Che mangino brioche! / n°289
Per un pugno di riso
Per un pugno di riso
  di Francesca De Marco / pagina 2
 

Perché comunque si è più esposti…

«Sì, si è più esposti».

A ciò si aggiungono le mille sollecitazioni della società che non si ferma ad aspettare chi è rimasto indietro, anzi lo penalizza, lo esclude…Ci stiamo sempre più americanizzando, nel senso che quando si scende dalla “giostra” si rimane definitivamente fuori dal gioco…Parliamo adesso di chi è sceso da questa giostra, per esempio coloro che vanno alle mense della Caritas. Suppongo non solo i senza fissa dimora, ma anche anziani. Ho dei dati del 2004-2005 che individuano anche uomini e donne nella fascia di età che si articola dai 40 ai 50 e dai 50 ai 60…

«Sicuramente si è abbassata l’età, quindi nelle mense troviamo anche persone più giovani che hanno trent’anni, anche venticinque anni. Se parliamo di percentuali riscontriamo un 85% immigrati e 15% italiani. C’è un maggior ricambio fra gli immigrati nelle presenze alla mensa, mentre la realtà italiana è più uno zoccolo duro. Gli italiani sono composti essenzialmente da anziani che non riescono ad arrivare alla fine del mese, per cui attraverso i servizi sociali del Comune, usufruiscono della mensa, oppure anche dei senza fissa dimora, quelli storici, che sono veramente una piccola parte».

Per quanto riguarda gli extracomunitari, qual’è il livello culturale di queste persone che lasciano il loro Paese per venire in Italia. Molto spesso vengono reclutati come bassa manovalanza ed invece hanno qualifiche, studi, titoli…

«Dipende dalla provenienza. Sicuramente dai paesi africani arriva gente che ha un livello culturale medio o anche medio alto».

Quindi potrebbero giustamente aspirare a dei lavori di concetto…
«Sì».

Attingendo alla sua esperienza di osservatore, formatore, coordinatore e volontario, che cosa vuol dire confrontarsi ogni giorno con la dignità ferita di chi non riesce a procurarsi neppure un pasto caldo?

«Significa tanto…significa conoscere le persone, riuscire ad entrare in relazione con loro, significa accettare insieme molte volte in quel momento l’impossibilità di progettare un riscatto sociale. Significa entrare meglio in quelle che sono state le loro storie, le loro ferite. Molte volte non è semplice, ascoltando delle persone che mi hanno raccontato le loro storie, mi sono un po' immedesimato nei loro panni e pensavo che probabilmente avrei fatto anche di peggio, forse non sarei riuscito ad andare avanti. Quindi sicuramente occorre l’ascolto e il rispetto di queste situazioni, perchè vissute da persone ferite nell’anima. Segue il tentativo di fare un lavoro che vada oltre l’assistenza e questa è un po’ la nostra speranza. La Caritas non deve essere soltanto un organismo di assistenza ai poveri ma ha l’obiettivo, attraverso il rapporto che si crea con gli indigenti, di riuscire a farli tornare ad essere protagonisti della loro storia, della loro vita, a ridare energia alle loro risorse e alle loro capacità.

Questo è un lavoro che chiede al volontario pazienza, un’attenzione alla persona, un capacità di accoglienza, un saper fare in maniera gratuita, senza aspettarsi nulla dall’altro. Insomma entrano in gioco tutta una serie di valori. Però dobbiamo anche accettare delle situazioni in cui tutto ciò è più difficile, pensiamo anche alle persone che sono da 25- 30 anni per strada e che adesso cominciano ad avere 65-70 anni. E’ chiaro che forse le prospettive sono diverse, non c’è più la famiglia, non ci sono possibilità lavorative. Però quello che si può fare è restituire attenzione alle persone attraverso un servizio, attraverso l’affetto, attraverso un rapporto che possa permettere alla persona di essere serena e tranquilla in alcuni centri di accoglienza».


Dove attingete l’energia per fare tutte queste cose? Non deve essere facile andare controcorrente: dare gratuitamente in una società che non accetta questo criterio, perchè c’è sempre il parametro per cui necessariamente mi devo aspettare qualcosa in cambio. Come si fa ricaricarsi dopo un’esperienza del genere nel senso di darsi totalmente? Insomma che pile avete?

«Molte volte si dice che il tempo è denaro, Don Tonino invece ci diceva che il tempo è spazio dell’amore; c’è la possibilità di riuscire a intrecciare una serie di rapporti che permettono di crescere insieme agli altri. Questo significa per noi un grande investimento da un punto di vista motivazionale. E’ semplice iniziare a fare volontariato, frequentando prima un corso di formazione che permette alle persone di avvicinarsi alla nostra realtà. Si inizia a riflettere su tre elementi costanti della nostra esperienza: l’aspetto motivazionale, l’aspetto dell’ascolto, la capacità di lavorare in rete. Sono i tre elementi fondamentali».

Che devono essere in sinergia costantemente…

«Sì, costantemente. La cosa importante è mantenere alta la tensione su questi aspetti e questo si ottiene attraverso la capacità di un confronto tra chi fa l’esperienza, da qui scaturisce la capacità di motivarsi giorno per giorno. Poi all’interno della nostra realtà ci sono molti volontari credenti cristiani che trovano nella fede quest'altra spinta».

Come ha evidenziato in precedenza, nella società di oggi si è perduto la capacità di ascoltare e di dare. Qual’è, secondo lei, il primo passo per imparare nuovamente ad aprirsi a queste due azioni?

«Io penso che alcuni valori che si cercano di vivere nel volontariato possano essere validi per tutti nostri ambiti di vita. Non limitiamo l’ascolto soltanto a coloro che vivono in stato di disagio. La capacità di dare ascolto, sostegno, amore, affetto attenzione alle persone, sono dei comportamenti che possono essere applicati benissimo alla vita quotidiana per esempio del nostro quartiere. Il rischio, infatti, è che al volontariato vengano dati dei confini. Invece chi fa volontariato può e deve contagiare con la sua condotta tutte le realtà circostanti».

Lei mi sta dicendo che essere volontari è uno stile di vita?

«Il volontariato non deve incidere soltanto dal punto di vista del servizio o anche nell’ambito politico con un’azione di denuncia o anche di proposta rispetto ad alcune problematiche. Il volontariato deve aver anche un ruolo culturale attraverso la proposta di uno stile di vita basato su dei valori vissuti quotidianamente… io vado anche nelle scuole medie superiori per avvicinare i ragazzi al volontariato. In questi incontri, dove si avverte un clima di chiusura, si affrontano i temi del disagio e dell’emarginazione. Io noto, nell’irrigidimento e nel forte pregiudizio dei giovani, alcune volte, un retaggio che è legato alla loro famiglia, al loro quartiere. Per esempio, quando si parla di immigrati, alcune volte, gli studenti intervengono con frasi slogan sentite al bar o in famiglia, ma è evidente che dietro queste frasi non c’è una riflessione legata all’ascolto».

In base alla sua esperienza nelle scuole questa generazione che si sta formando è un po’ superficiale, rigida, con i paraocchi?

«E’ una generazione che riesce a dare, che riesce a tirare fuori le proprie capacità, tuttavia se fosse aiutata ad ascoltare un po’ di più quella che è la realtà quotidiana anche in altri ambiti oltre la famiglia, il quartiere, punti di aggregazione, potrebbe ampliare la prospettiva delle sue vedute. Si fa presto a costruirsi quattro idee…».

E a portarle avanti, senza un atteggiamento responsabilmente critico…Anzi spesso si utilizzano come difesa nei confronti di chi è percepito come diverso…

«Certo, perché tutte le cose che possono considerarsi diverse da quello che è la nostra realtà fanno paura. Insomma, il rischio grande è che i ragazzi non si formino attraverso l’ascolto, attraverso un approfondimento. Per cui si arriva a valutazioni molto dure. Però quando i ragazzi entrano in rapporto con delle persone non soltanto volontari, ma anche ospiti dei nostri servizi cambia il loro modo di pensare. Finalmente si instaura un dialogo non con l’immigrato ma con una persona, un uomo. I ragazzi hanno bisogno di questo. Per fare un lavoro di sensibilizzazione al problema occorre parlare non solo ai giovani, ma a tutte le realtà che vi sono intorno fra cui la famiglia e il quartiere».

Fra le mille situazioni di disagio a cui lei ha offerto un supporto, ha mai visto qualcuno riscattarsi?

«Sì, nella mia esperienza ho conosciuto diversi ragazzi che vivendo alla Stazione Termini, erano imbrigliati nella microcriminalità, nella tossicodipendenza, che poi si sono riscattati da tali situazioni. Penso per esempio ad un ragazzo di Torino che dopo un periodo di sbandamento durato 7 anni ha trovato la propria strada. Oggi è elettricista, è sposato, insomma ha ripreso una vita normale. Ricordo una ragazza di Fondi, con un passato di violenze subite; ha avuto la forza di farsi aiutare. Adesso anche lei si è fatta una famiglia ed ha una vita serena. Non è semplice aiutare ma neanche accettare questo aiuto».

Cosa le insegna, giornalmente, questa sua esperienza nella Caritas?

«Quello che mi ha sorpreso sempre delle persone che vivono in una situazione di disagio e di poverta è la loro schiettezza. Mi offrono la possibilità di avere un rapporto molto franco, alcune volte anche forte, anche provocatorio, rispetto ad una società che impronta i rapporti interpersonali all’insegna di tatticismi e strategie».


Note:
(1) Comunicato Stampa del VII Rapporto 2007 su povertà ed esclusione sociale della Caritas – Fondazione E. Zancan


 
  pagine: uno - due