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“La Casta – Così i politici italiani sono diventati intoccabili”. Non ha bisogno di presentazioni, è il libro cult dell’anno, il bestseller tutto tricolore, la coraggiosa inchiesta condotta e pubblicata da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, i Michael Moore “de’ Noantri”.
“Che futuro ha un Paese dove la fame di poltrone ha spinto a inventare le comunità montane al livello del mare…Dove conviene fiscalmente regalare soldi a una forza politica piuttosto che ai bambini lebbrosi…L’inchiesta che mette a nudo la nostra classe dirigente”. (1) In poco più di sei mesi, milioni di italiani hanno avuto l’opportunità di avere sotto gli occhi la realtà politica italiana, da leggere, rileggere, conservare e rileggere, come non capitava più dai tempi in cui i giornali tralasciavano nani e ballerine, Costantini, Platinette e Gregoraci varie. Dai tempi in cui i reality show non occupavano tutto il palinsesto televisivo, variando forme e scenografie, alternando interpreti famosi e sconosciuti, agricoltori e camerieri, politici e giornalisti.
Ebbene sì, politici e giornalisti. È infatti comprensibile come gli italiani associno ormai, inconsciamente, l’idea di “politico” con quella di personaggio televisivo, che sbraita e trascina le sue stanche membra da una poltrona in Parlamento a quella di uno studio televisivo, senza soluzione di continuità, come se le due cose fossero naturalmente e strettamente complementari. Sbraita, appunto, ma dice anche le barzellette, si infervora allo stadio, frequenta i locali alla moda e i salotti buoni, proprio come un “tronista” qualsiasi, ma con lo stipendio da star del cinema. Non inganni il fatto che tra i tanti, troppi, parlamentari, gli spazi dedicati dagli organi di informazione privilegino sempre le solite facce, gli oratori scelti, i “teleimbonitori”, capaci di vendere riforme insensate o il nulla assoluto, facendoli apparire come una svolta democratica epocale.
Uomini politici, ma comunque uomini e, in quanto tali, inclini ad ogni umana debolezza.
Non stupisce più neanche sentirli parlare di famiglia e poi vederli in compagnia di travestiti o saperli coinvolti in festini a base di cocaina; sapere che alcuni sono stati condannati in via definitiva per vari reati o che pagano in nero i propri collaboratori e piuttosto raramente frequentano le aule parlamentari. Non ha stupito pertanto nessuno il vedere nero su bianco i costi di una classe politica totalmente inefficiente, i privilegi di cui gode, gli sprechi che rasentano la bestemmia, gli interessi che si intrecciano con il mandato costituzionale.
Non stupisce più, è proprio questo il problema. La rassegnazione, l’apatia che ha colpito l’italiano medio costituiscono l’humus in cui le caste sguazzano, s’accoppiano e si riproducono.
Quando poi, ciclicamente, un evento straordinario arriva a scuotere le coscienze, vedi “La Casta” o il recente “V-Day”, i politici glissano, alzano gli scudi e, stringendosi a coorte, si indignano. Poi, tutti d’accordo, evento straordinario che solitamente si verifica in vista di aumenti di stipendi, indennità, rimborsi e vitalizi, gridano in coro alla lesa maestà. La valanga di critiche e l’indignazione generale non lasciano segno alcuno, snobbate e tacciate come inopportuni virgulti di un populismo fine a se stesso, come bassa demagogia o banale qualunquismo. Intoccabili, appunto, quasi che il mandato arrivi attraverso un’investitura divina, inspiegabilmente convinti di essere gli unici “unti” in grado di occuparsi degli interessi del Paese.
Recentemente il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, massima carica dello Stato, ha esternato il proprio monito contro il presenzialismo dei politici in Tv, ma il presidenziale appello, a molti, è sembrato un invito a far passare il momento di caos generato dal populismo incontrollabile del fenomeno Beppe Grillo. Anche perché il clamore suscitato dal comico genovese non poteva essere ignorato nemmeno dai media più “azzerbinati” che, a malincuore, hanno dovuto raccontare di centinaia di migliaia di persone, scese in piazza contro l’inadeguatezza, il degrado morale ed etico in cui versa la politica italiana.
Raccontato da un comico potrebbe suonare come una surreale enfatizzazione, ma in un Paese in cui le sporche verità si possono ormai afferrare solo da un esiguo numero di giornalisti imprescindibili, da pochi e validi autori di satira, da un manipolo di “culattoni raccomandati” e da un pupazzo rosso, nulla sembra impossibile. Tutto appare politicamente logico, l’incoerenza è una strategia. La sferzante satira del Grillo nazionale, caldeggiato, tra gli altri, dai soliti Don Chisciotte Travaglio e Sancho Panza Guzzanti, si è scagliata contro i simboli delle Caste, incarnatesi a livello istituzionale nei Partiti politici.
E leggasi “Caste”, poiché l’ormai tanto bistrattata Casta politica italiana, i tanto discussi partiti politici, vengono dipinti come null’altro che una selezione, una rappresentanza, un’appendice dei diversi potentati, i vari comitati d’affari che decidono le sorti di milioni di cittadini italiani. Le pennellate di questo dipinto sembrano tracciare banchieri, petrolieri, produttori di armi, forze armate e tutte le più influenti lobbies del Paese, che decidono chi candidare e, grazie ad una legge elettorale modellata ad hoc, chi far eleggere. A destra e a sinistra.
Il barbuto ex conduttore di “Te la do io l’America” si inalbera, dispensando i suoi “vaffa” un po’ a tutti, continuando a denunciare l’orgia dantesca in cui sembrano avvinghiarsi i poteri dominanti del Paese, ovvero Politica, Finanza e Informazione, ormai per i più visti come i principali responsabili di un declino inesorabilmente inarrestabile. L’ “alta Finanza” e le Banche decidono, la politica garantisce e l’informazione filtra e racconta. Un inquietante quadretto familiare. Stretti intorno al potere, con un sorriso provocatorio e arrogante, impassibili e composti, si lasciano immortalare nella foto di famiglia.
L’informazione: Italia “Partly Free”
È sotto gli occhi di tutti, ma ciò non sembra creare ormai nessun sussulto. Perché? Semplice. Perché l’italiano medio si sta pian piano tramutando in italiano medio-basso, a causa di una cultura sempre più approssimativa, fondamentalmente limitata alle reali e concrete esigenze lavorative, ad una età media sempre più alta e ad un’informazione assente o superficiale, o quantomeno “moderata”. Un’informazione troppo condizionata dal potere, che, nel migliore dei casi, per salvare l’apparenza e ammutolire chi come Freedom House (istituto di ricerca americano) ricorda come l’Italia sia un Paese ”Partly free”, ovvero parzialmente libero, relega l’informazione “vera” al margine dei palinsesti, in ore della giornata in cui chi deve lavorare dorme o non ha il tempo e l’interesse di guardare la Tv. Tutto ciò concorre ad equiparare lo stato dell’informazione in Italia a quello di Paesi come Botswana e Tonga, all’ottantesimo posto per libertà di informazione.
Non a caso si cita solo la Tv. I limiti legati ad un’età avanzata o ad un basso livello culturale spesso impediscono l’accesso a canali di informazione alternativi, come Internet, sul quale Grillo ha invece strategicamente indirizzato la propria attenzione. Non citare, invece, la carta stampata non è stata certo una dimenticanza, visto che quasi tutte le maggiori testate italiane campano grazie alla “legge sul finanziamento dell’editoria” e che, per ricevere i suddetti finanziamenti, sembrano dover godere dell’appoggio dei parlamentari.
Questa è appunto la prossima battaglia annunciata da Grillo: l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria.
Di contro, il Governo di centro-sinistra, ancora una volta stranamente coeso, minaccia, attraverso un disegno di legge approvato ”in sordina” all’unanimità, di rendere l’accesso ad Internet sempre più complesso, proponendo di sottoporre qualunque blog o sito web ad una trafila burocratica, dai costi elevati, che di fatto li considererebbe alla stessa stregua dei quotidiani.
L’allarme, ultimamente, sembra ridimensionarsi, ma tra i fruitori della rete lo stato di allerta rimane elevato. Bisogna assolutamente difendere il nostro ottantesimo posto. Non è comunque chiaro se, eventualmente, il blog del “Gruppo di cucito della signora Pina” potrà accedere ad una parte dei finanziamenti sull’editoria.
Quando, però, l’informazione riesce a far breccia tra partite di calcio e format preconfezionati, può persino capitare di imbattersi in programmi culturali seri, come “Report”, coraggioso format di Rai Tre, specializzata nel giornalismo d’inchiesta, dal quale riportiamo, sommariamente, una realtà che va oltre ogni pessimistica visione.
L’Alta Finanza e le Banche: “chi per poterti fregare ha imparato a studiare”
Un altro dei poteri che sembrerebbe impegnato nella sopraccitata “tresca”, forse il primo per importanza e potere decisionale, che si sta trasformando nella più odiosa massa tumorale capace di invadere e distruggere i vari tessuti della nostra Nazione, è la Finanza, le Banche e i grandi Gruppi Assicurativi. Se lo sviluppo della Nazione è frenato e stenta a ripartire, per la maggioranza dei cittadini dipenderebbe dal crudele meccanismo messo in atto dal sistema bancario, da troppi ormai
considerato come una sorta di usura legalizzata. Il credito alle imprese, spesso l’unica via che consente investimenti in innovazione e sviluppo, spesso si trasforma in un cappio che strozza e annienta le potenzialità degli imprenditori.
Le piccole e medie imprese continuano a dichiarare fallimento, stritolate nella morsa dei debiti, dopo essere state invogliate ad accettare contratti capestro da procuratori finanziari “di fiducia”. Tra tanti aspetti moralmente riprovevoli, è di stretta attualità la questione degli “swap”, i “derivati strutturati”, prodotti finanziari “salsiccia”, che derivano il loro valore da variabili esterne, una sorta di assicurazione che le banche richiederebbero a coloro che accedono ad un credito, ai debitori. Sembrerebbe un autentico ricatto, con cui recentemente tanti imprenditori si sono visti accollare, per esempio, i debiti derivanti dai mutui non pagati dagli americani, perché queste “assicurazioni” si costruiscono su un debito, che matura interessi, suscettibili alle variazioni dei mercati.
A grandi linee, si tratterebbe di autentiche speculazioni, vere e proprie scommesse, suggerite caldamente, quasi imposte, dalle banche, che omettono però di chiarire l’entità del rischio, tutto naturalmente ai danni di chi si lascia abbindolare, spesso per ignoranza, ma tante volte per far fronte alle necessità, come ultimo tentativo per garantirsi la sopravvivenza. Un rischio che può andare dalla perdita del totale investito, fino a cento volte tale somma.
Tanti imprenditori, attualmente circa 30.000, e persino centinaia di Enti Pubblici (che comunque riescono a mettere una pezza aumentando addizionali locali, ICI, contravvenzioni, etc.), si sono trovati a subire perdite stratosferiche, giustiziati dall’incapacità di decifrare e riconoscere un autentico tranello tesogli dai “consulenti di fiducia”, quelli che “per poterti fregare hanno imparato a studiare”, e che ricevono provvigioni a molti zeri per ogni vittima circuita.
Tanto più è grande la trappola, tanto più il consulente guadagna. Viene naturale chiedersi quanto abbia guadagnato il “genio” che, tramite la vendita dei derivati, ha fatto fallire il Comune di Taranto, gettando sul lastrico tutte le famiglie dei dipendenti comunali, privando i cittadini di beni e servizi di fondamentale importanza. Ma non è tutto. Diverse amministrazioni pubbliche hanno sottoscritto “swap” che essenzialmente consentono disponibilità di liquidi nell’immediato futuro, salvo spostare di alcuni decenni i debiti contratti, condannando al pagamento di interessi decuplicati le future amministrazioni. Si conoscono i nomi, ma soprattutto i cognomi, di alcuni amministratori coinvolti che, per ironia della sorte, hanno lo stesso cognome di importanti funzionari delle banche interessate, addirittura hanno in comune intere sequenze di Dna.
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