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Nel freddo inverno del 1788 i venti milioni di contadini francesi avevano fame; il raccolto di cereali di quell’anno era stato disastroso e anche per quelli che avevano piccole vigne la situazione non era delle migliori. Questi sudditi chiedevano a gran voce un calmiere per il prezzo del pane, una requisizione, insomma i soliti provvedimenti che la corona prendeva in questi casi.
Nelle campagne francesi si diffuse la leggenda del “patto di fame” ovvero il governo centrale d’accordo con la municipalità sottraeva i cereali alla campagna per farli arrivare in città. Il malcontento cresceva. Per i contadini poveri l’unica via di sopravvivenza risiedeva negli usi civici o diritti collettivi del loro territorio come il diritto di libero pascolo, di spigolatura, di raccolta del legname e dei frutti della foresta. Nessun sovrano, nemmeno l’assoluto Luigi XIV, aveva osato togliere loro questi diritti.
Ma gli usi civici erano ben poca cosa e difficilmente riuscivano ad alleviare la condizione dei contadini che si trovavano a pagare onori regi, cioè imposte indirette come la gabella, oneri ecclesiastici come la decima sul raccolto e oneri feudali. In particolare quest’ultimo era tra i più odiati, perché al signore spettava diritto di alta e bassa giustizia sulle terre, diritti di caccia, pesca, colombaia, pedaggi, riscossione sui diritti dei mercati, corvées dovute al signore. Il signore aveva di fatto la proprietà delle terre che i suoi antenati avevano concesso ai contadini molti secoli prima.
Nelle città la situazione non era certo migliore, le classi urbane popolari si trovavano ad avere salari insufficienti se confrontati al costo della vita. I cereali aumentavano sempre di più. Per capire la situazione basti pensare che il salario di un operaio medio nel 1789 era di 17 soldi e il pane costava 2 soldi per ogni libbra, quindi “ possiamo dire che il potere d’acquisto di un salario operaio medio rappresentava alla fine dell ‘Ancien Régime dieci libbre di pane”. (1)
La crisi agricola andava di pari passo con quella industriale, poco denaro, pochi acquisti di beni “superflui” e quindi la necessità di manodopera diminuiva da un giorno all’altro, dando vita ad una nutrita classe di disoccupati che vegetava nelle città. Di denaro ne circolava poco, ma le industrie francesi erano arretrate rispetto a quelle delle cugine inglesi e il trattato commerciale di libero scambio con l’Inghilterra del 1786 aveva peggiorato la situazione.
Questi operai, insieme a contadini e borghesi, erano coloro che pagavano regolarmente tasse e gabelle di ogni tipo, mantenendo così Corona, Corte e Stato dal momento che i nobili del regno erano esentati dal pagamento di tasse e beneficati di privilegi.
I nobili del regno avevano diritto alle alte cariche del Regno, erano quasi esentati dal pagamento delle tasse e, in quanto possessori di grandi feudi, avevano prerogative e diritti sui contadini ai quali affittavano le loro terre. Nonostante ciò, molti esponenti dell’alta nobiltà erano indebitati a causa del tenore di vita che conducevano, che esigeva feste, servitù, abiti e giochi dai quali risultava difficile sottrarsi.
Nell’inverno del 1789 la situazione economica divenne insostenibile, il Deficit statale aveva raggiunto la cifra di cinque miliardi di lire e il Ministro delle Finanze Colonne disse a re Luigi che bisognava prendere provvedimenti, prima che la situazione peggiorasse. Il Ministro ipotizzò una riforma fiscale che ripartisse più equamente il carico fiscale sui francesi, ma la nobiltà si rivoltò ferocemente e a re Luigi non restò altro da fare che cambiare Ministro.
Nei quindici anni di regno di Luigi XVI il debito si era triplicato. Sicuramente ciò era dovuto alle ingenti spese per sovvenzionare la guerra d’indipendenza americana, ma la Corona e la Corte costavano cari e questo il popolo francese lo sapeva. Le spese della regina erano leggenda da anni, del suo amore per i brillanti, abiti e tappezzerie tutti sapevano tutto. Libretti sulla sua vita sfrenata erano cominciati a circolare sin dal suo arrivo in Francia, quando era poco più di una bambina. Le erano stati attribuiti centinaia di amanti e tanti vizi: l’ “Autrichienne”, come la chiamavano con disprezzo i suoi sudditi, non era mai stata molto amata.
La regina effettivamente amava i brillanti, i vestiti, le feste e il gioco e, soprattutto nei primi anni a Versailles, era incontenibile nello spendere. Poi con l’incoronazione e i figli la situazione era migliorata, ma per il suo popolo lei era e resterà fino alla fine dei suoi giorni la cattiva consigliera di Luigi, la traditrice, colei che affamava il suo popolo spendendo denari in cose frivole. Si diffuse proprio nel fatidico inverno dell’ ’89 la voce che la regina, avvertita della mancanza di pane che affliggeva i parigini, avrebbe mormorato: «Se non hanno pane dategli delle brioches!». In realtà, la regina non pronunciò mai queste parole. Questa era la frase che, nel corso dei secoli, il popolo francese aveva attribuito a turno alle odiose regine straniere per diffamarle. Ecco, quindi, che la frase venne attribuita prima a Caterina dei Medici, poi a Maria dei Medici e infine a Maria Antonietta.
Ma oltre alla famiglia reale, molto denaro veniva succhiato dai nobili di corte e, in particolar modo, da quelli che percepivano laute pensioni. Un esempio clamoroso era quello del conte di Polignac e di sua moglie Yolande, intima amica della regina: essi vennero elevati al rango di duchi e, tra pensioni e "altri indennizzi", prendevano circa 500.000 lire all’anno. Il conte di Artois e quello di Provenza avevano ricevuto dal re loro fratello rispettivamente 14 e circa 16 milioni di lire come regalo.
Le Corona si trovò nel 1789 ad avere un debito superiore alle sue entrate. (2)
La Francia si trovava così ad avere una classe politica, se così si può definire, di nobili incapaci e un re poco volitivo. L’alta borghesia, dal canto suo, rivendicava diritti politici e una partecipazione attiva alla vita del Paese, non voleva più essere soltanto una classe da tassare. La situazione incandescente della città di Parigi e delle campagne e la crisi economica inarrestabile, spinsero il re ad una decisione: convocare gli Stati Generali in una riunione nel maggio di quell’anno.
Gli Stati Generali erano composti dai rappresentanti dei tre ordini della società: nobili, clero e Terzo Stato che comprendeva borghesia e popolo. Ogni ordine aveva diritto ad un voto e quindi ogni provvedimento malvisto da nobili e alto clero veniva bocciato. Ma questa volta la grande borghesia voleva che le cose cambiassero, voleva un numero di membri pari a quelli che avevano insieme nobiltà e clero, nonchè il voto per testa e non più per ordine.
Il clima si annunciava battagliero. Il Terzo Stato voleva l’uguaglianza fiscale e una Costituzione per la Francia...
A nulla valse l’opposizione del re, i tempi erano ormai maturi: il 23 giugno 1789 il re approvava libertà individuali e di stampa e accordava la competenza in materia fiscale ai tre ordini che, d’ora in poi, sarebbero stati unificati. Questa assemblea da lì a poco avrebbe preso il nome di Assemblea Nazionale Costituente. Ma il re incominciò a chiamare attorno a Parigi parte dell’esercito con l’intenzione di sciogliere l’Assemblea.
Fu a questo punto che fece la sua trionfale entrata in scena la massa che da mesi, ormai, seguiva con un misto di speranza e apprensione le vicende prima degli Stati Generali, poi dell’Assemblea. Si diffuse, così, la paura nelle campagne e nelle città di un “complotto aristocratico” che voleva rovesciare l’Assemblea. Quegli stessi aristocratici che li stavano affamando, sottraendo loro il grano, adesso tramavano anche contro i loro rappresentanti.
Il licenziamento di Necker da Ministro delle Finanze (succeduto a Colonne) fu la goccia che fece traboccare il vaso: i parigini saccheggiarono Les Invalides, presero le armi e assaltarono la Bastiglia simbolo del potere regio. Era il 14 luglio 1789: l’intervento popolare aveva salvato la Borghesia e la Rivoluzione.
Ma intanto nelle campagne, come nelle città, si continuava a diffondere la “Grande Paura” di un complotto aristocratico e la comparsa di bande di briganti non fece che peggiorare la situazione.
I contadini insorsero ovunque e, con armi improvvisate, si diressero ai castelli dei signori reclamando i documenti d’archivi che attestavano i diritti del signore sulle loro terre, a volte addirittura convocavano un notaio locale per far sottoscrivere la rinuncia del signore ai suoi antichi diritti. La Francia divenne un grande falò di documenti antichi, anticipando così i tempi del Terrore. Questo era il modo conosciuto dai contadini per dire basta ai diritti feudali e per reclamare il possesso della terra sulla quale lavoravano da generazioni.
L’Assemblea di borghesi decise di intervenire e, nella notte del 4 agosto 1789, abolì diritti feudali e decima, più per fermare le insurrezioni nel Paese che per reale convinzione delle rivendicazioni contadine.
Il 26 agosto 1789 si sancì la morte definitiva dell’Ancien Régime con l’approvazione della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino da parte dell’Assemblea Costituente: “Gli uomini nascono e restano liberi e uguali nei diritti…” recitava l’articolo 1, “il principio di ogni sovranità risiede nella Nazione.. “recitava il 3, “la legge deve essere uguale per tutti..” recitava il 5, “la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo” recitava l’articolo 11. (3)
Altri articoli introducevano la presunzione di innocenza per ogni accusa, la pubblicità degli atti e l’istituzione di una forza pubblica posta a difesa della Nazione, che dovesse essere mantenuta con i fondi della Nazione stessa.
La borghesia era riuscita nel suo intento, il popolo si era parzialmente liberato del suo giogo, ma la fine della Rivoluzione era ancora lontana: il voto per il momento era concesso soltanto a coloro che avevano una rendita e non a tutti i cittadini francesi come proponeva qualche estremista.
Il re non era ancora disposto a rinunciare ai sui diritti divini che con la forza gli erano stati strappati e da Parigi stava tentando di sollecitare Spagna, Prussia e Austria ad accorrere in suo aiuto. La crisi economica non accennava a diminuire nemmeno dopo la requisizione dei beni secolari della Chiesa e la loro messa all’asta.
Si era conclusa una prima parte della Rivoluzione, quella che solitamente viene definita”borghese”, quella che si accontentava di una monarchia costituzionale. Ma il vento di cambiamento ancora non si era arrestato, come la storia avrebbe poi dimostrato. Molti storici e commentatori cercarono, secoli dopo, di dare una spiegazione sull’origine della Rivoluzione “ma nessuna rivoluzione è riconducibile a una spiegazione di tipo strutturale: le sue modalità non sono “inevitabili”, inscritte nelle contraddizioni sociali o nella congiuntura economica. Bisogna restituire al mero fatto rivoluzionario, all’evento, il suo preciso ruolo di creatore di discontinuità storica.” (4)
Note:
(1) A. SOBOUL, La Rivoluzione Francese, 1972 Paris, p. 47.
(2) Idem, p. 83.
(3) A.GIARDINA,G.SABBATUCCI, V. VIDOTTO, Profili Storici, 1997 Roma, p.348
(4) FURET RICHET, La Rivoluzione Francese, Parigi 1964, p VIII
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