Che mangino brioche! / n°289
Walter Veltroni visto dal vicino
Walter Veltroni visto dal vicino
  "Per questo, se mai ci sarà “un’era Veltroni”, essa sarà caratterizzata da un odioso autoritarismo tecnocratico, combinato da un’abile capacità di mediazione - sarebbe meglio dire di corruzione e compromesso - di stampo appunto neodemocristiano, tendente ad una conciliazione con tante tensioni ed espressioni politiche, ideali e sociali. Il fine sarà quello di “filtrare” tali istanze politiche e sociali in modo da eliminare e liquidare ogni contenuto di classe, di lotta di classe, soprattutto comunista. Veltroni userà i mezzi di comunicazione di massa come Berlusconi usa i sondaggi" - Norberto Natali (Iniziativa Comunista)
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 

Se l’homo novus della rivoluzione francese fu Maximilien Robespierre, Walter Veltroni sembra essere quello del nuovo corso della politica italiana, o almeno è quello che vorrebbero farci intendere. Ma come Robespierre, anche Veltroni cade nel pieno delle proprie contraddizioni.

Robespierre, poco prima che iniziasse il cosiddetto periodo del Terrore, era addirittura fermamente contrario alla pena di morte. Veltroni, nato politicamente tra i banchi del Pci, non si è mai sentito comunista e ci tiene a sottolinearlo. Come Robespierre, Veltroni vorrebbe attuare il “regno dell’uguaglianza”. Ma come la Montagna riuscì, in quello stato di cose, a fare fortuna rapidamente e con mezzi poco limpidi, la storia si ripete oggi nei meandri della Casta.

Bisogna però riconoscere che vi sono anche sostanziali differenze. Nonostante i corrompibili appartenenti del suo “partito”, Robespierre era un uomo onesto, tanto da essere soprannominato l’incorruttibile. La critica che, invece, viene mossa più comunemente a Walter Veltroni, come sostiene anche il Financial Times del 12 ottobre scorso, “è un’apparente mancanza di sincerità”.

Per avere un quadro più chiaro sull’Africano (anche Veltroni, alla fine, sarà ricordato con un epiteto), abbiamo intervistato Norberto Natali di Iniziativa Comunista, movimento da sempre impegnato soprattutto a Roma, e che quindi potrà raccontarci qualche scheletro nell’armadio del suo vicino di casa.

Una particolarità di Veltroni è di essere dottor Jekyll e Mr. Hyde allo stesso momento. Nel senso che lui accetta e nega qualsiasi cosa contemporaneamente. Sembra, insomma, che le sue convinzioni politiche siano confuse quanto una “supercazzola” di Ugo Tognazzi. C’è, secondo te, una prova politica che nel prossimo futuro potrà smascherare questa ambiguità di Veltroni?

«Non è vero che le sue convinzioni politiche sono confuse. Un conto sono le parole e i discorsi che pronuncia, altro conto è la politica realmente condotta: quest’ultima è una sola e i suoi effetti sono privatizzazioni, precarietà, speculazione. Il tutto coperto da una certa capacità di compensare il peggioramento concreto delle condizioni di vita (dovute alla sua politica) con degli abili polveroni come la Festa del Cinema, la beneficenza in Africa, la Notte Bianca ed altre trovate divertenti e in sé azzeccate. Veltroni si ispira alla “ricetta” con la quale la Democrazia Cristiana ha realizzato e mantenuto per decenni il proprio sistema di potere nel dopoguerra, ovviamente rielaborandola in chiave moderna e nuova. Il suo obiettivo è assicurare, in un quadro di ordine e stabilità, il recupero dei margini di profitto dei grandi monopoli finanziari transnazionali, oggi seriamente minacciati dalle contraddizioni del capitalismo e anche dalla crisi politica e sociale del nostro Paese.

Questo obiettivo, essenzialmente, dovrebbe poggiarsi sulla proliferazione di una classe particolare di sfruttatori, di posizione media e anche medio-bassa nella scala sociale, che assicurino una conveniente intermediazione di mano d’opera addetta alla produzione di semilavorati o anche di servizi per le industrie del grande capitale finanziario a basso costo. Lui la chiama “rete diffusa di piccoli imprenditori, soprattutto nel sud” ma in realtà si tratterebbe di due o tre milioni di subappaltatori di commesse delle grandi imprese (ed anche della spesa pubblica) che vivrebbero di autosfruttamento e di intenso sfruttamento di pochi altri lavoratori ciascuno. Già oggi, per fare un esempio, il costo di produzione di un’automobile viene notevolmente abbassato (a beneficio dei margini di profitto dei grandi capitalisti) dal fatto che una serie di componenti dell’auto o di servizi necessari alla sua produzione e commercializzazione sono affidati ad una catena di subappalti che garantisce, alla fine, basso costo del lavoro, buona capacità di evasione fiscale e aggiramento di altri oneri sociali e possibilità di “scaricare” gratuitamente i danni ambientali.

Lo stesso discorso potrebbe allargarsi a molti rami dell’economia, compresa, tra gli altri, l’industria dello spettacolo o molti servizi. Insomma una classe nella forma di subappaltatori di produzione, servizi o consulenze, ma nella sostanza di intermediatori (molto numerosi e capillarmente diffusi) di manodopera a buon mercato e privata di ogni possibile conflittualità e di influenza sociale, di cui sono invece capaci i lavoratori delle grandi fabbriche o delle grandi imprese pubbliche e private. E’ la classe dei nuovi caporali! Essa assicura per questa via un’occasione di rimediare alla caduta dei profitti e alle crescenti difficoltà di impiego redditizio dei grandi capitali, unendo a ciò la possibilità di garantire ordine e stabilità mediante una “pressione” continua e capillare sulla classe operaia. Da ciò scaturiscono conseguenze devastanti sul piano economico-sociale ed anche su quelli culturale e morale: ci sarebbe, da parte di settori sempre più ampi della società civile, un ricorso crescente a criteri e modalità di tipo mafioso nella vita pubblica, non tanto un’espansione della mafia così come oggi è intesa e definita, bensì, per dirlo con una brutta espressione, una sorta di “mafiosizzazione” diffusa.

Il Nostro pensa di supportare la permanenza e l’espansione di tale classe con provvedimenti che allo stesso tempo costituirebbero anche fonti dirette di profitti per il grande capitale quali le privatizzazioni, le cosiddette grandi opere o i grandi eventi, ecc. In questo modo si vuole sostenere la produzione (di profitti capitalistici) ma si genera un problema molto grave che minaccia il funzionamento del sistema stesso: una classe operaia ridotta alle condizioni di vita del sottoproletariato. In altre parole, le lavoratrici e i lavoratori giovani, i quali con il proprio lavoro, sotto il comando dei nuovi caporali, arricchiscono indirettamente il grande capitale, non sono in grado di riprodursi. Cioè non sono in grado di “metter su famiglia”, avere un’abitazione, crescere dei figli: in definitiva non è garantito che siano in grado neanche di mantenere se stessi in tale proprio ruolo.

Finora i predecessori di Veltroni non hanno saputo indicare un progetto valido per risolvere questo problema oppure hanno furbescamente raschiato il barile. Ancora oggi, infatti, è la vecchia classe operaia, grazie alle sue precedenti conquiste, che in buona parte sopperisce al problema: i nonni hanno generalmente una casa, qualche risparmio e discrete pensioni e possono integrare in qualche modo il reddito delle coppie più giovani, ospitarle e anche fare da “baby sitter” ai nipotini. Questa situazione però comincia a venir meno. Ecco perciò la trovata del neodemocristiano: garantire il sostegno ai profitti del grande capitale anche combinando tutto quanto già detto con una sorta di “assistenza alla riproduzione” che ha lo scopo di mantenere (per lo più indirettamente) i nuovi lavoratori ai livelli minimi di sussistenza propria e di uno o due figli al massimo, in modo da assicurare al grande padronato la disponibilità di una forza-lavoro da consumare a proprio piacimento.

In un certo senso si passerebbe dalla rottamazione delle auto come forma di sovvenzionamento diretto per i profitti dei capitali investiti nel ramo automobili ad una sorta di “rottamazione” degli operai, ossia il finanziamento pubblico del mantenimento e della riproduzione di lavoratori necessari alla salvaguardia dei margini di profitto. Una versione certamente nuova ed anche originale del classico esercito industriale di riserva. Tutto ciò, si è già detto, necessita di una politica anche specifica tesa ad assicurare ordine e stabilità ad un sistema fondato su equilibri molto delicati e parziali, di per sé ingiusto nonché fonte di tensioni e incertezze. Per questo, se mai ci sarà “un’era Veltroni”, essa sarà caratterizzata da un odioso autoritarismo tecnocratico, combinato da un’abile capacità di mediazione - sarebbe meglio dire di corruzione e compromesso - di stampo appunto neodemocristiano, tendente ad una conciliazione con tante tensioni ed espressioni politiche, ideali e sociali. Il fine sarà quello di “filtrare” tali istanze politiche e sociali in modo da eliminare e liquidare ogni contenuto di classe, di lotta di classe, soprattutto comunista. Veltroni userà i mezzi di comunicazione di massa come Berlusconi usa i sondaggi.

Iniziativa Comunista è contraddistinta da alcune idee molto originali. Una di queste, espressa quasi un decennio fa, era un’analisi che prendeva in considerazione un disegno della borghesia di instaurare un regime che definimmo “liberal-fascista”. Intendevamo indicare il disegno di una società che assumeva caratteristiche liberali per i borghesi e fascista con i proletari. Se Veltroni riuscirà ad instaurare il suo sistema di potere sarà confermata la nostra analisi».


Quali sono le differenze sostanziali tra il Walter Veltroni uomo politico nazionale e il Veltroni sindaco di Roma?

«Non credo ce ne siano. Veltroni, infatti, non è certo “l’uomo nuovo”. Al contrario, è tra i maggiori responsabili delle vicende nazionali da almeno tre lustri. Per esempio, già nel 1994 fu candidato da Occhetto, primo segretario del Pds, alla propria successione e un anno e mezzo più tardi divenne l’unico vicepresidente del Consiglio nel primo governo Prodi. Quando fu eletto per la prima volta sindaco di Roma (nel 2001) era già segretario del più importante partito di governo dell’epoca».

Come nasce e come si sviluppa il mito di Walter Veltroni come persona giusta e buona?

«Come tutti i miti, per l’appunto. In particolare con sistemi mutuati dagli Usa, ossia il vuoto insignificante carrierismo dei politicanti statunitensi affidato a copioni e look di stampo hollywoodiano. Semplicemente lui ha parlato e taciuto tenendo conto di questo parametro. Tuttavia, che sia buono e giusto lo dicono soprattutto quelli profumatamente pagati per farlo. E non vorrei legittimare la loro ideologia del buono e giusto. Cosa significa quest’espressione? Per me erano “buoni e giusti” i partigiani, e invece non lo era affatto J. F. Kennedy, tanto amato da Veltroni, e sotto la cui presidenza, in realtà, si svolse il fallimentare tentativo di sbarcare a Cuba e porre fine alla sua rivoluzione e iniziarono le manovre per la barbara invasione del Vietnam».

Ci puoi raccontare qualche gesta di Veltroni - Mr. Hyde a Roma?

«Premesso che il Veltroni-Dr Jekyll esiste solo a chiacchiere e quello che si vede è solo il Veltroni-Mr Hyde, certamente direi il tradimento dell’antifascismo. Anche in questo caso, però, negli anni è rintracciabile una certa coerenza. Tra i fatti più recenti citerei, ad esempio, la mancata partecipazione ai funerali di Renato Biagetti (il giovane dei centri sociali ucciso a coltellate, a Focene, dai fascisti). Ma anche l’intitolazione di una strada al commissario Calabresi. È un suo diritto farlo, ma chi pensa all’anarchico Pinelli, all’ingiustizia della sua morte, alla sua memoria?

Aggiungo un fatto poco conosciuto, che non dipende strettamente da lui ma che è sintomatico di una certa situazione venutasi a creare sotto il suo controllo. In occasione dello scorso 25 aprile, abbiamo organizzato e svolto insieme alla gran parte delle forze della sinistra, una manifestazione con il partigiano Rosario Bentivegna, l’unico sopravvissuto dei Gap romani, che diedero un contributo fondamentale alla liberazione di Roma dal giogo nazifascista. Questo partigiano, come molti sanno, è iscritto ai Ds e simpatizza per il nascente Pd. Ciononostante, i Ds non hanno voluto in alcun modo avvicinare la propria firma a questa manifestazione e a questo partigiano. Ed è un episodio sintomatico perché rivela la preparazione di un tradimento ancora più disgustoso dell’antifascismo».


L’avversario politico Walter Veltroni, riguardo gli altri colleghi e le altre formazioni politiche, è sempre bravo, leale e corretto come vuole apparire?

«Probabilmente sì. Il problema è che politicanti di questo genere non sono mai corretti con i propri compagni, i propri elettori e con tutti coloro di cui carpiscono la buona fede. A seguirli si è sicuri di sbagliare sempre e di saperlo direttamente da loro. Qualcuno può aver dato credito a Veltroni quando era nel Pci, ma ha poi dovuto sapere che era una scelta sbagliata; poi nel Pds, poi nei Ds. Ogni volta si è dovuto disfare di ciò che era stato fatto poco prima. Non è difficile pensare che tra qualche anno assisteremo a nuovi “mea culpa”…».

Quali sono gli interessi che rappresenta Walter Veltroni? Appartiene a qualche lobby riconosciuta?

«Sarebbe troppo facile dire – e del resto è evidente a tutti – che Veltroni è uno dei rappresentanti della cosiddetta “borghesia imperialista” ovvero dei grandi monopoli finanziari internazionali. Tuttavia tale borghesia è oggi attraversata da divisioni molto profonde e da crescente instabilità. Particolarmente per quanto attiene l’Italia, la borghesia, almeno nell’ultimo quindicennio, si è divisa in due grossi campi: da un lato quello che possiamo sommariamente definire filo-angloamericano, con affari legati soprattutto all’area del dollaro e in concorrenza con il capitale monopolistico finanziario europeo; dall’altro, quello filo-europeo, appunto, cioè interessato agli affari dei grandi monopoli europei e che si sente minacciato dalla concorrenza dei capitali legati all’area del dollaro.

Questi due campi, tuttavia, sono molto instabili. Vediamo continui rovesciamenti di fronte e continui cambiamenti di posizione (basti pensare alla Fiat che è passata da un campo all’altro più volte in quest’ultimo periodo). Un po’ quello che avviene nel riflesso politico-parlamentare di questa situazione. È in questo quadro che per la prima volta Confindustria attraversa una crisi politica con un gruppo dirigente non monolitico (come dimostrano gli applausi rimediati da Berlusconi a Vicenza lo scorso anno, quando, durante un’assemblea degli industriali, criticò duramente i loro vertici). Stando così le cose, per Veltroni, una possibile via d’uscita è combinare esigenze commerciali e finanziarie europee con interessi strategici e con una politica internazionale compatibile con gli interessi angloamericani.

Se si unisce ciò a quanto ho sommariamente esposto nella risposta alla prima domanda si comprende come Veltroni rappresenti tutto questo. Tutto ciò verrebbe da lui giustificato con il carattere “secondario” che assumerebbero le contraddizioni interimperialiste Usa-Europa di fronte agli impetuosi avvenimenti planetari come la crisi col mondo islamico e l’incalzare della concorrenza cinese e indiana. Sotto questo profilo, dato che anche in una precedente domanda avevi chiesto qualche pronostico sul prossimo futuro, azzarderei l’ipotesi che di qui a poco possano divenire evidenti divergenze e contrasti sulla politica estera tra la direzione veltroniana del Pd e il ministro D’Alema. In tutto questo quadro si comprende perchè i propagandisti di Veltroni tendano, a volte, a definirlo il “Sarkozy italiano”. Si tratta di una definizione che condivido solo in parte. L’attuale Presidente francese, per fare un esempio, qualche mese fa ha reso solennemente omaggio alla figura di un giovane partigiano comunista, mentre Veltroni non farebbe mai nulla di equivalente significato».


 
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