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I dati riportati dall’autore, posti a confronto, propongono una suddivisone per aggregazioni differenti, ma hanno un elemento estremamente evidente: la classe operaia rispetto a quelle contadina non era cosi numericamente rilevante. Eppure sarà proprio la classe proletaria insieme al supporto dei soldati, ammutinatisi al regime zarista, a promuovere la Rivoluzione di Ottobre. A queste classi corrispondevano umori politici ben precisi. Prima di tutto i cadetti che rappresentavano i grandi proprietari terrieri e la ricca borghesia e volevano una repubblica parlamentare. Seguivano i socialisti divisi in rivoluzionari di tradizione populista e socialdemocratici legati alle teorie marxiste. In questo mare navigava la piccola borghesia. Nell’ambito dei socialdemocratici c’era un dialogo molto acceso fra due correnti: i menscevichi e bolscevichi. I primi sostenevano che la rivoluzione socialista doveva attendere che i tempi fossero maturi mentre i secondi, catalizzando le forze dei proletari e dei contadini, premevano per organizzare una lotta che dovesse essere subito operativa.
Nell’aprile del 1917 dinnanzi proprio a menscevichi e bolscevichi Lenin espose le sue tesi, gettando le fondamenta del suo carisma sulle masse. Mettere fine “ad una guerra imperialistica di brigantaggio”; “passare alla seconda fase” della rivoluzione “che deve dare il potere al proletariato e agli strati poveri dei contadini”; “spiegare alle masse che i soviet dei deputati operai sono l’unica forma possibile di governo rivoluzionario”; “niente repubblica parlamentare…ma repubblica dei soviet dei deputati degli operai, dei salariati agricoli e dei contadini in tutto il paese”; “confiscare tutte le grandi proprietà fondiarie”; “nazionalizzare tutte le terre del paese e metterle a disposizione dei Soviet locali dei deputati dei salariati agricoli e dei contadini”; “ fusione immediata di tutte le banche del paese in una unica banca nazionale, posta sotto il controllo dei soviet dei deputati”. (6)
Sono questi i principali “diktat” di Lenin, che fu accusato da molto presenti di essere in preda a delirio, ma il leader bolscevico stava giocando magistralmente le sue carte. Intanto, lo Zar aveva abdicato e il potere, nella rivoluzione del febbraio del 1917, era passato ad un governo provvisorio gestito dai cadetti. Le scelta di quel governo democratico - borghese di proseguire la guerra e la sua incapacità di gestire problemi, carestie e scioperi consegnarono in un piatto d’argento a Lenin e al suo partito la situazione.
Il primo passo fu l’organizzazione del comitato militare rivoluzionario che aveva la sua base presso il Soviet di Pietrogrado. Diversi soldati, freddi all’autorità del governo provvisorio, formarono gli operai alla guerriglia urbana; un esercito di combattenti professionisti e proletari, guidato da forze bolsceviche, marciò nella notte fra il 24 e 25 ottobre (7-8 novembre del nostro calendario) per impossessarsi del Palazzo di Inverno, baluardo dei cadetti. La sommossa popolare non fu particolarmente cruenta. Intorno alle due di notte, le truppe rivoluzionarie entrarono nell’ex sede dello Zar e arrestarono i ministri del governo provvisorio. Si salvò Kerenskij, che cercò invano di organizzare una controffensiva con risorse rimaste fedeli al governo provvisorio, ma i marinai dell’incrociatore Aurora, ammutinatisi al comandante, si schierarono con il movimento rivoluzionario.
Era il momento del “potere ai Soviet”, tramite il più che mai determinato Consiglio dei commissari del popolo. Proprio durante la seconda seduta del congresso dei Soviet Lenin pronunciò la famosa frase “noi cominciamo ora a costruire l’ordine socialista”. (7)
I dirigenti bolscevichi, prima di tutto, puntarono sulla pace prendendo le distanze da una guerra, frutto di infelici scelte politiche dello Zar, e poi diedero un chiaro messaggio ai contadini con l’abolizione senza indennizzi della proprietà dei pomesciki per una riforma agraria che ridistribuisse in maniera egualitaria le terre (nota 5). In quest’ultimo decreto fu notevole l’apporto di elementi socialisti rivoluzionari che aiutarono il consolidamento del moto ribelle nella realtà rurale. Si trattava di decisioni che diedero man forte alla rivoluzione prima a Mosca poi in altri centri industrializzati e infine nelle campagne. Gli emissari bolscevichi di Pietrogrado non trovarono, comunque, il terreno spianato, perché cadetti, borghesia, i pomesciki e kulaki cercarono di resistere in ogni modo, innescando una delle più cruente guerre civili. Intanto c’era un’altro baluardo da espugnare: l’Assemblea Costituente. Sia durante la precedente rivoluzione di febbraio che quella del 26 ottobre con lo stesso Consiglio dei Commissari del popolo, si era garantito lo svolgimento “in modo democratico” delle elezioni dei membri dell’Assemblea Costituente come organo di governo nazionale. (8)
Su 707 eletti, 410 seggi andarono ai socialisti rivoluzionari; un gruppo antibolscevico ucraino ottenne 86 consensi, 17 andarono ai cadetti, 16 ai menscevichi. I bolscevichi, forti nelle città, non erano andati molto bene a livello nazionale con 175 eletti. Lo storico H. Carr segnala come Lenin reagisca a questa forma di governo, non certo espressione del proletariato, pronunciando il 17 dicembre del 1917, al Comitato Esecutivo Centrale Panrusso un importante discorso: "Ci chiedono di convocare l’Assemblea Costituente quale fu concepita originariamente. No grazie! Essa fu concepita contro il popolo, e noi abbiamo fatto la rivoluzione per assicurarci che essa non sarebbe stata usata contro il popolo…quando una classe rivoluzionaria è in lotta contro classi abbienti che offrono resistenza, questa resistenza deve essere soppressa, e noi la sopprimeremo con gli stessi metodi di cui le classi abbienti si sono giovate per sopprimere il proletariato."
I toni di Lenin sono ancora più risoluti di quelli delle tesi di aprile. Le forze bolsceviche si servirono del comandante della guardia militare dell’Assemblea Zeleznjakov per imporre la chiusura della seduta il 18 gennaio 1918. L’Assemblea Costituente non fu più ripresa e Lenin ne decretò il suo formale scioglimento dinnanzi al “Vcki”. Appare evidente che, eliminati tutti gli avversari politici, siamo di fronte ad una forma di dittatura, la cui definizione ci viene prospettata dallo stesso leader bolscevico nel volume I de “l’estremismo malattia infantile del comunismo”: "la dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa contro le forze e le tradizioni della vecchia società…senza un partito che sappia osservare lo stato d’animo delle masse e influenzarlo, è impossibile condurre con successo una lotta simile".
Sempre secondo Lenin il ruolo di guida deve essere assunto da una “avanguardia proletaria” e dalla sua “capacità di collegarsi…e di fondersi con le grandi masse dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto, ma anche con le masse lavoratrici non proletarie”. Ma al di là delle sue intenzioni nell’articolo “Le pulci e le cimici” contenuto nel “Dossier storia: 1917, la rivoluzione al potere” la dr.ssa Antonella Salomone offre un chiave di lettura particolare, sottolineando l’esistenza di lavoratori che non furono poi così tutelati dal neo regime rivoluzionario. La storica parla del “cernorabocij (9), il bracciante di fabbrica” destinato “ad un lavoro manuale pesante…impiegato solo come strumento capace di erogare energia fisica”.
Si trattava di donne, uomini, bambini che provenivano da realtà periferiche alle città, che non avevano certo la preparazione, la coscienza di classe di coloro che erano considerati i proletari doc ispiratori e protagonisti del rivoluzione. La stessa classe proletaria si sentiva contaminata, minacciata da questa massa informe e ignorante portatrice di altri valori, tradizioni che non necessariamente avevano la priorità del socialismo, quanto quella di un salario e del cibo. Insomma c’erano delle masse operaie che cercavano di sfuggire al controllo del governo centralizzato e che creavano problemi proprio sulle rivendicazioni salariali. Intanto, mentre infuriava la guerra civile e alcune potenze occidentali finanziavano la controrivoluzione, il blocco economico mise ancora più in difficoltà la ormai definita, il 10 luglio 1918, Repubblica Socialista Federativa Sovietica.
Il triennio del comunismo di guerra vide tanta fame e carestie, per cui il commissario del popolo fu costretto a disporre requisizioni forzate a carico dei contadini. Intanto nelle fabbriche si acuiva un mal contento causato da una tentacolare presenza dello Stato che impediva qualsiasi forma di autogestione. Si ricorse al NEP, ossia a una nuova politica economica dove agli agricoltori si permise di vendere i loro prodotti e alle industrie di ricorrere ai capitali stranieri, a condizione che l’apparato statale vigilasse che il tutto avvenisse “entro certi limiti”. La situazione economica riprese fiato e nel 1922 si istituì l’ Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
L’URSS si presentava come un organismo federale il cui potere era concentrato nelle mani dell’Ufficio Politico costituito da Lenin; Trotskji, Sverdlov e Stalin.
Nonostante le difficoltà e le resistenze di un Paese immenso, questi uomini riuscirono a estirpare l’ordinamento feudale e a costruire una rigida e implacabile macchina statale che aveva l’assoluto controllo delle funzioni produttive e distributive del Paese. Insomma l’Ufficio Politico teneva ben strette le redini del Congresso dei Soviet dell’Unione. Ma a questo punto ciò che aveva costruito la fase iniziale della rivoluzione stonava decisamente con l’evoluzione del partito bolscevico: dallo storico “potere ai soviet” si era passati al potere esclusivo e capillare di quattro. Alla morte di Lenin nel 1924, con l’avvento della dittatura stalinista, naufragarono in maniera definitiva tutti quei principi e ideali che avevano animato gli intensi avvenimenti del febbraio e dell’ottobre del 1917.
Note:
1) J. Reed, Dieci giorni che sconvolsero il mondo, trad. M. Amante, Rizzoli editore, Milano, 1980, p.50, 116
2) A. Desideri, Storia e storiografia n.3, Casa editrice G. D’Anna, Messina Firenze, 1989, p.188
3) H. Troyat, La vita quotidiana in Russia al tempo dell’ultimo Zar, Rizzoli Bur Storia, trad. M. Meriggi, Milano 1989, p.214
4) E. Ashcroft, La rivoluzione di ottobre, tratto da I 100 eventi che hanno cambiato il mondo, Arnoldo Mondatori editore, 1972, p.708
5) G. Boffa, Storia dell’Unione Sovietica, Arnoldo Mondatori Editore, Milano , 1979, pp.16-17
6) N. Lenin, Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale, vol. XXIV, Opere Complete, Editori Riuniti, Roma, 1966
7) V. Gitermann, Storia della Russia, Firenze, la Nuova Italia, 1975
8) E.H. Carr,La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, Einaudi Torino, 1964
9) M.Ferro, 1917 La rivoluzione al potere, Dossier Storia, Giunti Editore, n.16,1988, pp.27-33
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