A ja ljublju SSSR / n°290
Il Fosco passato
Il Fosco passato
  di Paola Marras / pagina 2
 

Come spiegherebbe ad un giovane l’essenza della Rivoluzione d’Ottobre e le ricadute sostanziali e uniche che questa rivoluzione ha portato nella sua vita di tutti i giorni?

«La Rivoluzione d’Ottobre ebbe il grande merito, tra l’altro, di dire all’umanità che i rapporti di produzione capitalistici non sono “natura” e dunque eterni, immutabili: disse una volta per tutte che il socialismo è possibile. E’ questo che fece e di nuovo fa impazzire la borghesia, come la Rivoluzione francese fece impazzire l’aristocrazia, che seppe da Robespierre di non essere emanazione di Dio. Nemmeno i padroni lo sono e la Rivoluzione d’Ottobre e i comunisti di oggi, che glielo dicono, debbono essere demonizzati ed estromessi dalla storia. Riconosciamo il contributo che il cristianesimo, attraverso il quinto comandamento –“non uccidere” – ha dato alla Costituzione, sul piano planetario, del tabù rivoluzionario dell’assassinio. Come si fa a non riconoscere ai comunisti, alla Rivoluzione d’Ottobre, il tentativo di costituire un altro tabù, altrettanto rivoluzionario e volto a cambiare la storia dell’umanità e cioè il tabù dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna?

Costruire, per sempre, un altro punto di vista, sinora assente, nella storia universale dell’umanità: il punto di vista dei dannati della Terra, il punto di vista della liberazione dalla schiavitù e dallo sfruttamento, il punto di vista della illegalità morale, politica e sociale degli sfruttatori e dello sfruttamento, che è azione oggettiva del capitale, azione oggettivamente schiavistica messa scientificamente in luce da Marx attraverso l’enunciazione irreversibile della legge economica (fatta propria anche dagli economisti borghesi) del plusvalore estratto dal capitale sulla forza lavoro.

Certo, la Rivoluzione d’Ottobre ha altri ed immensi meriti: aver dato un contributo essenziale, primario, alla vittoria sul nazifascismo (nessun democratico dovrebbe mai dimenticare la resistenza eroica e poi la vittoria di Stalingrado sulla titanica armata nazista, vittoria che cambiò le sorti della Seconda Guerra Mondiale) e aver contribuito in modo decisivo all’intero moto rivoluzionario e di liberazione anticolonialista, antimperialista, antifascista e anticapitalista internazionale del ‘900. In una parola: se i contadini di Di Vittorio, nell’Italia dei sud del dopoguerra, imparavano a non togliersi più il cappello di fronte ai padroni delle terre ed anzi iniziavano a lottare, il merito era anche della Rivoluzione d’Ottobre.

Del fatto che essa ha per sempre insegnato che lottare e vincere si può! In altre parole, di aver introdotto e reso storicamente concreta la categoria politico-filosofica dell’azione soggettiva ed antipositivista nel divenire storico. La vittoria di Lenin dice ai popoli oppressi, agli uomini, alle donne, al movimento operaio, ai comunisti, ai rivoluzionari: non è vero che la Storia è segnata da moti ferreamente scadenzati; noi possiamo prendere in mano il nostro destino e costruire il futuro, determinarlo, in modo, appunto, antideterministico. Tutto ciò, insomma, che Gramsci sintetizzava attraverso la sua definizione della Rivoluzione d’Ottobre: "Una Rivoluzione contro il Capitale", il Capitale con la C grande a indicare il libro di Marx, che i positivisti della II Internazionale, meccanicisticamente, interpretavano come la Bibbia dell’inevitabile gradualismo storico, scolasticamente ripetendo: “Prima la rivoluzione industriale, poi il potere borghese, poi la costituzione della classe operaia come classe di massa, poi la presa di coscienza operaia e poi la rivoluzione e il socialismo…”. Lenin, senza sposare mai il massimalismo parolaio e l’estremismo astorico, comprova con la Vittoria del 1917 che sono le contingenze, la forza rivoluzionaria, l’azione soggettiva, le contraddizioni di fase a determinare i “salti” storici e che la Storia non si fa mai chiudere in nessun progetto cartaceo, dogmatico e prefabbricato».


I detrattori della Rivoluzione d’Ottobre l’accusano di dimenticare non solo i gulag ma anche il Patto Molotov-Ribbentrop, le purghe staliniane ed altri misfatti del comunismo. Come risponde a queste osservazioni?

«La destra tende a demonizzare il comunismo attraverso la strumentalizzazione dei suoi errori e delle sue degenerazioni. Ho trovato, ad esempio, strumentale sino alla volgarità e all’immoralità intellettuale il paragone fatto recentemente da Veltroni tra Pol Pot e comunismo. Nulla lega, infatti, la follia tragica di Pol Pot alla grandezza rivoluzionaria del comunismo. Ma i comunisti sanno e lo sanno ancor prima del pur importante "Memoriale di Yalta" di Palmiro Togliatti: la loro storia non è indenne da errori.

La durezza della lotta, la violenza fascista e imperialista, con la quale il capitalismo si è difeso di fronte all’avanzare delle trasformazioni sociali (gli undici eserciti occidentali che combattono contro l’Ottobre, sul terreno russo, sino ai primi anni ’20; l’armata nazista che occupa e distrugge il paese dei soviet; il fascismo antisocialista di Mussolini pagato dalla borghesia francese, dal nascente capitalismo italiano e dai padroni delle terre; le dittature fasciste e filocapitaliste dei generali, dei colonnelli europei e turchi, i fascismi filoimperialisti sudamericani) sono state e sono cause primarie della difficile transizione al socialismo.

Ma la storia ha palesato un grumo di problemi, per la transizione, che sono andati al là di questo: contraddizioni grandi e relative al rapporto tra masse e potere, tra democrazia socialista e sviluppo e qualità delle forze produttive, tra esigenza della libertà individuale e necessità della socializzazione. Problemi grandi, ma di tipo rivoluzionario; nodi – appassionanti – da sciogliere ma che certo non ci spingono ad interiorizzare l’eternità del capitale né a rinunciare, come è stato teorizzato anche nel mio Partito, il PRC, alla rinuncia del potere socialista. A questi rinunciatari essenzialmente socialdemocratici va ricordato ciò che afferma la stessa teologia della liberazione: “è la Legge che crea la Morale”.

L’attacco contro i comunisti, la loro demonizzazione tende invece a sacralizzare lo stato presente delle cose e non è un caso che uno come Luca Volontè (il dirigente dell’UDC che ha proposto di introdurre nell’ordinamento costituzionale l’apologia di comunismo e dunque la messa fuori legge dei comunisti) abbia messo sullo stesso, “nefasto”, piano i comunisti e il movimento di Genova, paragonando entrambi alle brigate rosse».


Lenin un giorno rimproverò “l’uomo di Mosca” Nicola Bombacci con queste parole: “In Italia c’era un solo uomo capace di compiere la rivoluzione, Mussolini, e voi ve lo siete lasciato scappare”. Sul Popolo d’Italia del 25 febbraio 1920 Mussolini scrive: “Nicola Uljanov Lenin è il più grande dei viventi e il più vivente fra i più grandi reazionari d’Europa. Egli è l’unico che abbia il coraggio di essere reazionario nel senso antico ed in quello moderno (reazione, cioè, a tutte le disintegrazioni economiche, politiche, morali della vita sociale)”. Come giudica questa stima reciproca?

«In verità non vi è mai stata, da parte di Lenin, nessuna stima nei confronti di Mussolini. Solo la presa d’atto, fatta da molto lontano e ben prima del materializzarsi del Mussolini squadrista, che quell’uomo non rinunciava, come la gran parte dei dirigenti socialisti dell’epoca, all’azione politica. Le parole che Lenin rivolge a Bombacci intendono in verità, in quella fase precisa, precedente il fascismo, avanzare una critica all’inerzia dei socialisti di Turati, incapaci di avviare il processo rivoluzionario. Per ciò che riguarda Mussolini, la sua stima per Lenin era tanto grande quanto grande era la sua lontananza dalla cultura e dalla prassi politica comunista.

In verità Mussolini era, alle origini, una sorta di anarcosindacalista di stampo soreliano, portato per propria forma mentis all’azione per l’azione (l’azione quasi come fine in sé) destinata, priva di progetto politico e culturale forte, a trasformarsi – come accadde – in azione subordinata e funzionale ai voleri del capitale e del costituendo imperialismo italiano. Anche per Antonio Gramsci Mussolini tradì una stima immensa e una sorta di gelosia-invidia politica ed intellettuale, sentimenti che lo portarono ad affermare: “Gramsci è un cervello grande e pericoloso : occorre spegnerlo”.


L’Unione Sovietica nasce nel 1922 e muore nel 1991. Quale eredità lascia al mondo questa emblematica esperienza socialista?

«Un’eredità duplice. Due lezioni che i popoli, i movimenti operai, comunisti, antimperialisti e rivoluzionari del mondo dovrebbero mettere a valore ed assumere, in senso marxiano, cioè senza nostalgie e senza liquidazionismi. Da una parte, come già detto, il fatto che i rapporti di produzione capitalistici non sono gli unici possibili, ma che possibili sono anche nuovi rapporti di produzione: quelli socialisti, con la costruzione delle conseguenze sovrastrutture, potere, stato e democrazia socialista. D’altra parte che vi è un rapporto diretto – dimostrato dalle degenerazioni staliniste e dalle fasi successive di “stagnazione” economica in Unione Sovietica – tra il venir meno dello sviluppo delle forze produttive e il mancato sviluppo della democrazia socialista, tra la crisi economica e il mancato rapporto democratico tra masse e potere. Questioni che già Lenin aveva lucidamente evocato nel momento in cui definisce il socialismo “ Soviet più elettrificazione”.

E che lo stesso Andropov (probabilmente l’ultimo leninista al potere, prima della drammatica fase gorbacioviana) tenta di rilanciare, quando inizia a lavorare, purtroppo per poco tempo, data la precoce morte, alla ricostruzione dei fili democratici tra potere centrale (ormai lontano dalla società) e masse, attraverso la rivitalizzazione dei Soviet e delle autorganizzazioni degli operai, dei lavoratori e dei cittadini.

Ma, tra le altre, una lezione è centrale dell’esperienza dell’Ottobre e dell’URSS: senza la presa del potere nulla è possibile. Si deve discutere a fondo, alla luce delle distorsioni staliniste e del “socialismo realizzato” della definizione e della prassi della democrazia rivoluzionaria. Ciò che non si può mettere in discussione, come fanno oggi diversi dirigenti comunisti, anche del PRC, è la centralità della presa del potere. E’ questo l’inizio della Rivoluzione. Senza questo, nessuna trasformazione sociale profonda è possibile. Chi rinuncia politicamente e teoricamente alla presa del potere assume una cultura socialdemocratica e decide di giocare solo nella metà campo che gli ha indicato il nemico di classe: il padrone».


Note:

(1) Tommaso Ricci, dal servizio del Tg2 del 24 ottobre 2007, ore 20.30

 
  pagine: uno - due