Che mangino brioche! / n°289
Casa mia fatti capanna
Casa mia fatti capanna
  "La Cassazione...ha sostenuto che non incorre in alcun reato chi, in situazione di reale indigenza, occupi abusivamente una casa popolare, “rientrando l’esigenza di un alloggio tra i bisogni primari della persona” alla stessa stregua della salvaguardia della salute, e quindi configurando uno dei diritti fondamentali della persona umana, garantiti dall’ art. 2 della Costituzione italiana".
di Mariaelena Prinzi / foto di Pino Ramos
 

Cosa c’è di meglio se non tornare a casa dopo una lunga e sfiancante giornata di lavoro, mettersi comodi e preparasi una cena nell’intimità delle proprie mura? Ecco, magari non “proprie” perché negli ultimi tempi tra lavori progetto, tassi variabili e affitti esorbitanti andarsene di casa risulta un po’ difficile ed ecco quindi che le abitazioni tornano ad ospitare, nella migliore delle ipotesi, più di un nucleo familiare.

Ma è sempre stato così difficile avere una casa? Cosa succedeva in Italia negli anni ’60? Andiamo a vedere gli avvenimenti di quel periodo che modificarono l’atteggiamento degli italiani nei confronti del problema casa ed il loro modo di affrontarlo. Cerchiamo di comprendere le differenze tra il modo di vivere la quotidianità oggi e allora quando si aveva il confortante sentimento di benessere di vivere nella propria casa o in quella che si considera tale, anche quando ne mancava il possesso. Negli anni ’60 il “boom economico” fa da volano ad un’intensa, talora frenetica attività edilizia che vede sorgere nel decennio corrispondente 5.013.964 nuove abitazioni (1) atte a soddisfare il bisogno primario della casa per oltre il 60% nelle grandi aree metropolitane del Paese e nei comuni capoluogo, mentre solo una quota assai esigua era destinata alla seconda casa.

La produzione nazionale edilizia, peraltro, è localizzata al Sud solo per il 25%, essendo in massima parte concentrata nelle regioni nord-occidentali e nelle aree industriali del Paese, divenute la meta di un esodo demografico dal Meridione e dalla campagne, che costituisce un fenomeno di grande rilevanza per la storia italiana. Grazie ad una serie di fattori che favoriscono l’industria edilizia, tra cui una più favorevole e diffusa distribuzione del reddito, a norme in materia fiscale ed urbanistica meno restrittive e ad una normativa edilizia ed urbanistica meno severe all’epoca, in merito ad esempio alle contestuali urbanizzazioni da realizzare con la costruzione di nuove abitazioni ed alla insussistenza di standard urbanistici che saranno fissati solo più tardi in una legge del 1962, particolarmente negli anni Sessanta viene facilitata e si estende l’accessibilità al bene-casa.

Il settore delle costruzioni beneficia di un flusso di investimenti che attinge in larga misura al risparmio privato, inimmaginabile precedentemente per un Paese ancora alle prese con la ricostruzione materiale e morale dalle rovine e dai guasti della guerra, ma che è consapevole del ritrovato grado di fiducia nel futuro dopo gli orrori bellici e che è in grado di affrontare i sacrifici finanziari per prendere in affitto una casa. Questa propensione al risparmio, contribuisce a rendere attrattiva per proprietari, data anche la buona remuneratività che ne traggono, la collocazione delle abitazioni sul mercato della locazione. Si tratta di un aspetto di grande evidenza del cosiddetto “miracolo italiano” ed è conseguenza del fatto che anche in campo edilizio il motore più potente dello sviluppo industriale è la condizione drammatica di insoddisfazione cronica dei bisogni fondamentali della persona umana che richiede urgentemente una soluzione, come reclamano con forza milioni di persone che vivono uno stato abitativo inaccettabile ed il grande numero di persone che hanno abbandonato le campagne od i paesi del Sud.

Il mercato edilizio continua a prosperare negli anni Settanta, le nuove case crescono di numero, seppure lievemente rispetto al decennio precedente, con un ammontare di 5.041.537, con una percentuale delle abitazioni costruite al Sud che sale al 40%. Cresce anche in misura sensibile la costruzione di case di vacanza, a testimonianza di una crescita forte della domanda di case di carattere qualitativo che s’accompagna ad un’aspettativa di miglioramento del tenore di vita, attraverso l’acquisto e la fruizione di nuovi più attrattivi beni di consumo, che l’industria sforna e pubblicizza nelle maniere più allettanti.

Ma a partire dagli anni Sessanta si incomincia a parlare di un fenomeno, l’abusivismo edilizio, le cui origini risalgono all’immediato dopoguerra, al tempo in cui l’esigenza abitativa aveva una priorità assoluta, che richiedeva, date le difficili condizioni di vita delle masse, una sorta di giustificazione di un fenomeno sociale in linea di principio da stigmatizzare. Come i film del filone neorealista testimoniano, nottetempo gli immigrati, a gruppi, procedevano alacremente alla costruzione, riuscendo a realizzare da sé uno o più vani in una sola notte con il completamento del tetto, in modo che sulla casa finita non si abbattesse inesorabilmente la scure della demolizione forzata prevista dalla legge.

Questo tipo di edificazione diretta, che non si avvaleva di muratori e capomastri regolari, si diffuse poi alla luce del sole con i tempi più o meno lunghi che il costruttore s’imponeva, a seconda delle risorse e del tempo di cui disponeva egli stesso ed i suoi collaboratori, solitamente parenti ed amici, e numerosi quartieri sorsero così intorno a case costruite abusivamente, costituendo questa “costruzione in economia” il solo mezzo economicamente accessibile ai ceti medi per disporre di una casa. Gli edifici così costruiti erano irregolari perché venivano spesso disattese le regole urbanistiche, che forse chi edificava nemmeno conosceva, ma per sua fortuna i controlli e la vigilanza non erano così severi.

Negli anni ’70 l’abusivismo edilizio è alimentato dal fenomeno dilagante della “corsa al mattone” che si manifesta con una crescita abnorme della domanda di “seconde case” da parte di chi, in uno scenario economico preoccupante contrassegnato da forti tassi d’inflazione (anche del 20%), non più mosso, diversamente dagli anni Sessanta, dalle esigenze puramente abitative di prima, dettate dalla moda o dal puro piacere personale del soggiornarvi, considera la casa “un bene rifugio” e preferisce investire i propri soldi nel campo immobiliare ed in particolare in quello focalizzato sulle case ubicate al mare od in montagna. Questo atteggiamento speculativo trovava un suo fondamento anche nel fatto che già allora era stata raggiunta la percentuale del 70% dei nuclei familiari residenti in una casa di proprietà.

Si sviluppa pertanto una proliferante incontrollata speculazione edilizia che, facendo tranquillamente a meno della prescritta licenza o concessione, ed usando come armi le colate di cemento, dà l’assalto alle coste ed ai boschi con gravi danni al paesaggio. Un esempio clamoroso di ciò fu la frana di Agrigento del luglio del 1966, ascrivibile a cause morfologiche e geologiche, nella quale crollarono 8.500 case costruite ignorando le norme vigenti, fortunatamente non ci furono vittime, ma “solo” molti feriti ed oltre 5.000 senzatetto.

Numerosi ed eclatanti furono in quegli anni anche i casi di edilizia parzialmente legale, rappresentati da edifici costruiti in maniera difforme rispetto ai progetti approvati, spesso in territori di proprietà del demanio ospitanti risorse naturalistiche di grande valore, che costituivano un attentato orribile ed un oltraggio insopportabile ai pregi paesistici di cui erano dotati. Basta pensare agli “ecomostri” del Fuenti e di Punta Perotti (2) ed alle tante costruzioni, che allora e negli anni seguenti fino ai nostri giorni, hanno sfigurato le nostre coste, i Campi Flegrei, l’agro nocerino-sarnese, tanto per stare in Campania, e perfino le falde e le pendici di un vulcano come il Vesuvio, le cui latenti minacce di eruzioni avrebbero dovuto dissuadere dall’alterare, come invece è stato fatto, il suo ecosistema.

Sull’onda dell’indignazione polare e dell’urgenza che simili violazioni edilizie destavano, furono poste sul campo, discusse ed approfondite le tematiche ambientali, come forse mai era stato fatto in passato, e poste le basi normative e regolamentari per forme, peraltro largamente insoddisfacenti od inefficaci, di tutela preventiva dell’ambiente, attraverso l’imposizione di vincoli e limiti naturali all’edificabilità. Sul fronte della repressione, tenuto conto che le dimensioni dell’irregolarità edilizia erano divenute tali da sfuggire ad ogni forma di controllo, si incominciò a ricorre a forme di legalizzazione dell’abusivismo edilizio.

 
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