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Erano i primi anni della Guerra Fredda, ormai anche l’Unione Sovietica aveva la bomba atomica (1949), in Occidente forse più che in Oriente si temeva un imminente Terza Guerra Mondiale, che avrebbe avuto un potenziale distruttivo mille volte superiore a quello dell’ultima. Ma entrambe le superpotenze erano probabilmente consapevoli di non poter prevalere l’una sull’altra, come sottolinea lo storico Hobsbawam e quindi «fino agli anni ’70 questo tacito accordo nel considerare la Guerra Fredda come una sorta di Pace Fredda resse bene». (4)
Stalin era consapevole della reale condizione del suo Paese, sapeva che la carta vincente dell’Unione Sovietica risiedeva nell’enorme sforzo bellico che aveva compiuto durante la Seconda Guerra Mondiale e che, proprio in virtù di questo, non bisognava “riaprire Yalta” ritrattando le concessioni che aveva ottenuto all’epoca di Roosevelt e Churchill. La situazione mondiale si mantenne quindi sostanzialmente immutata fino alla morte di Stalin avvenuta il 5 marzo del 1953.
Pochi mesi dopo ecco diventare segretario del Partito centrale l’ucraino Nikita Chruŝĉëv, il quale si rese subito conto che la politica economica, indirizzata soltanto verso la produzione di armamenti pesanti, non poteva continuare così e che bisognava produrre anche beni di consumo e incrementare la produzione agricola per una popolazione che appariva stremata dagli ultimi quindici anni.
Il nuovo Segretario passò poi alla politica estera e cercò il riavvicinamento con la Jugoslavia di Tito, allontanata ai tempi Stalin che aveva condannato il modello socialista jugoslavo, e con la Cina di Mao.
Chruŝĉëv iniziò poi progressivamente a svuotare i gulag: prima i detenuti per crimini economici, poi donne e bambini, poi prigionieri di guerra. In totale furono più di un milione le persone che vennero liberate. Ma il grande passo in avanti si ebbe con l’apertura del XX congresso del PCUS tenuto davanti ai rappresentanti dei 55 partiti comunisti legati a Mosca. Il nuovo Segretario parlò di “un culto della personalità” che era contrario all’ideologia comunista, parlò di distensione e di lotta parlamentare che i partiti comunisti europei dovevano attuare nei loro Paesi d’origine.
Ma il 26 febbraio 1956, a porte chiuse e in presenza dei soli delegati sovietici, lesse il “Rapporto segreto”: Chruŝĉëv denunciava le pratiche staliniste come “metodi di istruttoria illegali”, che avevano portato a confessioni false molti cittadini e comunicava l’esistenza di un “testamento di Lenin”, sempre negato dal Partito fino a quel momento, smontando la figura di uno statista che non era stato affatto il grande capo militare di cui si diceva, bensì il responsabile delle disfatte del 1941 e del 1942. (5)
Alla fine del Congresso venne deciso di stampare il rapporto segreto e di renderlo noto a tutti i cittadini sovietici. La “destalinizzazione” ebbe ripercussioni non soltanto in Occidente, dove a marzo il New York Times pubblicava la famosa relazione segreta, ma soprattutto nei Paesi dell’Est. In Polonia ci fu una ribellione che, attraverso la mediazione del cardinale primate Stefan Wyszynski, si concluse pacificamente, con qualche concessione alla chiesa cattolica polacca e la liberazione del leader comunista antistalinista Wladislaw Gomulka.
Ma in Ungheria la situazione fu completamente diversa. Iniziarono numerose manifestazioni popolari che chiedevano la sostituzione della vecchia classe politica, gli studenti manifestavano nelle piazze di Budapest contro Mosca, il nuovo leader Nagy parlava di uscita dal patto di Varsavia, neutralità dell’Ungheria, ingresso in politica di partiti non comunisti e libertà per la chiesa cattolica.
La risposta sovietica non si fece attendere e il 3 novembre i carri armati invadevano Budapest. I “fatti d’Ungheria” provocarono più di un ripensamento tra gli intellettuali comunisti occidentali e più d’uno da quel momento rinunciò alla sua tessera di partito. L’Unione Sovietica uscita dal XX Congresso era disposta a delle aperture, ma non certo ad una negazione di se stessa e delle sue prerogative.
Il 3 novembre del 1957 l’Urss lanciò il primo satellite artificiale nello spazio e il 12 settembre 1959 inviò sulla luna un razzo sovietico. L’impressione che ebbe sul mondo occidentale la conquista dello spazio da parte dei sovietici fu enorme e, sulla scia di questo sbigottimento generale, alla fine di settembre Chruŝĉëv si recò in visita negli Stati Uniti ed ebbe numerosi incontri a Camp David con il presidente Eisenhower, in quell’occasione si decise di fare un conferenza internazionale a Berlino. Ma la conferenza saltò, perché poco prima della data d’inizio l’Urss abbatté un aereo-spia americano.
Intanto il vento in America stava cambiando, alle elezioni presidenziali vinse il quarantenne Kennedy «il più sopravvalutato presidente americano del nostro secolo» (6), che voleva inaugurare sia in politica interna che estera una “ Nuova frontiera” . La politica estera di Kennedy non seguì le orme della precedente amministrazione, il neopresidente decise di appoggiare una spedizione di anticastristi nella comunista Cuba. Lo sbarco fallì, ma la notizia provocò una rottura con l’Unione Sovietica: a Berlino l’incontro dell’agosto 1961 tra Kennedy e Chruŝĉëv non permise alcun passo in avanti.
Pochi mesi dopo quell’incontro, al fine di fermare il flusso migratorio continuo tra Berlino est e ovest, l’Unione Sovietica decise di costruire un muro militarmente controllato che impedisse la fuga dei cittadini della Repubblica Democratica tedesca. La tensione tra le due superpotenze arrivò al culmine il 16 ottobre 1962 quando Kennedy denunciò al mondo l’installazione sovietica di testate missilistiche in grado di raggiungere gli Stati Uniti.
La risposta americana fu un blocco navale attorno all’isola che impedisse l’arrivo di altre materiale bellico. Erano i giorni della “crisi cubana” e il mondo assisteva esterrefatto a quello che sembrava l’inizio di un terzo conflitto atomico mondiale. Chruŝĉëv decise di fare un passo indietro: promise di smantellare gli armamenti sovietici in cambio della promessa statunitense di non appoggiare rivolte contro Fidel Castro.
Il giovane presidente americano venne assassinato nel 1963, mentre il leader sovietico venne estromesso dai vertici del Partito. Il 15 ottobre comparve sui giornali sovietici un comunicato che asseriva che "era stata esaudita la richiesta di N. Chruŝĉëv di essere liberato dai suoi obblighi di Primo Segretario…". In realtà, come pubblicherà giorni dopo la “Pravda”, il Segretario era stato estromesso perché aveva avuto «stile personale di direzione, soggettivismo, iniziative disordinate, precipitazione, infantilismo,vanteria, fraseologia, ignoranza della realtà, disprezzo delle masse». (7)
La guida del partito passò così al conservatore Leonid Brežnev che resterà al potere fino al 1982, anno della sua morte. Si parla di questo ventennio come de “gli anni della stagnazione”. Dal tentativo di rinnovamento inaugurato da Chruŝĉëv, si passava ad una nuova ondata repressiva e ad una limitazione di quelle timide libertà che erano venute fuori dal XX e dal XXII Congresso.
Se Chruŝĉëv aveva consentito una certa libertà di espressione con la pubblicazione del romanzo “Una giornata di Ivan Denisoviĉ”, in cui Solženicyn aveva descritto la giornata tipo di un contadino deportato in un gulag, con Brežnev si ritornò ai tempi dell’oscurantismo stalinista e ogni tipo di libertà venne soppressa. Ormai per gli scrittori sovietici dissidenti si erano riaperti i tribunali e le pene inflitte erano pesanti e a volte prevedevano addirittura l’internamento in ospedali psichiatrici come ai tempi di Stalin. Ogni tanto arrivava qualche libro occidentale sottobanco, allora la gioventù degli anni sessanta e settanta lo ricopiava a mano oppure lo divideva in più parti, tentando di vedere cosa c’era oltre quel muro che era stato innalzato tra Occidente e Oriente.
In politica interna Brežnev non era disposto ad alcuna concessione così, quando in Cecoslovacchia prese vita una stagione di dibattiti, confronti, aperture politiche, da parte del nuovo Segretario del partito comunista Alexander Dubĉek, furono ancora una volta i carri armati sovietici a mettere fine a quella che era stata definita “la Primavera di Praga”. Era il 21 agosto 1968: l’Unione Sovietica e i suoi dirigenti erano intervenuti tempestivamente perché temevano che le idee cecoslovacche potessero contagiare anche gli altri Paesi comunisti.
Per quanto riguarda l’economia, l’Urss continuò a concentrarsi sull’industria pesante, la difesa, lo sviluppo del settore energetico in Siberia e, soltanto in ultimo, l’agricoltura. L’intenzione della classe dirigente era cercare di “esportare” all’estero le eccedenze energetiche vista la grande richiesta di energia che si ebbe dopo la crisi del 1973 e di migliorare e innovare la produzione interna grazie alla tecnologia straniera importata.
Infatti, nel maggio del 1972, c’era stato l’incontro a Mosca tra il Presidente americano Nixon e il Segretario sovietico Brežnev e, dopo una trattativa non facile, era stato firmato l’accordo SALT (Stategic Arms Limitation Treaty). L’accordo prevedeva una reciproca riduzione dell’arsenale nucleare e una collaborazione commerciale tra le due superpotenze. In virtù di ciò, gli Stati Uniti si impegnavano a fornire aiuti economici all’Unione Sovietica.
Ma quanti credevano ad una distensione ormai ben avviata tra Usa e Urss si dovettero ricredere. L’Unione Sovietica, infatti, non aveva alcuna intenzione di abbandonare la sua proverbiale politica espansionistica. Così nel 1979 invase l’Afghanistan per dare sostegno ai militari socialisti che tentavano di instauravi un regime comunista. Gli Stati Uniti risposero a questa nuova offensiva sovietica disertando i giochi olimpici di Mosca del 1980.
Il 10 novembre del 1982 moriva Brežnev, il grande protagonista dell’ultimo ventennio. La dirigenza sovietica voleva un conservatore e quindi elesse prima Jurij Andropov, ex capo della polizia segreta, che però morì due anni dopo e in seguito Konstantin Ĉernenko, ma anche lui morì dopo appena un anno. Riuscì quindi a imporsi il cinquantacinquenne Michail Sergeeviĉ Gorbaciov, nominato segretario il 5 marzo 1985.
Gorbaciov comprese a pieno la situazione in cui versava un Paese ormai stremato dalla rinnovata corsa agli armamenti che la politica del nuovo Presidente americano Reagan con il suo scudo spaziale aveva imposto. Le sue parole d’ordine divennero: glasnost (trasparenza), uskorenie (accelerazione) e perestrojka (ristrutturazione). La prima indicava una generale trasparenza nei confronti della società russa, la seconda indicava l’accelerazione in un campo economico riformato e la terza indicava una totale ristrutturazione sia politica che economica. Ma per applicare questa riforma sostanziale era necessario allentare le spese per gli armamenti e destinare più risorse economiche per la produzione di beni di consumo, quindi per il nuovo Segretario la soluzione era raggiungere un accordo con gli Stati Uniti.
Incominciarono gli incontri tra Reagan e Gorbaciov, nel novembre del 1985 erano a Ginevra, nell’ottobre del 1986 erano a Reykjavíc e infine nel dicembre del 1987 erano a Washington. Fu proprio in quest’ultima sede che venne deciso lo smantellamento di tutti i missili tattici europei. Secondo Hobsbawm col vertice di Washington si concluse l’era della Guerra Fredda. L’Unione Sovietica rimase in piedi fino al 1991, poi ci fu la sua disintegrazione e dalle sue ceneri nacque la Comunità degli Stati Indipendenti.
La Guerra Fredda, la cortina di ferro dietro alla quale si era celata l’Unione Sovietica, gli aveva permesso di sopravvivere indisturbata per più di quarant’anni. «Fu l’interazione dell’economia di tipo sovietico con l’economia mondiale capitalista a partire dagli anni ’60 in poi che rese vulnerabile il socialismo. Quando i capi socialisti negli anni ’70 scelsero di sfruttare le nuove risorse disponibili sul mercato mondiale…invece di affrontare il grave problema di riformare il loro sistema economico si scavarono la fossa…Il paradosso della Guerra Fredda è stato che ciò che sconfisse e alla fine distrusse l’URSS non fu lo scontro, ma la distensione». (8)
Note:
1) N.WERTH, Storia della Russia nel novecento, il Mulino Urbino 2000., pag. 291-292.
2) Esercito tedesco
3) WERTH , op.cit.,362.
4) E.HOBSBAWAM, Il secolo breve, Bur Milano 2000, pag. 270.
5) WERTH , op.cit., pag. 470.
6) HOBSBAWAM, op.cit, pag. 287.
7) WERTH, op.cit., pag.511.
8) HOBSBAWM, op.cit. pag. 296.
Bibliografia:
E.HOBSBAWAM, Il secolo breve, Bur Milano 2000
N.WERTH, Storia della Russia nel novecento, il Mulino Urbino 2000
A.GIARDINA,G.SABBATUCCI,V.VIDOTTO, Profili storici dal 1900 ai giorni nostri, Laterza Roma-Bari, 1997
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