A ja ljublju SSSR / n°290
Le relazioni pericolose
Le relazioni pericolose
  "Il PCI, il maggiore, il più forte e potente Partito Comunista dell'Europa occidentale,si ritrovò spiazzato e costretto a fare i conti con la propria storia, nata a pochi mesi dalla rivoluzione sovietica del 1917 e caratterizzata fino al famoso "strappo" di Berlinguer nel 1976 (nel 1981 Berlinguer definì concluso il rapporto col PCUS), dall'allineamento alla strategia politica del Partito Comunista sovietico".
di Maria Colomba Marongiu / foto di Pino Ramos
 

Il Partito comunista Italiano smise di esistere ufficialmente il 3 febbraio del 1991, al termine di quel processo politico noto come "Svolta della Bolognina", iniziato il 12 novembre del 1989 dagli allora quadri dirigenti del PCI, guidati dal Segretario Achille Occhetto. Tale decisione maturò all'indomani della caduta del muro di Berlino, ultimo anello dell'incredibile crollo dell'Unione Sovietica e dei suoi "paesi satellite", legati da un patto granitico di fedeltà ad un partito madre, il PCUS ed al Patto di Varsavia.

La caduta a effetto domino dei governi comunisti dei Paesi dell'Est portò come inevitabile conseguenza ad un radicale quanto drammatico ripensamento politico-ideologico all'interno dei partiti comunisti dell'occidente, in particolare in quello italiano, il più grande e potente partito comunista dell'Europa Occidentale, costringendolo ad una dolorosa autocritica sfociata nella fondazione di un nuovo partito, il PDS (Partito dei Democratici di Sinistra). Accettando la fine del comunismo, dichiarava di aderire alle idee del socialismo europeo, con la richiesta, per altro subito accolta, di entrare a far parte dell'Internazionale Socialista e dell'allora "Confederazione dei Partiti della Comunità Europea", oggi Partito del Socialismo Europeo. A riprova che i cambiamenti non sono mai nè facili nè indolori, una parte del defunto Pci preferì non aderire alla nuova entità politica, restando saldi sugli antichi valori e fondando un nuovo partito, quello della "Rifondazione Comunista".

Il PCI, il maggiore, il più forte e potente Partito Comunista dell'Europa occidentale, si ritrovò spiazzato e costretto a fare i conti con la propria storia, nata a pochi mesi dalla Rivoluzione Sovietica del 1917 e caratterizzata, fino al famoso "strappo" di Berlinguer nel 1976 (nel 1981 Berlinguer definì concluso il rapporto col PCUS), dall'allineamento alla strategia politica del Partito Comunista sovietico. Intorno a questo rapporto nel corso del tempo è via via cresciuto un forte dibattito tra coloro i quali sono propensi a sottolineare il carattere nazionale del partito e a far dipendere le sue deliberazioni dalla collocazione nel sistema politico e sociale italiano e chi, all'opposto, lo raffigura come un'espressione del governo dell'URSS. Tale polemica si è principalmente soffermata sul ruolo politico di Palmiro Togliatti, segretario storico del PCI, giudicato dai suoi adulatori come un fedele perseguitore di una politica di crescente autonomia dei comunisti italiani dal regime sovietico e dai suoi detrattori come "il fedele servitore di Stalin".

Ma chi era veramente Palmiro Togliatti? Un opportunista, un pedissequo esecutore di ordini in nome della realizzazione di una società comunista mondiale o uno statista lungimirante e saggio come molti lo definiscono? Vediamo di analizzarne la figura, cercando di metterne in luce le caratteristiche da diversi punti di vista.

Palmiro Togliatti, genovese di nascita, iniziò a interessarsi di politica molto presto, aderendo al Partito Socialista Italiano. Amico di Antonio Gramsci, collaborò con lui al giornale "Ordine Nuovo". Sempre con Gramsci ma anche con Bordiga, Terracini e molti altri, nel 1921 si staccò dal Partito Socialista per dar vita al Partito Comunista Italiano, di cui fu Segretario dal 1927 fino alla morte, avvenuta a Yalta nel 1964. Antifascista, negli anni '30 del secolo scorso fu costretto a lasciare l'Italia per l'URSS dove organizzò il partito in clandestinità, come tutti i partiti comunisti in quel periodo. Esisteva un governo in esilio a Mosca, un nucleo interno al proprio Paese ed un altro, certamente il più importante, situato nella nazione libera meno lontana dal Paese d'origine, nel caso del Pci la Francia. Nel 1936, secondo i documenti, Togliatti si adoperò in modo pesantissimo facendo pressioni sul centro avente sede a Parigi, affinché il PCI si adeguasse senza discussioni alle direttive del PCUS, nella convinzione che solo la fedeltà alla politica di Stalin avrebbe potuto salvare la sua leadership nel partito ed il partito stesso nei suoi quadri dirigenti.

A questo obiettivo sacrificò tutto, anche la vita di moltissimi italiani emigrati nell'URSS, ricercati e stanati, uccisi in campi di concentramento come moltissimi russi scomodi tra il 1936 ed il 1938, anni noti come quelli del "terrore staliniano" (antifascisti, anarchici senza partito, contadini giunti in Russia grazie anche al soccorso rosso). Il silenzio, il tradimento e la connivenza colpevole di Togliatti vennero poi minimizzati dal PCI, adducendo come scusante per il "Migliore" la "corresponsabilità passiva e limitata", avente come obbiettivo primario la salvezza del PCI e del suo gruppo dirigente.

Tale atteggiamento a dir poco cinico, perfettamente allineato alle esigenze della politica estera di Stalin, trova conferma nel gennaio 1943 (quando ancora il segretario del Partito comunista italiano si trovava in esilio in URSS) quando, alla pressante richiesta di un dirigente del suo partito,Vincenzo Bianco, dopo un suo intervento personale presso il capo del Cremlino al fine di ottenere la salvezza dei militari italiani prigionieri nell'Unione Sovietica, Togliatti rispose testualmente: «La nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l'Unione Sovietica è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da ridire. Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, e il più efficace degli antidoti...T'ho già detto: io non sostengo affatto che i prigionieri di guerra si debbano sopprimere, tanto più che possiamo servircene per ottenere certi risultati in un altro modo, ma nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro, non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia».

Alla caduta del fascismo, nel 1944, Togliatti rientrò in Italia ed a Salerno, sede del primo governo del Regno d'Italia dopo la caduta di Mussolini, promosse quella che è passata alla storia come la "Svolta di Salerno", con la quale il Pci decise di rinunciare alla pregiudiziale antimonarchica e contribuire fattivamente, insieme alle altre forze democratiche attive nella Resistenza, alla formazione di un governo antifascista. Questa decisione di Togliatti non viene interpretata in modo univoco. Alcuni storici di matrice comunista, infatti, ritengono che in quel frangente egli abbia tenuto presente il bene dell'Italia dimostrandosi precursore della cosiddetta "via italiana al socialismo". Molti altri, invece, anche sulla base di nuovi documenti emersi dagli archivi dell'ex URSS, sono convinti che quella fu una decisione non autonoma di Togliatti, ma bensì concordata con Stalin prima della sua partenza da Mosca. Quest'ultima ipotesi, alla luce degli avvenimenti precedenti, appare oggi la più plausibile, anche considerando il fatto che il risultato, in soldoni, fu la legittimazione del PCI come partito democratico insieme agli altri partiti antifascisti e che, accantonata la questione istituzionale da risolvere alla fine della guerra con un referendum, entrarono a far parte del secondo governo Badoglio.

L'idea di Togliatti, condivisa dai suoi compagni del gruppo dirigente, era quella di perseguire la formazione di un partito di massa radicato nella realtà dell'Italia di allora, non costituito quindi di soli quadri col rischio di rinchiuderlo in un isolamento propagandistico e fazioso. Per raggiungere lo scopo, appena dopo il 25 Aprile, Togliatti si impegnò nella realizzazione di una politica apparentemente tacciabile di doppiezza (in realtà coerente con gli ideali politici di sempre), volta a mantenere vivo nella base del partito il mito dell'Unione Sovietica ed il sentimento rivoluzionario e contemporaneamente contribuire alla nascita della democrazia in Italia, collaborando col governo De Gasperi per il referendum istituzionale del 1946, partecipando poi attivamente e costruttivamente alla compilazione della nuova Costituzione Italiana, entrata in vigore il 1°gennaio 1948.

Il 23 marzo successivo, circa un mese prima delle prime elezioni dell'Italia libera e repubblicana (18 aprile 1948),Togliatti, sempre coerente, incontrò, in una località segreta alle porte di Roma, l'ambasciatore sovietico in Italia Mikhail Kostylev, pregandolo di farsi latore presso il Politburo sovietico di una sua richiesta di direttive sull'opportunità o meno di un'insurrezione armata, allo scopo di prendere il potere nel caso di vittoria, da lui prevista, del "Fronte Popolare", a cui sarebbe seguita, temeva, una durissima reazione da parte della DC appoggiata dagli Stati Uniti D'America. L'ambasciatore Kostylev ha affermato che Togliatti lo pregò di trasmettere a Mosca l'assicurazione che le forze del Partito erano perfettamente in grado di far fronte ad ogni tipo di provocazione e che le masse, soprattutto quelle del Nord Italia, erano già pronte, anche militarmente, e allertate allo scopo, anche se avrebbero agito solo in caso di necessità e solo dopo previo assenso di Mosca.

Secondo l'ambasciatore russo, Togliatti era ben consapevole delle conseguenze, capendo perfettamente che un tale gesto avrebbe prefigurato un'altra guerra tra l'Europa occidentale alleata con gli USA contro il Fronte Popolare e gli altri Paesi dell'Est, in primo luogo la Jugoslavia di Tito. La risposta di Molotov da Mosca arrivò (stando alle parole di Kostylev) all'ambasciata russa due giorni dopo ed era categorica: "reazione solo se attaccate sedi del PCI, no assoluto ad una presa di potere con la forza delle armi". Stalin non aveva nessuna intenzione di rompere un equilibrio concordato a Yalta che gli faceva molto comodo. Ogni commento è superfluo.

La via democratica al potere fu per il PCI la strada obbligata e dal 1948 il Partito emerse come la seconda forza politica italiana dopo la Democrazia Cristiana.
Il suo rapporto con L'URSS proseguì e, come dimostrano anche i rapporti usciti dall'Unione Sovietica dopo il suo disfacimento, non privo di consistenti aiuti finanziari, essenziali per il finanziamento della propaganda, delle campagne elettorali e, secondo alcuni, per il mantenimento di un apparato paramilitare.
Morto Stalin nel 1953, il bastone del comando passò a Nikita Sergeevic Chrušcev, il primo Segretario del PCUS a contestare l'operato del predecessore, sia per il culto della personalità che per le stragi compiute, degne di Hitler.

Il Pci di Togliatti proseguì la propria strada ma, forse per le numerose defezioni al proprio interno, soprattutto di intellettuali (tra cui il leader della CGIL Giuseppe Di Vittorio) disgustati dall'intervento sovietico in Ungheria (1956) volto a reprimere nel sangue la rivolta in quel Paese, pur restando fedele alla linea politica sovietica, diede il via alla cosiddetta "via italiana al socialismo". La via italiana al socialismo rappresenta l'essenza del testamento politico di Togliatti, morto a Yalta il 21 agosto del 1964, raccontato nel celebre memoriale di Yalta, nel quale il leader del PCI sottolineava la validità della sua idea dell'unità nella diversità delle società socialiste. E la diversità, più che l'unità, fece capolino per la prima volta nel XI° Congresso del Partito Comunista Italiano, il primo orfano di Togliatti, svoltosi nel 1966, nel quale l'una contro l'altra si fronteggiarono le linee politiche di Giorgio Amendola e Pietro Ingrao. Alla fine, nell'ottica del rinnovamento nella continuità, la segreteria andò a Pietro Longo, per le sue capacità di sintesi delle due anime del partito venute per la prima volta legittimamente allo scoperto e per essere stato il vicesegretario del predecessore.

Con Longo i rapporti con L'URSS cominciarono ad essere meno forti e la cosa fu particolarmente evidente nel 1968 quando, in occasione della repressione della rivolta in Cecoslovacchia da parte dei russi, nota come la "primavera di Praga", il PCI si schierò contro l'invasione, dalla parte del leader Cecoslovacco Dubcek. Nel 1972, con l'avvento alla segreteria di Enrico Berlinguer, le relazioni del PCI col Partito Comunista dell'Unione Sovietica cominciarono ad essere un po’ più problematiche, in particolare quando il Segretario, dopo la crisi cilena, prospettò l'idea di un "compromesso storico" tra DC e PCI e soprattutto quando diede il via al cosiddetto Eurocomunismo col quale, in collegamento con il PCF di Georges Marchais ed il PCE di Santiago Carrillo, cercò di parlare una lingua diversa dal russo.

L'esperienza fu di breve durata per il calo di consensi dei partiti francese e spagnolo, ma funse da campanello d'allarme: nel 1981 Berlinguer arrivò a dichiarare ufficialmente conclusa la spinta propulsiva della Rivoluzione d'Ottobre ma, già nel 1976 a Mosca in occasione di un'assemblea di cinquemila delegati comunisti, ebbe il coraggio di attuare il famoso "strappo", manifestando la volontà del PCI di erigere "un socialismo che noi pensiamo necessario e possibile soltanto in Italia". Ciò non bastò poiché il PCI, nella persona del suo segretario Berlinguer, a scanso di equivoci, tenne a precisare la fermissima condanna del Partito per ogni e qualsiasi forma di interferenza del Cremlino verso l'Italia o altri Paesi, ricevendo dall'URSS un'ironica risposta che suonava più o meno così: "Essendo l'Italia controllata dalla NATO, evidentemente l'unica interferenza poco gradita ai comunisti italiani è quella dell'URSS". Berlinguer risponde attraverso l'intervista rilasciata a Gianpaolo Pansa del Corriere della Sera: “Mi sento più tranquillo sotto l'ombrello della Nato”.
Espressione lapidaria che davvero mette fine a tutto un mondo.

 
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