A ja ljublju SSSR / n°290
Lo zar di tutte le Russie
Lo zar di tutte le Russie
  "Il 2 dicembre scorso ci sono state le elezioni che hanno consacrato come vincitore assoluto il partito di Putin, “Russia Unita”, con il 64,1% di voti, portandolo ad avere più dei due terzi dei seggi alla Duma".
di Mariaelena Prinzi / foto tratta da www.geocities.jp
 

Per i suoi fedelissimi forse è “l’ultimo zar”, mentre per suoi detrattori un dittatore, per tutti è l’uomo del Kgb arrivato sulla scena politica dopo il fallito golpe del 1991. Ma chi è realmente l’uomo che ha tenuto le redini della Federazione Russa dal 2000 ad oggi?

Il 13 marzo del 2000, nel vivo della campagna elettorale per la corsa alle presidenziali, Vladimir Vladimiroviĉ Putin pubblica una sua biografia dal titolo: “In prima persona, dialoghi con Putin”. L’operazione ha successo, così il 27 marzo dello stesso anno il neopresidente brinda con i suoi collaboratori per la vittoria elettorale. Le sue memorie forse avevano fatto centro, colpendo l’elettorato russo.
Qui Putin raccontava di essere nato il 7 ottobre del 1952 nella grande Leningrado, la città fondata dallo zar Pietro il grande nel 1703 con il nome di San Pietroburgo. La sua era stata un infanzia povera accanto ai suoi genitori Maria Ivanovna Putina, un’operaia e Vladimir Spiridonoviĉ Putin, un sommergibilista della marina militare russa. Entrambi i genitori erano di fidata fede comunista, ma la madre sarebbe stata anche una fervente credente ortodossa.

Stando al racconto del presidente, la madre lo avrebbe spesso portato in chiesa e segretamente, in tempi in cui la Chiesa Ortodossa russa era perseguitata, lo avrebbe fatto battezzare. Questo primo approccio alla religione insieme con il grave incidente che coinvolse la moglie nel 1993 avrebbe portato Putin ad una vera e propria “conversione”. Nel 1975 il giovane Vladimir si laurea in legge all’Università statale di Leningrado, membro del partito comunista russo, dopo poco entra nel Kgb. Viene collocato nel dipartimento estero dei servizi segreti e dieci anni dopo viene inviato a Dresda, nella Repubblica Federale Tedesca, dove resterà fino al crollo del muro di Berlino. Tornato nella natale Leningrado comincia collaborare con il sindaco della città Anatoli Sobciak: da qui sarebbe cominciata la sua inarrestabile carriera politica.

Ma se il presidente russo si fosse dimenticato di raccontare qualcosa preso dalla foga dello scrivere? Secondo alcune fonti non ufficiali ci sarebbe qualche piccola dimenticanza (1). Tutto sarebbe cominciato nel 2000 quando un collaboratore dell’ex capo del KGB della Georgia, Igor Gergardz, si sarebbe presentato alla sede della rappresentanza della Cecenia in Georgia sostenendo che avrebbe portato la madre di Putin davanti a loro in cambio di 500 dollari, portando come prova alcune fotografie che, opportunamente esaminate, diedero riscontri positivi. L’uomo dichiarò che la madre e le sorelle di Putin erano ancora vive e vivevano in un villaggio chiamato Mitaki, che in georgiano significa “luogo santo”.
Si scoprì che in quel villaggio erano stati degli agenti dei servizi segreti che avevano sequestrato tutte le foto di un bambino chiamato Vova Putin e che avevano raccomandato agli abitanti di non fare parola con anima viva dell’accaduto. La vera madre di Putin sarebbe Vera Nikolajevna Putina, nata nella città di Achora, negli Urali nel 1926 e trasferitasi a Meteki nel 1952 dopo il matrimonio con Georgy Assempashili.

Vova Putin era nato un paio d’anni prima da una relazione con un ragazzo che le avrebbe promesso di sposarla e poi l’avrebbe abbandonata.
Subito dopo la nascita del bambino la madre l’avrebbe affidato ai nonni che glielo avrebbero riportato dopo le sue nozze. Ma il marito non gradiva la presenza del bambino e così Vera sarebbe stata costretta ad allontanarlo da casa e ad affidarlo ad un maggiore senza figli che in seguito lo mise in un istituto. Una volta entrato nel Kgb, Putin avrebbe proibito di dare notizie sulla sua famiglia. Alla madre sarebbe pervenuta la notizia che il figlio lavorava nei servizi segreti e non voleva più avere contatti con lei e la sua famiglia.

Ma i russi ormai hanno votato e il documentario girato dal regista Vack Ibrahimov, riguardante le vere origini di Putin, non è mai andato in onda nonostante i tentativi della televisione russa indipendente NTV.
Ritorniamo, quindi, agli anni ‘90 per i quali si ha qualche certezza in più. Il 21 agosto 1991 Putin, come molti altri agenti segreti del Kgb, dà le dimissioni da tenente colonnello: quello stesso giorno viene sventato il colpo di Stato organizzato dal Kgb ai danni di Michail Gorbaciov.
Vladimir ritorna a Leningrado, che da lì a poco con un referendum popolare riprenderà il nome di San Pietroburgo. Viene nominato consigliere del sindaco della città Anatoli Sobciak e gli resta accanto fino alla sconfitta elettorale del 1996.

In questi sei anni Vladimir lavora alla direzione del comitato per le relazioni estere: in pratica si occupa di gestire i rapporti con le imprese estere che decidono di investire nella città. Dopo poco viene accusato dalla commissione d’inchiesta del consiglio della città di avere applicato dei prezzi eccessivamente bassi alle imprese straniere e di averle favorite nell’esportazione di materiali non ferrosi. Il consiglio chiede la rimozione dall’incarico, ma di fatto ciò non avviene.
Tra il 1994 e il 1996 il presidente della Federazione Russa, Boris Nikolaevič Eltsin decide di ristabilire l’autorità centrale nella Cecenia che aveva precedentemente dichiarato la sua indipendenza dalla Federazione: vengono inviati circa 40.000 mila soldati. Quello che doveva essere un rapido intervento si trasforma in una guerra sanguinosa e impopolare, sia a livello nazionale che internazionale, così nel 1996 Eltsin ritira le truppe.

La crisi cecena unita a una crisi economica mette in crisi il fragile sistema politico russo. È in questo periodo che si verifica un aumento del potere di istituzioni quali il Ministero della Difesa e del Fsb (Servizio Federale di Sicurezza), erede diretto del Kgb. E sarà proprio questa rinnovata autocrazia che permetterà la scalata di qualche ex agente del Kgb ai vertici dello stato. Appena rieletto, Eltsin dà vita ad un sistema politico molto particolare definito “sistema del presidente”: tutto ruota intorno al presidente e a suoi fedelissimi (“la Famiglia”), non c’è trasparenza, tutto il potere è gestito direttamente da Eltsin o dai suoi più fidati collaboratori.

È in questo nuovo sistema che si inserisce Putin, diventando prima delegato per la gestione della proprietà presidenziale, poi delegato del personale presidenziale delle regioni e infine il 25 luglio del 1998 capo del Fsb.
Il 9 agosto del 1999 raggiunge la carica di primo ministro. Lo stesso Eltsin, malato e invischiato in nel brutto affare di corruzione Mabetex, dichiara pubblicamente che vorrebbe vedere al suo posto come futuro presidente quel Vladimir Putin, al quale forse avrebbe chiesto l’immunità e una buona fuoriuscita in cambio del suo appoggio. Così, dopo la benedizione di Eltsin, Putin dichiara pubblicamente che correrà per le prossime presidenziali.
Eccoci quindi ai nostri giorni. Fare un bilancio della politica di Putin non è certamente facile.

Sicuramente il principale obiettivo del presidente neoeletto è stato «riprendere in mano il Paese, consolidando il potere politico e neutralizzando le altre fonti di autorità. Gli oligarchi, i governatori locali, i mezzi d’informazione, il parlamento, i partiti d’opposizione e le organizzazioni non governative. E in questa impresa i suoi amici del Kgb gli furono di grande aiuto». (2)
Putin mette a capo di tutti i posti chiave i veterani del Kgb, molti di loro vengono mandati nelle province con lo scopo di controllare e indebolire il potere dei governatori locali che si stavano ritagliando, dai tempi del crollo dell’Urss, un vero e proprio feudo personale. Di questi ex agenti alcuni occupano ruoli politici di rilievo, mentre altri gestiscono direttamente le grandi imprese statali come la “Rosneft”, la più grande compagnia petrolifera statale russa oppure come “AlmazAntej”, la principale industria statale missilistica, oppure come la grande compagnia produttrice di gas, la “Gazprom”.

Questa categoria di persone provenienti dal Kgb è stata definita con il nome di “siloviki” (nome che deriva da silovye struktury, cioè struttura di forza) e nessun settore ne è immune. Alcuni di loro sono addirittura inseriti in aziende private al fine di verificarne le scelte ed impedire che vadano contro l’interesse dello Stato. Proprio il ristabilimento del potere statale sembra essere stato l’obiettivo dichiarato del presidente e dei suoi uomini.

Per quanto riguarda la politica estera il mandato di Putin sembra esser stato contraddistinto da una ritrovata “aggressività” nei confronti degli Stati Uniti, ma stando all’analista russa Lelija Shevtsova ciò dipende dal fatto che «a differenza di quanto credono gli osservatori occidentali, l’attuale crisi tra Mosca e Washington non è il risultato del tentativo del Cremlino di riaffermare il proprio ruolo dopo le umiliazioni del passato. La vera ragione…è il fallimento del progetto liberale, che ha riportato il Paese a un regime centralizzato. Per giustificare questo ritorno al passato, il governo aveva bisogno di un nemico e ha scelto l’occidente». (3)

In politica interna il ristabilimento della “legge” e dell’ “ordine” in Cecenia diventano, dopo l’elezione, il grande obiettivo di Putin. Innanzitutto vengono chiuse le frontiere cecene a giornalisti e osservatori stranieri indipendenti per presunti motivi di sicurezza, contemporaneamente stampa e televisione nazionale, controllate anch’esse dai “siloviki”, si allineano con la linea governativa. Trapela poco della reale situazione, la guerra in realtà era finita, ma continuano i combattimenti tra i ribelli e le forze speciali russe coordinate dal Fsb che non risparmiano rastrellamenti nei villaggi alla ricerca dei guerriglieri, raid ai danni della popolazione e sparizioni di civili. Durante questi anni ci sono state gravi violazioni dei diritti umani in Cecenia, ma tutti coloro che li hanno denunciati spesso hanno fatto una brutta fine. Viene in mente la coraggiosa giornalista Anna Politkovskaja freddata con quattro colpi di arma da fuoco davanti al portone della sua casa a Mosca, per motivi ancora da chiarire.

I cittadini russi difficilmente riescono ad essere informati sulle gravi violazioni umanitarie che si perpetrano in Cecenia o ad avere notizie sui circa 30.000 soldati russi morti negli ultimi anni. L’unica cosa di cui sembrano essere costantemente informati sono gli attentati di matrice islamica condotti da una frangia dei ribelli ceceni. Su questa Russia, che non conosce la libertà di stampa e dove tutto è controllato dalla longa manus del suo presidente e dei suoi uomini, sembrano tornare le ombre oscure del peggiore periodo sovietico.

Intanto, il 2 dicembre scorso ci sono state le elezioni che hanno consacrato come vincitore assoluto il partito di Putin, “Russia Unita”, con il 64,1% di voti, portandolo ad avere più dei due terzi dei seggi alla Duma. Questo darebbe di fatto a Putin e al suo partito i numeri per cambiare la Costituzione. Ma questo voto plebiscitario ha suscitato qualche dubbio e parecchie perplessità, secondo Goran Lennmarker, capo dell’assemblea parlamentare dell’Osce: «Queste elezioni non hanno rispettato molti degli standard che abbiamo all’Osce e nel consiglio d’Europa», più duro il commento di Garry Kasparov, campione di scacchi russo, più volte finito in manette per le sue dichiarazioni contro il presidente Putin e ora leader del movimento di opposizione “Altra Russia”, secondo il quale queste sono state «le elezioni più disoneste e sporche di tutta la storia moderna della Russia». (4)

A questo punto l’ordine del giorno è la successione a Putin, il cui mandato scadrà il 2 marzo di quest’anno. Molti avevano indicato in Viktor Zubkov, capo del Servizio Federale per il monitoraggio finanziario, il suo erede, altri avevano puntato su Sergej Ivanov, ex ministro della Difesa e ex generale del Kgb, pochi su Dmitrij Anatolevich Medvedev, collaboratore strettissimo di Putin. E invece proprio quest’ultimo è stato designato a sorpresa questo 10 dicembre come successore di Putin. A proporre ufficialmente la sua candidatura è stato il partito “Russia Unita”, poco dopo è arrivata la dichiarazione di Putin, che ha detto che «per quello che riguarda la candidatura di Dmitrij Anatolevich Medvedev, io lo conosco molto da vicino da 17 anni e del tutto pienamente appoggio la sua candidatura». (5)

Medvedev, 45 anni, laureato all’università di Leningrado, già con Putin ai tempi di Pietroburgo, nello staff presidenziale dal ‘99, dirigente di spicco della Gazprom, nonché vicepremier. A destare qualche perplessità è stato il fatto che la sua candidatura sia giunta 10 giorni prima della riunione nazionale di “Russia Unita” che avrebbe dovuto appunto designare il suo candidato presidente.
Ma la questione di fondo sembra essere un’altra: Putin cosa farà? L’ipotesi più accreditata al momento è che prenda la direzione di qualche istituzione di grande importanza oppure che la Duma crei una carica ad hoc per lui, una sorta di ruolo super partes che la presente Costituzione non prevede, ma che potrebbe prevedere da qui a breve grazie a opportune modifiche. Un altro scenario potrebbe portare a una modifica costituzionale che faccia passare i mandati presidenziali da due a tre: a questo punto Putin potrebbe tranquillamente ricandidarsi alle prossime presidenziali.
Per il momento non resta che aspettare e stare a vedere cosa porterà questo vento dell’est.

Note e Link:
1) http://www.radicali.it/search_view.php?id=73244&lang=IT&cms=20
2) Internazionale 708, 31 agosto 2007, p. 21
3) Internazionale 708, 31 agosto 2007, p. 21.
4) http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/esteri/russia-voto/risultati-lune/risultati-lune.html
5) http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2007/12/sinatti-vincitore.shtml?uuid=e131d49a-a72a-11dc-9fac-00000e25108c&DocRulesView=Libero


 
  pagine: uno