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Il 25 ottobre scorso (2007), a novantanni anni dalla Rivoluzione bolscevica, un’altra sollevazione ha visto la luce, questa volta però dai banchi di Palazzo Madama.
A scatenare il moto d’orgoglio del Senatore Fosco Giannini (Prc) un servizio andato in onda il giorno prima al Tg2, che celebrava il 24 ottobre 1917 come “…l’inizio di un colpo di Stato, giacché la rivoluzione che aveva rovesciato lo zarismo, quella menscevica, c’era già stata a febbraio. Andava in scena, dunque, una controrivoluzione, quella bolscevica, minoritaria, che avrebbe impresso un sanguinario sigillo all’intero Novecento…”. (1)
E così, il Senatore Fosco Giannini si è “alzato in piedi… come si alzavano i
contadini di Di Vittorio di fronte ai padroni delle terre… per dire a tutti che questo servizio televisivo è contro la democrazia, contro la storia e contro la civiltà…” e per ricordare che “la Rivoluzione d'Ottobre è stata tra i più grandi eventi della storia dell'umanità”, come ha ribadito durante il suo intervento in Senato tra contestazioni varie.
Nonostante la rumorosa polemica a seguito di questo intervento, i media italiani non hanno approfondito, come da abitudine.
Palamitonews ha deciso, come da tradizione editoriale, in questo speciale dedicato alla Russia di oggi e di ieri, di dare voce a chi non ha potuto spiegare con serenità il suo pensiero.
Senatore Giannini, ci può spiegare come mai le parole di un Senatore comunista, esponente di spicco di un partito comunista erede di 70 anni di storia del Pci, fanno “cadere dalle nuvole” la politica italiana? Cioè, cosa c’è di scandaloso nel fatto che Fosco Giannini, come Berlinguer, difende la Rivoluzione Socialista d’Ottobre?
«Sino a quindici o vent’anni fa (in un tempo, cioè, ancora segnato dalla razionalità e dalla presenza pregnante e dal ruolo attivo della concezione materialistica della storia, sia nella ricerca e nel dibattito intellettuale, che nel senso comune di massa) resisteva ancora - nel pensiero di sinistra, nel pensiero “di classe”- un assunto filosofico che, utilizzando al meglio le categorie di “struttura” e sovrastruttura”, fissava un punto decisivo: la cultura dominante è quella della classe dominante.
Non si può non partire da qui per tentare di rispondere alla sua domanda. In verità, oggi come non mai è la cultura della classe dominante che segna di sé l’intera cultura dominante. Le televisioni - le più grandi organizzatrici e manipolatrici del senso comune di massa – sono, per la metà, direttamente in mano al rappresentante politico supremo della classe dominante: Silvio Berlusconi, il quale oltre le televisioni ha nelle sue mani un vasto impero editoriale: case editrici, giornali, riviste, rotocalchi. Oltre ciò, le stesse televisioni pubbliche sono ormai profondamente segnate dalla stessa cultura del potere.
Il ruolo che in questa fase ha svolto il TG2 nel presentare la Rivoluzione d’Ottobre ne è un segno probante: la Rivoluzione che ha cambiato il mondo è stata raccontata, per oltre un mese, “educando” probabilmente circa 10 milioni di persone, come un orrore dell’umanità. Nella stessa editoria di “sinistra” accadono fatti inquietanti e insieme significativi: “l’Unità” fondata da Antonio Gramsci sta per essere venduta alla stessa famiglia di imprenditori che già detiene la proprietà di “Libero”, un giornale reazionario e di destra che fa della volgarità da tabloid inglese populista e del supino filoberlusconismo le sue armi e la sua fortuna.
Un segno più preciso dei rapporti di forza culturali lo si può mettere a fuoco da una semplice analisi: i tre giornali comunisti più letti (“Liberazione”, “il Manifesto”, “la Rinascita della Sinistra”) stentano, insieme, a raggiungere le 50 mila copie. Mentre solo “Famiglia Cristiana” ne raggiunge un milione. E vi sono poi “Il Corriere della Sera”, “la Repubblica”, “Il Resto del Calino” ed un altro esercito di quotidiani, settimanali al servizio della cultura dominante. E le televisioni, le case editrici, il cinema: una forza titanica e in armi collocata sul fronte della conservazione e, in ultima analisi, della difesa filosofica e politica della società capitalistica. Non è difficile, da questo punto di vista, capire lo stupore e la rabbia di tanti rispetto al mio intervento al Senato sulla Rivoluzione d’Ottobre.
Per finire vorrei fare un inciso, rispetto alla sua domanda: forse non è la cosa migliore quella di citare Berlinguer come un paladino della Rivoluzione d’Ottobre. Ricordo che Enrico Berlinguer, da segretario generale del PCI, fu l’uomo che lanciò il famoso “editto”: "Si è esaurita la forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre". Editto sul quale molto ci sarebbe da riflettere, ma che, fondamentalmente, possiamo così affrontare: le parole di Berlinguer non aprirono la strada, come sarebbe stato necessario, ad una critica e ad un’analisi “da sinistra” rispetto al cosiddetto “socialismo realizzato”. Esse furono invece una sorta di Cavallo di Troia attraverso il quale il PCI passò dalla sua natura ancora comunista ad una natura essenzialmente socialdemocratica, per giungere alla “Bolognina” e finire poi miseramente nel Partito Democratico e liberista di Veltroni».
Quali sono, secondo lei, le motivazioni storiche e politiche che portano i media italiani a paragonare la Rivoluzione d’Ottobre al fascismo e alla equazione comunismo uguale nazifascismo?
«Il nazifascismo ha rappresentato davvero uno dei più profondi pericoli della storia dell’umanità. Forse il suo pozzo più oscuro e inquietante. Le grandi lotte di Liberazione, la Resistenza, le Resistenze dei popoli, non solo in Italia, il racconto collettivo, su scala europea e mondiale, dell’inferno nazifascista (lager, dittature, guerre, stermini) hanno giustamente ed opportunamente fatto entrare, nel senso comune di massa del dopoguerra l’orrore per il nazifascismo. Un “tabù” – importante per l’umanità come quelli dell’assassinio o dell’incesto - che negli ultimi anni è stato particolarmente “picconato” e aggredito ma che ancora resiste.
Bene: dobbiamo aggiungere che tale “tabù” (inteso come intende i tabù tutta l’antropologia avanzata, cioè come regole centrali, rivoluzionarie e positive), anche grazie all’impegno degli stessi intellettuali liberisti, borghesi, cattolici, che si sono aggiunti, come nella lotta di Liberazione, ai comunisti e alla sinistra, è entrato e si è organizzato anche nella cultura dominante e capitalistica. Cioè, persino i padroni del vapore hanno interiorizzato l’orrore – politico, sociale e culturale – del nazifascismo. Interiorizzando, in parte, anche il fatto che le dittature fasciste – così come analizzato dai comunisti e dalla sinistra e non solo – sono state sempre risposte alla stessa crisi capitalistica e all’insorgenza socialista e comunista (si pensi all’esperienza cilena di Pinochet o, oggi, al tentativo di golpe in atto contro Hugo Chavez in Venezuela).
Ed è questa consapevolezza dell’orrore nazifascista da parte anche della classe dominante – è questa la mia tesi, la mia risposta, parziale, alla sua domanda – che oggi spinge gli spezzoni più rozzi ed aggressivi del potere a paragonare il nazifascismo al comunismo. Come dire: abbiamo capito anche noi (o non possiamo fare a meno di capirlo) che il nazifascismo fu un orrore e – dunque – perché non paragonare il comunismo a questo orrore?
Siamo di fronte, cioè, ad una sorta di proiezione storico-psicologica, ad una sorta di tentativo di catarsi, ad una sorta di rovesciamento “liberatorio” di paradigmi. Il capitale che favorì, sostenne ed utilizzò (e non è detto che non possa ancora farlo) il nazifascismo, oggi – consapevole di ciò che quella cupa esperienza è stata – sostiene che essa è uguale al comunismo. Non pare davvero un terribile senso di colpa che tenta di sciogliersi attraverso una folle quanto insensata equiparazione?».
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