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Durante il primo dopoguerra, gli Stati Uniti ebbero un forte incremento economico, dovuto anche alla richiesta di investimento da parte delle potenze europee per riprendersi dalle gravi perdite subite a seguito della loro partecipazione al conflitto mondiale.
Fra il 1922 ed il 1929 negli Stati Uniti i profitti aumentarono del 76%, i salari del 30%, la produttività industriale del 64% e quella del lavoro del 43%. Nonostante l’evidente squilibrio fra l’aumento della produzione e dei profitti e quello dei salari c'era la convinzione che con audaci movimenti speculativi, non legati al lavoro ed alla produzione, sarebbe stato molto facile arricchirsi. La corsa all’acquisto provocava quotazioni sempre crescenti che cominciarono ad attirare anche quella parte di popolazione con reddito modesto che pagò interessi altissimi alle banche in vista di facili guadagni. Il sistema, insomma, si costruiva su se stesso ed influenzava le tendenze di mercato, sia che le azioni fossero acquistate sia che fossero vendute. In definitiva, alla crescita dei titoli corrispondeva una diminuzione della produzione e quando ciò fu evidente, nell’ottobre del 1929, vi fu una corsa alla vendita delle azioni che portò al crollo della borsa di Wall Street.
Un’altra forma di investimento che si propagò i quegli anni fu la corsa all’acquisto di terreni in Florida. In quello Stato, fino a pochi anni prima, investivano solo pochi privilegiati per l’acquisto di ville o alberghi di lusso dove trascorrere le vacanze.
Sotto la spinta di una grossa propaganda pubblicitaria molti risparmiatori, anche di ceto medio, furono invogliati ad investire in quelle terre. Vengono venduti ed acquistati, sia da grandi agenzie che da piccoli affaristi improvvisati, moltissimi piccoli e medi lotti di terreno. Innumerevoli mediatori senza scrupoli attivavano le trattative attraverso il meccanismo di negoziazione basato sul cosiddetto “compromesso”, in definitiva l’oggetto della trattativa non è il terreno ma il diritto di acquisto ad un determinato prezzo. Questo diritto si acquisisce con un anticipo in contanti pari al 10% del prezzo di compravendita e può essere rivenduto. Ovviamente, in caso di un aumento del valore del lotto, lo speculatore rivende il proprio “compromesso” ad un prezzo maggiorato.
Inizialmente tutto procede a gonfie vele grazie ad una intensa opera pubblicitaria ed in Florida vengono varati grandi piani di sviluppo e nascono in tutto lo Stato grossi cantieri edili. “Le case vengono su come il morbillo” scrive un giornalista nel 1925. Gli annunci immobiliari, ad esempio, riempiono in modo consistente le pagine dei maggiori quotidiani dell’epoca. E’ però sufficiente un minore afflusso di nuovi compratori, indispensabili per questa economia fondata sulle “sabbie mobili” che riguarda spesso, di fatto, terreni invendibili o che esistono solo sulla carta, perché tale forma di investimento si inceppi.
Nel 1926, anche per un temporaneo collasso del sistema ferroviario che non fa consegnre in tempo i materiali, i costruttori non riescono a terminare le case e molti grandi investitori abbandonano la scena inducendo panico e sfiducia negli operatori più piccoli. I “compromessi” finiscono nel mirino dell’agenzia federale fiscale che minaccia di tassarli e quindi vi è una corsa alla vendita.
Alla fine dell’estate, inoltre, un tornado si abbatte in Florida, un vento che soffia a 120 Km l’ora spazza via le costruzioni appena iniziate e lascia dietro di sé 400 morti e 50.000 persone senza casa. I prezzi dei terreni crollano vertiginosamente e con essi anche i depositi bancari.
Anche questo contribuì alla crisi economica che si verificò negli Stati Uniti nel 1929. Un altro segnale deve invece essere ricercato nelle relazioni finanziarie internazionali del primo dopoguerra. Prima dello scoppio del conflitto, le monete dei vari Stati occidentali avevano un valore di parità legale, ma durante la guerra molti Stati emisero troppa carta moneta perché si era svalutata. Solo gli Stati Uniti mantennero inalterata la convertibilità in oro (Gold Standard). L’America, quindi, concesse prestiti ai Paesi europei per aiutarli ad uscire dall’inflazione del dopoguerra.
Negli Stati Uniti si ebbe, così, un forte aumento del reddito nazionale grazie anche all’espansione dell’industria edilizia, automobilistica (catena di montaggio) ed elettrica. Nel giugno del 1929 si verificò un netto calo della domanda interna e di conseguenza si ebbe una crisi di sovrapproduzione sia industriale che agricola. Tale crisi porta ad una corsa al ribasso e dopo settimane di oscillazioni, il 24 ottobre 1929, vengono vendute a prezzi bassissimi tredici milioni di azioni. Tale ribasso, ad eccezione di brevi periodi, continua filo al luglio del 1932.
Al momento della crisi moltissime imprese non furono in grado di pagare i loro debiti alle scadenze e contemporaneamente chi aveva un deposito bancario chiedeva la restituzione delle somme versate e molte banche, per questo motivo, furono costrette a chiudere.
La prima conseguenza del crollo della borsa fu la caduta dei pezzi delle materie prime, dei prodotti agricoli, dei prodotti industriali ed anche la diminuzione del commercio in tutto il mondo. Tutto ciò influì negativamente sul potere di acquisto di tutti i Paesi. I salari si ridussero e ciò contribuì ad una flessione della produzione e ad una riduzione dei prezzi. Per tutelarsi gli Stati Uniti, inoltre, ritirarono i loro investimenti dal mercato internazionale e vararono nel giugno del 1930 una durissima tariffa doganale, la “Hawley-Smoot”, che aveva caratteristiche protezionistiche e che portò alla scelta dell’isolazionismo e del nazionalismo economico.
Il mondo economico statunitense chiese misure atte ad evitare l’inflazione, come la riduzione dei consumi privati e grossi tagli alla spesa pubblica, anche quella assistenziale. Il presidente repubblicano Heerbert Hoover, invece, si oppose a queste severe misure deflazionistiche e stimolò la spesa per opere pubbliche, chiese agli industriali di non ridurre i salari e per stabilire i prezzi dei cereali e del cotone, che erano in grave ribasso, istituì nel 1930 una Grain Stabilization Corporation e una Cotton Stabilization Corporation. Il presidente Hoover non varò un piano di pubblica assistenza ma preferì affidarsi alla carità privata e all’azione dei governi locali.
Molte famiglie, non potendo più pagare i mutui fondiari e non avendo assistenza finanziaria, persero la loro casa, mentre altre si trasferirono altrove con la speranza di trovare lavoro. Questa situazione è ben descritta nel romanzo di Steinbeck “Furore” che descrive il lungo viaggio intrapreso dal protagonista Joad e dalla sua famiglia dall’Oklahoma alla California.
Il Commercio internazione ebbe una forte contrazione e vennero adottati forti dazi doganali nei confronti dei prodotti esteri. La conseguenza fu la caduta delle esportazioni, soprattutto di cereali, da parte dei paesi più poveri dell’Europa dell’est. La citata “Haweley-Smoot” aumentò i dazi doganali statunitensi del 60% circa toccando punte dell’80-100%.
Nel febbraio del 1930, la Società delle Nazioni convocò una riunione paneuropea per varare una tregua doganale che non fu mai attuata. Non essendoci un accordo internazionale in materia commerciale, furono tentati accordi a due o più Stati. Nel 1930 vi fu una convenzione ad Oslo tra Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Olanda e Belgio. Fu tentata una proposta di unione doganale tra Austria e Germania ma a questo accordo si oppose fermamente la Francia che, come forma di sanzione, ritirò i prestiti a breve scadenza che aveva concesso alle banche tedesche. La conseguenza fu che la Reichsbanck dovette rialzare il tasso di sconto che determinò un’ulteriore colpo all’attività economica in Germania.
Nel 1932, a seguito della crisi iniziata nell’ottobre del 1929, vi erano 25 milioni di disoccupati, senza contare i milioni di lavoratori agricoli e di contadini che erano occupati solo parzialmente. Di conseguenza la disoccupazione fu maggiore in quelle nazioni dove la possibilità di lavoro agricolo era minore. Ad esempio vi erano 15 milioni di disoccupati negli Stati Uniti e 7 milioni in Germania, perchè nazioni molto industrializzate. Per evitare conseguenze sul bilancio statale furono adottate politiche deflazionistiche, come la riduzione dei salari e l'aumento della tassazioni sugli stessi, ma anche forte riduzione della spesa pubblica (governo Bruning in Germania). Alla crisi sociale seguì la crisi politica ed il malcontento fu la prima conseguenza del successo di Hitler nelle elezioni del luglio 1932 e successivamente, ancora più accresciuto, nel novembre dello stesso anno.
Il contenimento della spesa pubblica e la politica di salvaguardia del valore della moneta (Hoover) furono le principali cause della gravissima disoccupazione mondiale. In questo scenario le elezioni presidenziali del novembre 1932 videro la sconfitta di Hoover e la vittoria di F.D. Roosevelt.
Nel 1933 si ebbero i primi segnali di una ripresa della crisi, la produzione industriale registrò un incremento e l’occupazione cominciò ad aumentare, ma quell’anno fu caratterizzato anche da altri eventi importanti.
Il primo fu il fallimento di collaborazione internazionale. Nel giugno del 1933 a Londra si aprì la “Conferenza economica e monetaria mondiale” dove si discusse e ci si scontrò sulla necessità di stabilizzare le varie monete e tornare all’oro come base del sistema monetario per le transizioni internazionali. La Conferenza decise la svalutazione del dollaro (10%), come richiesto da Roosevelt, da poco al potere, mentre la Francia difendeva lo scambio con l'oro. Queste decisioni portarono alla nascita di tre blocchi con differenti politiche economiche.
Il primo fu il blocco dell’area del dollaro. Roosevelt usò la svalutazione per diminuire i debiti interni e per far aumentare il potere di acquisto dei ceti agricoli affinchè essi fossero incentivati all’acquisto di prodotti industriali ed in questo modo contribuire alla ripresa.
Il secondo, dell’area della sterlina. L ’Inghilterra voleva una politica monetaria che assicurasse credito abbondante e a buon mercato e che non doveva avere come fine la stabilità dei cambi esteri.
Il terzo, infine, quello aureo formato da Francia, Italia, Svizzera, Polonia, Belgio e Paesi Bassi che miravano alla stabilità e solidità della moneta da raggiungere con l’equilibrio nel bilancio statale e nella bilancia dei pagamenti.
La svalutazione del dollaro, voluta fortemente dal neo eletto presidente Roosevelt ed autorizzata dal Congresso, stimolò la spesa pubblica attraverso realizzazioni di opere pubbliche. Inizia il cosidetto “New Deal”, un complesso di misure atte, fra le tante:
- a sostenere gli agricoltori con il controllo della produzione, riducendo le superfici coltivate e concedendo sussidi;
- ad eliminare o quanto meno ridurre le speculazioni;
- a ridurre il potere dei grandi gruppi finanziari.
Un altro fatto di grande importanza di quel 1933, soprattutto per le conseguenze future, fu l’ascesa al potere di Hitler in Germania. Come già accennato, la crisi economica gli fece gioco e nelle quattro elezioni svoltesi fra il settembre del 1930 ed il marzo del 1933 i suoi deputati passarono da 107 a 288 (dal 18% al 54% del totale dei seggi del Reichstag).
Il fenomeno di ripresa del 1933 non fu coevo in tutti i Paesi. In Italia cominciò nel 1934, nel 1935 in Belgio e così via.
Anno per anno la produzione crebbe e con essa gli investimenti e l’occupazione. Tale ripresa culminò nel 1937 e tutti i Paesi ritennero che ci si trovasse di fronte ad un nuovo “boom economico”, ma già verso la fine dell’anno si rilevarono segnali di “recessione” che non portò ad una nuova crisi solo perché il mondo aveva intrapreso la strada del “riarmo” e della “guerra”. L’annessione dell’Austria alla Germania avvenuta il 12 marzo del 1938 ed il successivo “Accordo di Monaco” del 29 settembre 1938 confermò tale svolta e l’anno successivo, il 1° settembre, scoppia la seconda guerra mondiale.
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