A ja ljublju SSSR / n°290
Compagni dai campi e dalle officine...
Compagni dai campi e dalle officine...
  "...la dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa contro le forze e le tradizioni della vecchia società…senza un partito che sappia osservare lo stato d’animo delle masse e influenzarlo, è impossibile condurre con successo una lotta simile" - Lenin
di Francesca De Marco / foto di Pino Ramos
 

Nella notte fra il 24 e il 25 ottobre del 1917 i rivoluzionari bolscevichi, dietro la sapiente regia di Lenin, marciarono alla conquista di Pietrogrado. Prima la banca, poi la centrale dei telefoni, i ministeri, la posta, tutti punti chiave della capitale, progressivamente capitolarono. L’ultimo ad essere espugnato fu il Palazzo di Inverno, sede del Governo provvisorio.

Operai e soldati erano pronti a sostenere il Consiglio dei commissari del popolo; a presiedere Lenin con accanto agli Esteri Troskij e alle Nazionalità Stalin. Nei “Dieci giorni che sconvolsero il mondo” un giornalista americano John Reed descrisse, come testimone oculare, tutti questi concitati avvenimenti e l’atmosfera cupa che li aveva preceduti. Si trattava di un’amministrazione municipale "in completo sfacelo", "il cibo sempre più scarso…negli ultimi tempi per una settimana intera mancò il pane. La quota individuale di zucchero era di due libbre al mese…se si riusciva a trovarlo…il latte bastava solo per metà dei bambini della città; in gran parte degli alberghi e case private non lo si vide per mesi interi…Per avere pane, latte, zucchero e tabacco si dovevano affrontare ore di coda sotto la pioggia gelida. Tornando a casa da una riunione durata tutta la notte, mi è capitato di vedere code, composte quasi esclusivamente da donne, alcune con bambini in braccio, cominciare a formarsi prima dell’alba".(1)

Il reporter, con dovizia di particolari, si sofferma anche sul contenuto della riunione straordinaria del Soviet, svoltasi immediatamente dopo la rivolta, dove emerge tutta “la poetica” del movimento rivoluzionario: "Il soviet dei deputati degli operai e soldati di Pietrogrado salutando la vittoriosa rivoluzione del proletariato e della guarnigione di Pietrogrado, sottolinea in particolare l’unità, l’organizzazione, la disciplina e la completa cooperazione delle masse durante la sollevazione; raramente meno sangue è stato versato e raramente un’insurrezione ha avuto tanto successo. Il Soviet esprime la sua ferma convinzione che il governo degli operai e dei contadini, che come governo dei Soviet sarà creato dalla rivoluzione e che assicurerà al proletariato industriale l’appoggio di tutta la massa dei contadini poveri, marcerà fermamente verso il socialismo, unico mezzo mediante il quale il paese eviterà le miserie e gli orrori inauditi della guerra. Il nuovo governo degli operai e dei contadini proporrà immediatamente una pace giusta e democratica a tutti i paesi belligeranti. Esso sopprimerà immediatamente la grande proprietà fondiaria e consegnerà le terre ai contadini. Stabilirà il controllo operaio sulla produzione e distribuzione dei prodotti e instaurerà un controllo generale sulle banche che diventeranno monopolio di stato. Il soviet dei deputati degli operai e dei soldati di Pietrogrado esorta gli operai e i contadini di tutta la Russia ad appoggiare con tutte le loro energie e tutta la loro devozione la rivoluzione proletaria. Il Soviet esprime la sua convinzione che gli operai delle città, alleati dei contadini poveri, manterranno un completo ordine rivoluzionario indispensabile per la vittoria del socialismo. Il soviet è convinto che il proletariato dell’Europa occidentale ci aiuterà a condurre la causa del socialismo verso una vittoria completa e duratura." (1)

Al di là dei meriti tattici dei leader del partito bolscevico, la rivoluzione di ottobre è frutto di una complessa alchimia di eventi vissuti in una Russia dalla situazione socio-economica complessa e piena di contraddizioni. In un area che abbracciava 22 milioni di chilometri quadri, l’agricoltura continuava ad essere la principale risorsa. A trarne i principali vantaggi i pomesciki (i grandi proprietari) fra cui vi erano anche nobili e i Kulaki, sorta di contadini in carriera che avevano buone terre, mezzi per lavorarla e che non esitavano comunque a sfruttare manovalanza dal ceto a cui essi appartenevano. Complessivamente trentamila famiglie vivevano bene rispetto a 15 milioni di contadini che quotidianamente combattevano per la sopravvivenza. (2)

Intanto nelle città come Mosca e Pietroburgo si svilupparono, in modo repentino, le industrie, grazie anche ai forti investimenti di capitale straniero, per esempio francese. Nel 1914 si contavano nelle fabbriche tessili, meccaniche, negli impianti metallurgici e chimici, tre milioni di lavoratori. A tenere in piedi la complessa macchina dello Stato era la capillare potente burocrazia dello Stato. Dal più piccolo distretto al rango più alto i funzionari burocrati, se ben foraggiati, riuscivano con grande “disinvoltura” a gestire la poliedrica realtà russa di qualsiasi matrice essa fosse rurale o urbana. Al vertice l’inconsistente peso di Nicola II Romanov che scandiva la sua vita fra i suoi due palazzi principali a Zarskoje-Selo, il Caterina per cerimonie ufficiali e l’Alessandro per la dorata vita quotidiana.

Un significativo affresco di come lo Zar trascorresse le sue giornate è tracciato dal russo Henri Troyat, che fuggì nel 1920 in Francia dopo la Rivoluzione nel suo “La vita quotidiana in Russia al tempo dell’ultimo Zar”. Dopo la sveglia alle otto e un lungo bagno lo Zar si dedicava ad una colazione a base di tè al latte, pane, biscotti. Riceveva poi nel suo studio "l’aiutante di campo in servizio, poi il gran maresciallo della corte e il comandante del palazzo. Il gran maresciallo della corte intratteneva il sovrano solo su questioni inerenti il cerimoniale, mentre il comandante del palazzo, personalmente responsabile della sicurezza dello Zar, trattava questioni politiche e poliziesche. Al comandante del palazzo succedevano i ministri e gli alti funzionari".(3)

Dopo il pranzo e le passeggiate con i cani, l’imperatore proseguiva nelle sue udienze. La giornata scorreva in modo del tutto diverso se c’era un ballo al Palazzo d’Inverno. In tal caso chiunque, aristocratico si intende, avesse avuto l’invito, doveva recarsi a corte per onorare il sovrano e la sua famiglia; persino nell’eventualità di un lutto non poteva mancare all’evento. Al di là dei resoconti ricevuti ogni giorno, il sovrano non prendeva decisioni risolutive per il Paese che governava. La sua disposizione di entrare in guerra contro la Germania e l’Austria-Ungheria nell’agosto del 1914 sortì l’effetto di velocizzare l’inesorabile declino del regime autocratico zarista. L’esercito russo, benché all’inizio finanziato da prestiti stranieri, era male equipaggiato e soprattutto era composto in prevalenza da contadini più che da soldati. (4)

Morirono al fronte complessivamente nel 1917 circa 4 milioni di uomini. Se gli agricoltori combattevano, non potevano certo coltivare terre e nelle città, tra il 1914 e 1916, esplosero sollevazioni popolari per la mancanza di pane e generi di prima necessità. Ricapitolando, nel decennio prima della rivoluzione di ottobre c’è una Russia delle campagne ancora arretrata, quasi feudale, mentre nei grandi centri urbani come Mosca e San Pietroburgo troviamo un forte sviluppo industriale che non ha nulla che a che fare con la gradualità con cui si è verificato nell’Europa occidentale. Insomma, nel continente russo vicino all’implosione vivevano due anime: una contadina ancora ignorante, ma comunque piena di risentimento, e un’altra operaia che aveva più coscienza del suo valore, cresciuta in fretta, affamata e soprattutto più strutturata nella sua identità.

Il giornalista Giuseppe Boffa nella sua “Storia dell’Unione Sovietica” prova "un’analisi complessiva della struttura di classe della popolazione… fedeli ad una schematica già fatta da Lenin, gli storici sovietici dicono che nel 1913, il 52,2% era rappresentato da proletari e semi proletari, il 25,3% da piccoli proprietari poveri, un 19% da proprietari più agiati e il 2,5% dalle classi alte (grande borghesia, pomesciki, alti burocrati). Tale suddivisione può essere confrontata con un’altra, fatta dalla accademico Nemcinov nel 1939 ( sempre tenendo presente quello che vi è di approssimativo vi è in simili calcoli): Classe operaia 14,8% di cui operai agricoli 3,5%; contadini e artigiani 66,7%, (senza Kulak); borghesia e pomesciki 16,3% di cui Kulak 11,4%; Intellettuali 2,2%." (5)

 
  pagine: uno - due