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Veltroni è l’uomo che, pur essendo uscito dalle “Frattocchie”, dichiarò: "Si poteva stare nel Pci senza essere comunisti". Secondo te, questa è una cosa possibile oppure è da interpretare come tradimento storico verso chi ha creduto alle parole di Walter quando parlava dai banchi del Partito Comunista Italiano?
«Ironicamente si può dire che il primo a non credere nelle parole di Walter sia proprio lui, visto che dopo qualche anno cambia immancabilmente idea.
Forse non tutti conoscono le “Frattocchie”: era un luogo molto caro ai comunisti ed era in pratica l’istituto di studi del Pci in cui per decenni migliaia di operai e contadini hanno ottenuto una preparazione politica. Io ci sono stato più volte e dalle parole di Veltroni non ho mai notato alcun indizio che ci fosse stato anche lui. Come al solito a Veltroni (che ha modi da gesuita) si attribuisce ciò che è scontato come se fosse una cosa imprevista e sorprendente.
Se il problema è che si poteva essere iscritti al Pci senza essere comunisti, ciò avveniva anche prima che Veltroni nascesse. Già nello statuto sancito dall’VIII° Congresso del Pci , a metà degli anni cinquanta, si stabilì che si poteva essere iscritti – al di là della fede religiosa e delle convinzioni filosofiche - purché si condividesse il programma del partito. In questo senso, dunque, si poteva essere iscritti al partito senza essere comunisti. Tuttavia mi sembra che la stampa abbia riportato espressioni ben diverse. E cioè che Veltroni avrebbe detto che LUI non è mai stato comunista ed anche che si è sempre ritenuto anticomunista. Proprio un ottimo motivo per iscriversi e diventare dirigenti della federazione giovanile di un partito che si chiama comunista!
Personalmente ricordo quando vedemmo insieme in un cinema vicino casa sua il film “Novecento” e come si mostrò commosso dalle scene più significative e toccanti di quel capolavoro. Oppure ricordo ciò che disse ad una grande manifestazione di giovani comunisti svolta a Villa Borghese all’indomani dell’assassinio di Luigi Di Rosa.
In verità, nella carriera politica di Veltroni, così come in quella di altri dirigenti politici italiani (per esempio Fini), si scorgono alcuni motivi di fondo della dilagante corruzione. A un certo punto della loro carriera, questi dirigenti hanno scoperto una vocazione in totale contrasto con le idee politiche propugnate dal partito a cui erano iscritti. A quel punto buona fede vorrebbe che ci si dimetta e che ci si iscriva a partiti ben diversi da quello in cui si era militato fino a quel momento; nel caso di Veltroni in un partito anticomunista. Nessuno dubita che in qualche anno egli sarebbe diventato un ottimo dirigente del Psdi o del Partito Liberale Italiano. Invece c’è questo fattore di corruzione dovuto alla scelta o al cambiamento di identità e programmi come se fossero abiti o menù, solo assecondando le proprie personali convenienze del momento.
Il risultato non è tanto che nessuno ha più bandiere, ma che si cambiano partiti, storie e appartenenze pur di seguire quella che, a questo punto, sarebbe l’unica vera bandiera: ossia quella degli sfruttatori, di coloro cioè che detengono il potere. In questo sono tutti uguali e danno alle masse popolari un esempio che alimenta le tendenze all’egoismo, al cinismo e alla prostituzione culturale e spirituale, nonché al crumiraggio sociale e politico».
Per le primarie del Pd abbiamo assistito ad un voto plebiscitario, cioè su 3,5 milioni di elettori circa 2,7 milioni hanno votato per Veltroni. Che tipo di analisi politica viene fuori da questa vicenda?
«In primo luogo prendo atto dei dati che mi fornisci, perché a quanto ne so i risultati definitivi delle primarie non sono stati resi noti e non credo lo saranno in futuro. Se ben ricordo, per un paio di giorni furono rese note proiezioni di carattere provvisorio e generico e poi non se ne è saputo più nulla.
Quella delle primarie è stata una settimana fatata. Personalmente mi sono risvegliato in un Paese assai diverso da quello che ritenevo: tre milioni e mezzo di persone a votare volontariamente in fila per le strade per Veltroni e soci, cinque milioni di persone a sostenere il peggioramento dello scalone di Maroni e il tradimento delle promesse elettorali sul precariato nel referendum indetto da CGIL, CISL e UIL, mezzo milione di persone con Fini e per concludere un milione per sostenere Prodi da sinistra. Tutte queste cifre sono chiaramente manipolate e ciascuna è molto più bassa di quel che si pretende. In particolare posso dirti che ad applaudire Fini ed Alemanno erano al massimo 150.000/200.000 persone (sono comunque tante ma si consideri che ai comizi di Almirante, Piazza del Popolo si riempiva lo stesso e solo con persone di Roma e dintorni, senza bisogno di pullman e treni provenienti da tutta Italia), mentre sono più del doppio - e ne sono naturalmente ben lieto - i compagni e le compagne che hanno partecipato al corteo della sinistra, il 20 ottobre.
Quel che va rilevato, semmai, è uno delle tante prove del “comparaggio” tra i due poli che solo noi da tempo andiamo denunciando e cioè che nessuno contesta le fantasiose cifre che vengono sparate dagli altri (come nel caso degli inesistenti due milioni di persone che Berlusconi avrebbe raccolto il 2 dicembre 2006 a Roma) per poter poi rilanciare sulle proprie, in un delirio che è facile prevedere come andrà a finire, ossia come è cominciato: con la storia degli otto milioni di baionette.
Per quanto riguarda il voto in sé delle primarie, e a prescindere dal fatto che ha votato un numero sensibilmente inferiore ai 3,5 milioni della propaganda di regime, vorrei fare una considerazione che mi viene proprio da quest’ultima. Le varie interviste spiattellate sui giornali a gente in fila per votare alle primarie, danno nel complesso l’idea che una parte di questi votanti non sapessero con precisione il significato e il contenuto del voto che andavano ad esprimere. Come giudicare, infatti, la maggioranza di risposte pubblicate, del genere: “voto alle primarie perché sono una pensionata e spero che mi aumentino la pensione”? Oppure quelle del tipo: “mio figlio ha più di trent’anni, è precario e spero che migliori qualcosa per il suo futuro”?
Mi viene da pensare che molte di quelle persone, sicuramente oneste e rispettabili, non sapevano di trovarsi alle primarie di un partito che ormai da un anno e mezzo esprime il Presidente del Consiglio, i due Vice Presidenti, la maggioranza dei Ministri e, nel caso di Roma e di molte altre località, le amministrazioni regionali, provinciali e comunali. Mi risulta che un certo numero di persone pensava addirittura che quelle fossero le vere elezioni politiche.
Non posso concludere senza una nota certamente sgradevole ma inevitabile per chi crede che la verità sia sempre rivoluzionaria: questa piccola processione alle primarie è un buon sostituto di quella che una volta era la fantasiosa combinazione di preferenze multiple usate come “firma” del voto sulla scheda elettorale. In fondo partecipare a queste liturgie all’americana è un modo a buon mercato (solo un euro) per “farsi vedere”, tutto sommato, dal partito più potente o dalla coalizione che si ritiene governerà per cinque anni, un modo per dire “ci sono anch’io, sono dei vostri”. Insomma salire sul carro dei vincitori e poter poi chiedere un “favore” che, nella maggior parte dei casi, è proprio un diritto negato da quelli per cui si va a votare alle primarie».
Un paio di mesi fa Veltroni affermò categorico: "Ogni euro di nuova spesa corrente dovrà essere ricavato da un risparmio". Secondo te, che fine hanno fatto i risparmi degli elettori delle primarie che per votare hanno dovuto pagare un euro?
«Probabilmente sono serviti per le spese delle primarie stesse. Lascio a quelli di An o a polemisti come Vittorio Feltri o Maurizio Belpietro argomenti di questo tipo. Noi non abbiamo bisogno di usarli perché, a differenza della destra, la nostra alternatività e incompatibilità con forze politiche come il Pd è sui contenuti della politica di governo e sulla sostanza dell’idea di società e di vita che propugnano o che tendono a realizzare. E tuttavia non credo che il Pd o Veltroni abbiano bisogno di “rubare” quelli che sarebbero al massimo due o tre milioni di euro».
Il 30 agosto, in una lettera a “La Repubblica”, il Veltroni candidato alla guida del Pd dichiara: "Tasse più basse e trasparenti". L’8 ottobre scorso, invece, “scopriamo”, da una ricerca condotta dall’Adoc, che è Roma la capitale italiana delle tasse. Inoltre, nonostante sia prima per incidenza della fiscalità locale, è al 51° posto in quella dei servizi offerti. Cosa si deve aspettare, allora, l’Italia intera sulla base di questo esempio?
«Mi sembrano sufficienti alcune delle risposte precedenti».
Perché gli elettori sembrano non percepire questa sua incoerenza?
«E chi lo dice? Aspettiamo le prossime elezioni. Oltre tutto, tanti che potrebbero votarlo non è detto che lo facciano perché ignorano le caratteristiche negative di chi votano. Magari lo fanno per tanti motivi estranei ai programmi stesi sulla carta e in primo luogo per motivi clientelari».
Circa un mese fa il sindaco Veltroni risponde convinto sulla situazione che sta vivendo la “borgata Pinarelli” a Roma, elencando gli interventi fatti dall’amministrazione capitolina. Solo che la borgata in questione è reale solo nei film di Tomas Milian. La “gaffe” del sindaco di Roma, romano e appassionato di cinema, come tutti ormai sappiamo, cosa porta a pensare?
«Che quelli di An hanno poco da ridere. L’episodio cui allude la domanda è stato uno “scherzo” organizzato dai giovani di An che avevano invitato Veltroni alla loro festa. Gli è rimasto solo questo: dal momento che una delle peculiarità del sistema di potere di Veltroni a Roma (tratto che probabilmente avrà un suo sviluppo anche sul piano nazionale) è stato proprio quello di far sparire l’opposizione. Le liste del centro sinistra nelle ultime elezioni comunali erano piene di ex del centro destra. A Roma non c’è una vera opposizione politica al sistema di potere dominante (quella indomabile di Iniziativa Comunista, come si sa, è troppo limitata e ridotta di proporzioni). Persino il giornale che è storicamente vicino alla destra romana, ossia Il Tempo, è ormai un paladino di Veltroni».
Può Veltroni fare il segretario del Pd e contemporaneamente il sindaco di Roma? Molti, infatti, avevano chiesto le sue dimissioni dal mandato di Primo Cittadino proprio per incompatibilità politica e di impegno.
«Queste sono polemichette che solo An può fare. I compiti, le mansioni e le responsabilità per un sindaco sono definite anche dalla legge e dalle norme amministrative. Se egli riesce a svolgere i propri compiti (e comunque per IC li svolge male a prescindere dal tempo che vi dedica) il resto sono problemi interni del suo partito. Se preferiscono avere un segretario che avrà poco tempo da dedicare al partito per svolgere la sua attività di sindaco è una loro libertà e un loro diritto. Mi viene semmai da aggiungere che se An fosse un partito capace di un’opposizione più intelligente avrebbe dovuto fare proprio un ragionamento contrario, qualche mese fa, di questo tipo: “Caro Veltroni, siccome ti sei impegnato con gli elettori romani e sapevi bene che la tua carica sarebbe durata cinque anni, adesso non ti devi candidare alla segreteria del Partito Democratico, cosa che potresti fare invece alla scadenza del tuo mandato”. Anche questo dettaglio dimostra sia la sostanziale subalternità di An al sistema di potere veltroniano, sia il “comparaggio” di fatto che vige tra forze del centrodestra e del centrosinistra a Roma come in tutta Italia».
[L’argomentazione più efficace, in realtà, ce la fornisce la normativa italiana. Un sindaco di un comune con più di 20.000 abitanti, infatti, per legge, non può candidarsi al Parlamento, e le sue dimissioni devono arrivare almeno sei mesi prima dello scioglimento delle Camere; n.d.r.]
Ci puoi dare un giudizio politico, come leader di Iniziativa Comunista, sul Partito Democratico?
«Per la verità da qualche mese sono stato sollevato da incarichi dirigenti di Iniziativa Comunista, per la quale comunque poco si presta la definizione di leader. E tuttavia sono contento di poter dire la mia sull’argomento di questa domanda, perché durante il mio comizio di chiusura alla recente Festa popolare di IC, al solo pronunciare le parole “Partito democratico” è partita una tale salva di fischi che mi ha coperto la voce. Per la verità non si tratta proprio di un giudizio, dato che ciò non sanno esprimerlo neppure coloro che lo hanno proposto e fondato (qualcuno sa non gli auspici o le giustificazioni, ma proprio il giudizio di Veltroni o di Marini o della Finocchiaro o di quant’altri sul Pd?).
Quello che posso riferire, invece, è una definizione che merita, però, una premessa che riguarda una parte dei co-fondatori di questo partito. Si tratta di professionisti del pentimento e del tradimento. Hanno usato il Pci per le loro carriere. Appena hanno potuto lo hanno sciolto e poi via via hanno fatto e disfatto diversi altri partiti, che nel frattempo si riducevano progressivamente in quanto a consenso e prestigio. Alcuni di loro, nel Pci, inizialmente, per dare fastidio, amavano fare i contestatori di un inesistente consociativismo del Pci, della politica del compromesso storico (che in realtà non c’è mai stato), di una fantasiosa subalternità o mancanza di alternatività alla Dc da parte della precedente direzione del Pci. Oggi si fondono in unico partito proprio con i democristiani.
Nel comizio che ho appena ricordato, perciò, ho definito il Pd, proprio in riferimento a questa specifica componente, un partito “bastardo”. Un cane con il pedigree assomiglia ai suoi genitori e genera figli che gli somigliano a loro volta; in questo senso, dunque, ha un passato ed un futuro. Un partito “bastardo”, con tutto l’affetto per i simpatici cagnolini, non riporta nulla dal passato e non lascerà nulla di sé nel futuro.
Per concludere vorrei chiarire che il carattere talvolta aspro di queste risposte non è dovuto a risentimento verso tali personaggi, ma al grave danno che stanno causando allo spirito pubblico e alla coscienza delle generazioni future. Noi non siamo solo il popolo di quelli “con la Francia o con la Spagna purché se magna”. Nella storia degli italiani c’è Spartaco e la rivolta degli schiavi, c’è Pier Capponi, ci sono Garibaldi e Mameli, fino ai partigiani e anche a Guido Rossa o ai lavoratori - comunisti e non - uccisi dalla mafia.
C’è una componente, nella storia del nostro popolo, luminosa, sana, spiritualmente progressiva, che rende fieri di essere italiani. Invece i personaggi di cui purtroppo si è discusso in questa intervista insegnano solo un egoismo ottuso e cinico, un avventurismo, per così dire, della convenienza immediata che non è esente già oggi da colpe e responsabilità rispetto a fenomeni e vizi opposti a quelli positivi appena richiamati e che angosciano oggigiorno parecchie generazioni di italiani. La dignità è il destino del nostro popolo. L’Italia non può essere quella arida e grigia che ci restituiscono oggi questi politicanti. Principalmente per questo, nonostante tutto e contro ogni convenienza personale, siamo e resteremo comunisti».
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