A ja ljublju SSSR / n°290
Hasta la vittoria, siempre!
Hasta la vittoria, siempre!
  "Fidel Castro mantenne il segreto dei freddi rapporti con Mosca per più trenta anni, e solo nel 1992 cominciò a rivelare come stava la situazione. "Noi venimmo a sapere solo attraverso la radio che si era prodotto un accordo" disse infine Castro, senza poter dissimulare il rancore che gli causava il ricordo dell'episodio".
di Carmen Di Giovanni / foto di Pino Ramos
 

Tutto era cominciato il 9 di luglio di 1960, quando Nikita Kruschev annunciò a Mosca che gli artiglieri sovietici erano pronti a difendere a Cuba con i propri missili. Allora, una sensazione di sicurezza invase i cubani. Furono molto pochi quelli che rivelarono la sua paura per l'esplosione di una guerra atomica. La maggioranza accolse la notizia come la conferma che Cuba non era sola nel mondo, giusto nel momento in cui gli Stati Uniti sospendevano gli acquisti di zucchero e cominciavano il sequestro del petrolio.

Cominciò allora l'unico periodo in cui i cubani credettero di poter contare incondizionatamente sui sovietici. Il Che Guevara si affrettò a ricevere l'offerta di Kruschev dicendo che, da quello momento, "Cuba è difesa dai missili della più grande potenza militare della storia". Castro preferì diminuire la grandezza di tale compromesso affermando che la frase del Che era solo una metafora.

Il maggior confronto tra i gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica non si ebbe in Europa, bensì nei Caraibi. Ebbe luogo durante la cosiddetta crisi dei missili a Cuba, nell’ottobre del 1962. In quel periodo la rivoluzione cubana aveva smesso di essere un processo spinto dai settori democratici contro la dittatura di Fulgencio Batista, per trasformarsi nell'alibi col quale l'URSS stabiliva una base di operazioni militari e di intelligenza nel cuore di ovest. Questo passo acutizzò i conflitti tra le superpotenze (Stati Uniti da un lato, URSS e Cina Popolare dell'altro). Poco mancò affinché si scatenasse la Terza Guerra Mondiale e la prima guerra termonucleare. Il primo obiettivo da annientare sarebbe stata proprio Cuba.

Nell’aprile del 1961 Fidel Castro proclamò ufficialmente il carattere socialista del suo governo. Con ciò dava un giro radicale al programma originale della rivoluzione cubana. Ora si tentava di istituire a Cuba un socialismo di taglio sovietico e per questo che il primo ministro dell'URSS, Nikita Khrushchev, non ebbe dubbi nel rinforzare il sussidio del nuovo regime di L'Avana. L'URSS non solo garantì a Fidel Castro grandiose risorse economiche, ma anche esperti militari ed armi di ogni tipo, compresi missili nucleari. Così incominciò la costruzione a Cuba di rampe per il lancio di razzi capaci di arrivare in pochi minuti alla zona meridionale-orientale degli Stati Uniti. L'obiettivo fondamentale, dal punto di vista sovietico, era quello di modificare l'equilibrio delle armi atomiche dislocate per il mondo, fino ad allora con un bilanciamento sfavorevole all'URSS.

La presenza di missili a Cuba fu sempre negata pubblicamente da Khrushchev fino a che, il 14 ottobre di 1962, aeroplani spie nordamericane fotografarono le basi di lancio costruite a Cuba sotto l'assistenza sovietica. Il 22 ottobre Kennedy, allora Presidente degli U.S.A, annunciò il blocco navale per evitare l'arrivo di nuovi razzi atomici all'isola. Allo stesso tempo chiese all'URSS l'immediata ritirata delle armi atomiche di Cuba. Il Paese fu dichiarato in quarentena, ed è stato questo l'unico vero blocco che ha sofferto l'isola dopo la rivoluzione, durando anche pochi giorni. Questa misura degli Stati Uniti fu appoggiata dall'Organizzazione degli Stati Americani.

Sul diario di Nikita Khrushchev si legge che Fidel Castro propose ai dirigenti sovietici di assestare il primo colpo nucleare, fatto che Castro ha smentito affermando che i suoi messaggi furono mal tradotti. La cosa certa è che quando il governo sovietico iniziò trattative coi nordamericani, mantenne ai margini delle stesse il regime di L'Avana. Alla fine Krushchev accettò le richieste di Kennedy inviando un messaggio il 26 di ottobre, nel quale annunciava che i razzi sarebbero stati rimossi da Cuba.

Come conseguenza di questo messaggio pacificatore si stabilì un patto secondo il quale gli Stati Uniti si impegnavano a non invadere l'isola, a non permettere che lo facesse qualche altro alleato, a togliere il blocco navale ed a ritirare i razzi atomici nordamericani che puntavano verso l'URSS da basi nordamericane in Turchia. Da parte sua l'URSS, oltre a ritirare i missili di Cuba, dovette impegnarsi a non aggredire la Turchia.

La fine della crisi costituì un passo di avanzamento verso la fine della Guerra Fredda. Tuttavia, per il governo di Cuba risultò un fatto inutile, perché non si tennero di conto le condizioni conseguenti la ritirata dei razzi senza contare il fatto che Castro non si aggiunse come ulteriore firmatario del patto. Per un po' le relazioni dell'Avana e Mosca si inacidirono a causa di questa esclusione. Fidel Castro diede un freddo ricevimento ad Anastas Mikoyan, addetto alle relazioni esterne dell'URSS, quando questo visitò Cuba poco dopo la crisi. L'Avana condannò la politica riformista dei Partiti Comunisti, molti dei quali si frammentarono in gruppi di "prosoviétici" e "procastristi". Queste divergenze si estesero fino agli inizi degli anni settanta. Cuba iniziò realmente il miglioramento delle sue relazioni con l'URSS solo a partire dalla morte di Guevara in Bolivia, nel 1967.

Fidel Castro mantenne il segreto dei freddi rapporti con Mosca per più trenta anni, e solo nel 1992 cominciò a rivelare come stava la situazione. "Noi venimmo a sapere solo attraverso la radio che si era prodotto un accordo" disse infine Castro, senza poter dissimulare il rancore che gli causava il ricordo dell'episodio. In un periodo di circa due anni, ci fu una certa ingenuità dei cubani che credevano alla fratellanza con Mosca.

Questa, però, non era legata da una fraternità ideologica, bensì per leggi molto più terrestri come la geopolitica. Già nel 1980, quando Kruschev apparteneva al passato, che un altro leader sovietico, Leonid Brezhnev, disse con crudezza a Castro che "non possiamo combattere a Cuba perché voi state a 11.000 chilometri di noi". Ma nel celebre testone di Kruschev, fu lo stesso pensiero geopolitico quello che mosse la negoziazione con Washington affinché si garantisse la non invasione dell’isola in cambio dell’uscita dei missili.

“Andiamo a Cuba affinché gli statunitensi ci rompano il viso?”. Queste le parole Brezhnev a Castro nel 1980. Castro conosceva la risposta sin dai giorni della crisi dei missili nel 1962 e sapeva che davanti all'aggressione militare dagli Stati Uniti, Cuba sarebbe rimasta drammaticamente sola. Dopo la crisi, le relazioni di Cuba e l'URSS non ritornarono ad essere le stesse.

[È probabile che Kruschev non abbia capito il significato esatto di quello che si diceva nelle strade di L'Avana: «Nikita mariquita, lo que se da no se quita (Nikita gay, quello che si dà non si toglie)»; n.d.r]
Circa trenta anni più tardi, un altro leader sovietico, Mijail Gorbachov, ripetè il gesto: annunciò senza consultare Fidel Castro che i militari sovietici abbandonavano l'isola. Ma questa volta non ebbe sorprese a L'Avana.

Note:

http://www.clarin.com/diario/1997/09/14/suplementos/i-00801e.htm
http://hem.passagen.se/cestefana/primera/hist11.html
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/[...]
grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=625&ID_sezione=58&sezione
http://www.cuba-urss.cult.cu/index2.php


 
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