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A dire il vero, non mi ricordo esattamente quando questa storia è cominciata. Credo sia stato quell’anno nel quale mia moglie partecipava agli incontri dell’associazione “Donne Dire e Fare”. Un giorno mi ha detto: “Senti, c’è questa specie di associazione che si chiama Banca del Tempo nella quale, credo, si fanno dei corsi d’italiano (in quell’epoca pensavo seriamente di mettermi a studiare l’italiano), ma ci sono anche tante altre cose, si può partecipare...non costa niente...”.
E così mi sono ritrovato in un’affollatissima riunione presieduta da Laura, che ha dato inizio a quest’avventura che prosegue tuttora. Ci hanno spiegato cos'era la Banca del Tempo e come il tempo disponibile (ossia libero) si poteva intercambiare: tu dai un’ora qui, e qualcun altro ti darà un’ora dopo, ognuno nella sua specialità.
Infatti per me, banchiere dello sviluppo, non è stato difficile capire il funzionamento del sistema. Da una parte, mi bastava pensare nel pragmatico “time is money” degli statunitensi. Dunque, se il tempo è denaro si può prestare e rimborsare vicendevolmente. Da un’altra parte, mi ricordava anche le “mingas” del Sudamerica, ossia il sistema d’intercambio di lavoro che funziona a tutt'oggi in moltissime comunità rurali del Sudamerica, nelle quale ognuno dei membri assume collettivamente l’impegno di lavorare per un bene comune (per esempio riparare un canale, o anche aiutare a costruire o riparare la casa di un vicino), nell’ipotesi sottintesa che il lavoro effettuato da me, mi sarà restituito dopo, quando sarò io ad avere bisogno.
Insomma, mi sono iscritto e mi hanno consegnato una specie di libretto degli assegni, ognuno dei quali doveva servirmi per “pagare” i servizi ricevuti dagli altri membri della banca, i quali a loro volta avrebbero consegnato i loro “assegni” quando io effettuavo, a mia volta, un servizio.
Così, dopo circa venti anni che vivevo in Italia, per la prima volta, mi sono sentito veramente integrato in questo Paese. È questo senza dubbio il valore più alto che posso attribuire personalmente a quanto ho ricevuto, e a quanto ho dato in tutti questi anni, alla Banca del Tempo. Ho avuto il piacere di conoscere tantissime persone generose: con Giuseppe ho imparato qualcosa di solfeggio, con Antonietta e con Mario ho praticato il mio inglese, con alcuni abbiamo fatto, anche, alcuni incontri di conversazione in francese. Ci sono state visite guidate e gite nei dintorni di Roma. Tante volte ci siamo ritrovati insieme per mangiare e i momenti intorno ai tavoli sono sicuramente tra i più piacevoli nei miei ricordi.
Da parte mia ho impartito qualche lezione di computer e di spagnolo ed ho avuto anche occasione di fare un paio di seminari sui temi relativi alla nostra cultura. In ciascuno di questi corsi, c’è sempre un gruppo amichevole di persone, che mi permette di espandere il circolo delle amicizie, facendo sì che ogni volta mi senta più a mio agio nella comunità. Insegnare la lingua, ci permette inoltre di intercambiare culture. Leggiamo e ascoltiamo poeti e scrittori spagnoli, ma soprattutto (sarà una mia deformazione culturale) delle nostre terre americane, ed è piacevole e soddisfacente anche vedere come i miei “allievi” (miei amici) progressivamente si impadroniscono della lingua straniera.
Così abbiamo ascoltato e letto da Neruda a Machado, da Castro a Dario, da articoli di giornale a Francisco Coloane, che nei suoi racconti sulle grandi distese della Patagonia, ha risvegliato la nostra immaginazione giovanile. Tra gli intercambi culturali riusciti, non posso dimenticare, per esempio, Milena e suo figlio, che hanno voluto imparare in spagnolo uno dei brani della Cantata Santa María de Iquique, per leggerla in pubblico in una delle feste di fine d’anno.
Ma nella realtà, non è che le cose abbiano funzionato esattamente come previsto. Come succede sempre nei processi sociali, la dinamica dei gruppi ha modificato parzialmente il disegno originale, facendolo meno burocratico, ma allo steso tempo molto più agile e credo anche più colloquiale e amichevole. I gruppi si incontrano e si scambiano conoscenze e abilità e alla fine abbiamo sia un dare che un avere in un processo che va molto più in là dalla semplice contabilità, perché implica anche la soddisfazione personale del dare e del ricevere come fatto sociale.
Come nelle vecchie “mingas” delle Ande, il tempo (ossia il lavoro) effettuato e il tempo ricevuto non si contano in numeri di ore, ma semplicemente “si fa” (è vero che dobbiamo sempre riempire il foglio presenze ma, mi sembra, questo è piuttosto un fatto convenzionale, importante, credo, per quelli che ci sostengono, cioè il Comune). Così si costituisce una rete di conoscenze e di amicizie ed oltre a questo c’è la stima e la conoscenza reciproche, nelle nostre differenze e nelle nostre diversità culturali.
Questo non soltanto per il fatto che io sono nato in un paese straniero, ma anche perché ognuno di noi si porta dietro una storia diversa di lavoro e di formazione che rappresenta un fattore di arricchimento per tutti. In tal modo, il musicista insegna al tecnico, lo scrittore alla casalinga e l’ingegnere allo storico. Non è possibile concludere questo breve ricordo del mio viaggio quasi quotidiano nella Banca del Tempo del XI Municipio senza segnalare la gentile amicizia e cordialità delle persone che in maniera più o meno volontaria, ci lavorano. Laura senza dubbio, ma anche la cara Lucia, sempre disponibile, Grazia, Ada, Annamaria e sicuramente altre che non ricordo, anche se non vorrei che qualcuna si sentisse dimenticata da me.
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