film del 1977 un essere umano insegnerà ad un alieno come poter comunicare con lui, e cioè attraverso un sintetizzatore in grado di accoppiare delle note musicali ai colori che lampeggiavano sull’astronave.
Anche nel più recente “Minoriry Report”, Spielberg sembra descrivere alcune pratiche che il governo americano sta sperimentando, come la “Universal Biometric Card”, un biochip in grado di reperire tutte le informazioni riguardanti l’individuo.
D'altronde, la fantascienza non è fantasia, ma la raffigurazione di una possibile realtà.
Fonti:
(1) http://it.wikipedia.org/wiki/E.T._l'extra-terrestre
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