A ja ljublju SSSR / n°290
C'era una volta la Russia
C'era una volta la Russia
  "Fu l’interazione dell’economia di tipo sovietico con l’economia mondiale capitalista a partire dagli anni ’60 in poi che rese vulnerabile il socialismo. Quando i capi socialisti negli anni ’70 scelsero di sfruttare le nuove risorse disponibili sul mercato mondiale…invece di affrontare il grave problema di riformare il loro sistema economico si scavarono la fossa…Il paradosso della Guerra Fredda è stato che ciò che sconfisse e alla fine distrusse l’URSS non fu lo scontro, ma la distensione" - E. Hobsbawam (Il secolo breve, edizioni Bur)
di Mariaelena Prinzi / foto tratta da blogdemagog.com
 

Era il 21 gennaio del 1924 quando Lenin, capo indiscusso della Rivoluzione d’Ottobre, moriva lasciando un futuro incerto alle sue spalle. Il leader, presagendo le feroci lotte che si sarebbero scatenate alla sua morte per la successione alla guida del partito, aveva cominciato a dettare nel mese di dicembre alla sua segretaria quello che definiva il suo “diario”, ma che in realtà era il suo testamento.

Qui tracciava rapidamente i ritratti dei vari candidati alla successione: Stalin come Segretario del Comitato Centrale, Trockij, capo dell’Armata Rossa, e poi Bucharin, Kamenev e Zinov’ev. Stalin non era comunque tra i preferiti, definito come “grossolano” e per questo Lenin ne consigliava la rimozione dall’incarico di Segretario Generale. Ma il testamento non venne pubblicato e Stalin, una volta preso il potere, ne divulgò solo alcuni stralci in un suo articolo. Bisognerà aspettare il 1956 per vederne la pubblicazione integrale su una rivista sovietica.

Iosif Visarionovič Džugaŝvili, meglio conosciuto come Stalin, incominciò così la sua rapida ascesa. Tutti i suoi avversari reali o presunti venivano prima espulsi dal partito e poi, in alcuni casi, eliminati fisicamente. Emblematici è il caso di Kirov, Segretario del partito a Leningrado, morto misteriosamente in un attentato del 1934 e il caso di Trockij, che morirà per mano di un agente stalinista a Città del Messico nel 1940.

Tra il 1932 e 1933 iniziarono i primi processi contro tecnici e intellettuali della vecchia guardia rivoluzionaria, poi nel 1936-1937 si passò ai vari leader come Bucharin, Kamenev e Zinov’ev. I processi erano sommari, gli imputati finirono per confessarsi rei di crimini quali “il tradimento del popolo” e la “connivenza con lo straniero” a causa della pesantezza delle persecuzioni carcerarie. Contemporaneamente a questo grande processo di epurazione, Stalin decise che era arrivato il momento di “stalinizzare la memoria”: la storia diventò una materia plastica da rimaneggiare a proprio piacimento. Nel marzo del 1935 vennero ritirate dalle biblioteche e dalle scuole le opere di Kamenev, Zinov’ev e Trockij e di altri intellettuali con la scusa che erano ormai testi sorpassati.

Alcuni mesi dopo Stalin fece pubblicare sui manuali di storia utilizzati dagli studenti russi le sue “Osservazioni”. «Queste Osservazioni…fondavano una nuova storia, la cui funzione primaria era legittimare il potere di Stalin, che impersonava il partito, il quale era incarnazione del proletariato, che incarnava a sua volta l’idea del progresso. Attraverso la falsificazione e la selezione dei fatti si imponeva l’idea di un'unica filiazione: Marx, Engels, Lenin, Stalin». (1)

Con la supremazia di Stalin aveva vinto la tesi della “Rivoluzione in un solo Paese” contro la tesi trockijsta de “la rivoluzione permanente”. L’Unione Sovietica sarebbe diventata il modello di Paese socialista al quale si sarebbero ispirati gli altri paesi: gli obiettivi erano incrementare la produzione nell’industria pesante e accentuare la produzione agricola, evitando il problema dei rifornimenti di viveri delle città e permettendo una reale crescita anche in quel settore. Le campagne, infatti, erano state “collettivizzate”, già nel 1929 Stalin aveva stabilito la «liquidazione dei kulaki in quanto classe». Mentre i kulaki dissidenti che non volevano cedere la loro terra e i loro beni erano stati deportati nelle regioni inospitali del grande nord, Urali, Siberia, Kazachistan.

Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, l’Unione Sovietica appariva quindi un Paese nel quale si dava la priorità assoluta alla produzione di fonti energetiche e di materie prime e si relegava in second’ordine la produzione di beni di consumo per la popolazione. Questi anni furono caratterizzati da grandi flussi migratori da una campagna collettivizzata, dove ormai si erano irrimediabilmente spezzati legami e tradizioni di un tempi, verso una città che reclamava gran voce operai per far progredire il settore industriale.

Sul fronte internazionale si assistette all’ “avvicinamento” tra la Germania hitleriana e la Russia stalinista sancita dal “Patto del Diavolo”: il 23 agosto 1939 veniva firmato il patto di non aggressione reciproca di durata decennale tra il Ministro degli esteri tedesco Ribbentropp e quello russo Molotov. Il protocollo segreto prevedeva la spartizione della Polonia in caso di conflitto e la possibilità per L’Unione Sovietica di annettersi Estonia, Lettonia e Lituania. Otto giorni dopo Hitler ordinò all’esercito tedesco di invadere la Polonia: era ufficialmente cominciata la Seconda Guerra Mondiale, una guerra che sembrò sancire fino al 1941 l’imbattibilità della Wehrmacht (2) e un relativo equilibrio tra Germania e Urss.

Ma le cose incominciarono a cambiare il 22 giugno 1941 quando Hitler diede l’ordine di dar inizio all’ “operazione Barbarossa”, ovvero la conquista dell’Unione Sovietica. Stalin si era rifiutato di credere alle numerose informazione che, sin dall’inizio del 1939, gli erano giunte su un imminente attacco tedesco ai danni dell’Urss. Il capo sovietico rifiutò fino all’ultimo momento di ordinare lo stato d’allarme e di dare l’ordine di contrattaccare. Soltanto dodici giorni dopo l’attacco Stalin riuscì a riprendere il controllo e ad ordinare alla Nazione di cacciare i nazisti.

Ma l’ “Armata Rossa era stata assassinata” come dirà negli anni ’60 lo scrittore Necrič e le cause erano da imputare ad una scorretta valutazione del pericolo nazista, ad una disorganizzazione dei quadri dell’esercito causata dalle purghe staliniane del ’36-37, che avevano colpito anche i militari. Ma «la responsabilità schiacciante era della direzione del partito e, in particolar modo di Stalin, nella direzione della guerra». (3)

I tedeschi si portarono a pochi chilometri da Stalingrado e da Mosca, ma da quel momento in poi cominciò la controffensiva russa di avanzamento che non si fermò fino alla vittoria. È impossibile comprendere il capovolgimento della guerra sul fronte sovietico senza considerare la rapida riconversione dell’industria sovietica, ormai indirizzata esclusivamente alla produzione di materiale bellico, e la politica dei “affitti e prestiti” americana che prestava cibo e armi non chiedendone un pagamento immediato.

Incominciarono gli incontri tra i tre capi di Stato per decidere la strategia della parte finale della guerra: Churchill, Roosevelt e Stalin si incontrarono prima a Teheran nel 1943 per mettere a punto l’apertura di un secondo fronte con uno sbarco sulle coste della Normandia e poi a Yalta nel febbraio del 1945 dove affrontarono, in previsione della vittoria, il problema della Polonia e della Germania per la quale si ipotizzava una divisione in più zone, ognuna delle quali affidate ad una potenza vincitrice.

L’ultimo meeting si ebbe a Potsdam pochi giorni prima del lancio delle bombe atomiche sul Giappone. All’incontro mancavano Roosevelt, morto qualche mese prima, e Churchill, sostituito dal laburista Clement Attle. L’Unione Sovietica usciva vincitrice dalla guerra, anche se con un territorio devastato e 20 milioni di morti. Gli Stati Uniti avevano avuto perdite umane lievi (circa 300.000 morti) e un territorio nazionale intatto. I rapporti tra queste due potenze ideologicamente agli antipodi si stavano lentamente deteriorando e avrebbero portato alla rottura definitiva nel ’48 inaugurando il lungo periodo della “Guerra Fredda”.

Durante la conferenza di Potsdam apparve chiaramente che tutta l’Europa centro-orientale era sotto l’occupazione militare dell’URSS che intendeva sostenervi la creazione di sistemi statali affini a quello sovietico. Per quanto riguarda la Germania venne deciso di dividerla in quattro zone di occupazione (americana, sovietica, francese e inglese) e anche a Berlino toccò la stessa sorte. Inoltre l’URSS conservò il possesso delle repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania) delle quali si era impadronita in seguito al patto Ribbentropp-Molotov.

La tensione tra le due potenze aumentò quando apparve chiaro a tutti che l’Armata Rossa non avrebbe abbandonato i territori dell’Europa centro-orientale prima di aver portato a capo di questi Paesi un governo comunista simile a quello sovietico. Questo cambiamento fu traumatico in molti Stati, come ad esempio in Cecoslovacchia. La risposta americana alla politica sovietica fu il discorso tenuto al Congresso dal nuovo Presidente americano Truman il 12 marzo 1947. Truman condannava senza mezzi termini l’espansionismo sovietico e dichiarava che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato altre violazioni alla libertà dei popoli in quanto «i popoli del mondo guardano a noi per un appoggio che li aiuti a conservare la libertà».

E poiché secondo Truman i regimi totalitari si instauravano lì dove c’era fame e miseria, bisognava stanziare aiuti per la ricostruzione dei Paesi europei distrutti durante al guerra: il piano Marshall. I Paesi europei prendevano questi aiuti a fondo perduto, in cambio dovevano allontanare e impedire che i loro partiti comunisti prendessero il potere. Inizialmente questo programma era destinato anche ai Paesi dell’Europa dell’est, ma l’Urss mise il veto e gli Stati dell’Est furono costretti a rifiutare.

Il clima stava diventando incandescente: l’8 maggio del 1949 americani, francesi e inglesi unirono le loro zone d’occupazione della Germania e diedero vita alla Repubblica federale tedesca; nell’ottobre dello stesso anno i russi rispondevano con la creazione della Repubblica democratica tedesca. Per creare un fronte comune contro “la minaccia sovietica” si diede vita al patto Atlantico a cui aderirono Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia, Italia, Belgio, Lussemburgo e il cui “braccio armato” era costituito dalla Nato. L’Urss rispose con la creazione del Comecon, un patto di reciproca assistenza economica a cui corrispose nel 1955 anche un alleanza militare: il Patto di Varsavia.

 
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