A ja ljublju SSSR / n°290
L'epopea del Potemkin
L'epopea del Potemkin
  "«Fiero, intrepido, il Potemkin passa tra noi, con i cannoni rivolti dalla nostra parte. Punta il suo pezzo da dodici pollici sul ponte di comando dove un gruppo di ufficiali è in piedi, impietrito dallo spavento; nel vedere che sono presi di mira, gli ufficiali fuggono. Non si vede un'anima viva a bordo del Potemkin: un vascello fantasma... ». Così, un marinaio, testimone degli avvenimenti, descriveva l'audace passaggio della corazzata insorta nel 1905 attraverso la squadra inviata dal governo zarista per dominarla".
di Vladimir Naumov (storico) * / foto tratta da fraong.files.wordpress.com
 

Ammiragli e generali coperti di medaglie, facendo rifulgere l'oro delle loro spalline, si erano riuniti in una giornata crepuscolare del gennaio 1904 nello studio dello zar russo Nicola II. Che cosa aveva spinto l'autocrate a convocare questo importante consiglio di guerra? Quale nemico minacciava il trono? Il consiglio discuteva sulle misure da prendere per lottare contro il movimento rivoluzionario fra i soldati e i marinai.

L'esercito e la flotta erano la colonna armata dello zarismo, le baionette dei soldati servivano a reprimere tutte le manifestazioni degli operai e dei contadini malcontenti dell'ordine esistente. Gli ufficiali e i generali si sforzavano di fare dei soldati e dei marinai docili strumenti, di inculcargli con l'addestramento e la disciplina del randello una sottomissione assoluta, l'odio verso i "nemici interni", i rivoluzionari. Il governo non risparmiava né le forze né i mezzi per proteggere il suo scudo militare contro la sedizione. Tuttavia le idee rivoluzionarie, che facevano così tanta paura ai dignitari del regime, erano penetrate fra i soldati e i marinai già prima che scoppiasse la prima rivoluzione russa. I bolscevichi avevano una grande influenza sull'esercito e sulla marina.

Il fermento rivoluzionario trovava un terreno particolarmente fertile fra i marinai. Operai qualificati, la maggior parte dei quali avevano una certa istruzione, servivano sulle navi da guerra attrezzate con materiale complicato, portando le tradizioni rivoluzionarie del proletariato russo. Un numero assai considerevole di socialdemocratici costituivano nella marina le loro organizzazioni clandestine.

Dopo la disfatta dello zarismo, all'epoca della guerra russo-nipponica, nell'esercito e nella marina si rinforzò il movimento rivoluzionario. La sparatoria della manifestazione pacifica di Pietroburgo (oggi Leningrado) del 9 gennaio 1905 segnò in Russia l'inizio della rivoluzione e mise in movimento la massa dei soldati e dei marinai. Il sostegno militare dello zarismo cominciò a vacillare.

Quale nemico minacciava il trono?

L'organizzazione socialdemocratica militare della flotta del mar Nero, che aveva a capo i bolscevichi A. Petrov, G. Vakulenciuk e F. Kryjanovski, preparava l'insurrezione di tutta la flotta prevista dapprima per l'autunno 1905 e rimandata in seguito all'estate sotto sotto l'influenza del movimento rivoluzionario che prendeva campo. Secondo questo piano, uno dei più moderni e potenti bastimenti della flotta del mar Nero, la corazzata Potemkin, doveva dare il segnale dell'insurrezione quando la maggior parte delle navi fossero pronte. La squadra ribelle del mar Nero doveva impadronirsi delle principali città della costa per farne dei punti d'appoggio della rivoluzione che, con il sostegno degli operai, avrebbe raggiunto tutta la Russia.

Ma questo piano non fu mai attuato. L'insurrezione scoppiò a bordo del Potemkin, in modo inatteso e spontaneo, in giugno, prima della data fissata. «Tra i marinai si scaldò l'atmosfera rivoluzionaria, accesa dal movimento rivoluzionario e dal regime incredibilmente duro che regnava nella marina», doveva scrivere in seguito uno dei capi dell'insurrezione. «La disciplina, già di per se stessa crudele, assurda nella sua insania, diventava una vessazione continua. LA minima trasgressione alla disciplina, la più piccola infrazione da parte di un marinaio scatenava una pioggia di ingiurie volgari e umilianti, di punizioni e di misure disciplinari». La collera dei marinai attendeva il primo pretesto per trabboccare.

Il 14 giugno ai marinai della corazzata fu servita una zuppa di cavolo con della carne guasta. Molti rifiutarono di mangiare. Allora il comando della nave, vedendo in questo gesto una violazione flagrante della disciplina e una sedizione, volle ridurre per forza i recalcitranti alla ragione. Il comandante della nave ordinò di sparare sui marinai. Su appello del bolscevico Grigori Vakulenciuk, l'equipaggio prese le armi. Lo scontro fu di breve durata; alcuni ufficiali furono uccisi, gli altri arrestati. Vakulenciuk fu ucciso in battaglia. Diventati padroni della corazzata, i marinai vi issarono la bandiera rossa.

Gli insorti elessero un Comitato rivoluzionario per guidare la nave, presieduto da Afanassi Matiuscenko. Furono affidati ai marinai anche i posti di comando.

La sera del 14 giugno la corazzata ribelle e la torpediniera 267 che l'accompagnava, e il cui equipaggio si era unito al Potemkin, arrivarono a Odessa, immobilizzata da uno sciopero generale. L'apparizione nel porto di un bastimento che inalberava la bandiera rossa suscitò un nuovo slancio nella lotta rivoluzionaria degli operai. Questi speravano che il Potemkin sbarcasse uomini in città e bombardasse gli edifici amministratici. Le autorità della città, prese dal panico, chiesero aiuto militare al governo e al comandante della flotta del mar Nero. A Odessa ebbero luogo grandi raduni di operai, soprattutto nel porto, e i marinai del Potemkin vi presero parte attiva. I funerali di Vakulenciuk si trasformarono in una potente manifestazione politica.

Il Comitato del Potemkin pretese a nome dell'equipaggio che le autorità di Odessa liberassero immediatamente i detenuti politici, disarmassero le truppe e cessassero di infierire contro la popolazione civile della città. Avendo ricevuto un rifiuto, i marinai aprirono il fuoco sugli edifici amministrativi e sui concentramenti di truppe e di polizia. Ma i proiettili mancarono il bersaglio: come si doveva sapere più tardi, per colpa di un traditore, cioè il maestro timoniere della nave.

Cosa doveva fare, allora, il bastimento ribelle? I dirigenti non avevano, a questo scopo, un piano chiaro e preciso. Tutti i legami con l'organizzazione rivoluzionaria centrale della flotta del mar Nero si erano interrotti dopo la morte di Vakulenciuk. C'era tanta gente coraggiosa a bordo del Potemkin, ma non la direzione bolscevica che aveva saputo cementare l'equipaggio in una solida forza rivoluzioanria per proseguire l'offensiva contro i punti d'appoggio della costa. I marinai del Potemkin decisero di aspettare che la squadra si unisse a loro.

Dopo aver saputo dell'insurrezione del Potemkin, Lenin incaricò il bolscevico Vassiliev-Lujin di recarsi d'urgenza a Odessa, di stabilire contatti con l'organizzazione socialdemocratica della nave, di mettersi a capo dell'insurrezione e di attenderlo nel sud della Russia. Vassiliev-Lujin imiegò tre giorni a fare il viaggio da Ginevra a Odessa. Quando arrivò, il Potemkin era già salpato.

L'organizzazione bolscevica di Odessa, indebolita da arresti in massa, non era più in grado di aiutare il Potemkin.

La bandiera rossa aveva sventolato undici giorni

Il comando della flotta del mar Nero decise di domare gli insorti con la forza. Il 17 giugno cinque corazzate, quasi tutta la squadra, si avvicinarono al Potemkin. Il comandante pretese la capitolazione. Per tutta risposta il Potemkin, puntando i cannoni sulle navi, si scagliò a tutta velocità sulla squadra. Quasi tutti i marinai della flotta erano dalla parte del Potemkin e l'accolsero con acclamazioni. Temendo una rivolta, il comandante non si decise ad aprire il fuoco contro i ribelli.

Il Potemkin fece rotta per Odessa, raggiunto dalla corazzata Gheorghi Pobiedonossetz. Il comando si affrettò a condurre il resto della squadra in mare, lontano dalle navi rivoluzionarie. Ma il giorno dopo gli ufficiali, con l'aiuto di alcuni traditori del corpo subalterno, riuscirono ad impadronirsi del Gheorghi Pobiedonossetz.

Anche a bordo della nave-scuola Prut, che si trovava non lontao dal porto di Ociakov, scoppiò una rivolta. La nave insorta arrivò ad Odessa, ma il Potemkin non c'era più.

Il Potemkin, che errava nel mar Nero, era a corto di carbone e di viveri. Il 25 giugno, accompagnato dalla torpediniera 267, arrivò nel porto rumeno di Costanza. I marinai insorti consegnarono la nave alle autorità rumene. La bandiera rossa aveva sventolato undici giorni sulla corazzata.

L'insurrezione a bordo del Potemkin fu di enorme importanza storica: era il primo tentativo fatto in Russia di costituire il nucleo di un esercito rivoluzionario. Per riprendere le parole di Lenin, il Potemkin restò un «territorio invitto della rivoluzione». Questa insurrezione diede un potente impulso agli eventi rivoluzionari.

La maggior parte dei membri dell'equipaggio rientrò in Russia solo dopo la rivoluzione del Febbraio 1917. Quei due marinai insorti che si erano consegnati al governo zarista furono gettati in prigione o mandati al bagno penale. Il governo punì spietatamente i ribelli del Gheorghi Pobiedonossetz, del Prut e delle altre navi, e i dirigenti furono giustiziati. Matiuscenko arrivò clandestinamente a Odessa nel 1907, ma fu tradito da un provocatore e giustiziato.

Dopo la rivolta del Potemkin i bolscevichi intensificarono l'opera rivoluzionaria nell'esercito. Nell'autunno 1905, in piena prima rivoluzione russa, fu scatenata nella marina una nuova ondata di azioni. Tutti i marinai di Kronstadt, di Vladivostok, di Sebastopoli e di Baku. e non più di navi isolate, si ribellarono quasi simultaneamente.

Note:

* Articolo tratto dal mensile "Sputnik", n.1 giugno 1975, pag.44

 
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