Che mangino brioche! / n°289
Per un pugno di riso
Per un pugno di riso
  "L’elemento di novità emerso dalla diverse inchieste sulla povertà degli ultimi anni è l’aumento numerico non di famiglie povere, ma di famiglie non computabili come povere solo perché le loro risorse finanziarie sono appena sopra la linea della povertà" - VII Rapporto Caritas Italiana - Fondazione “E. Zancan”
di Francesca De Marco / foto di Pino Ramos
 

In occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2007, l’Istat rivela che 7,5 milioni di cittadini italiani vivono al di sotto della cosiddetta “linea di povertà”, soglia convenzionale fissata, ormai, per capire quanto le famiglie italiane siano sempre più povere, anche a causa dei salari più bassi d’Europa, come denuncia uno studio dell’Eurispes sempre di pochi giorni fa.

Secondo il VII Rapporto Caritas Italiana- Fondazione “E. Zancan”, intitolato "Rassegnarsi alla povertà", “l’elemento di novità emerso dalla diverse inchieste sulla povertà degli ultimi anni è l’aumento numerico non di famiglie povere, ma di famiglie non computabili come povere solo perché le loro risorse finanziarie sono appena sopra la linea della povertà, ossia la superano per una somma esigua che va dai 10 ai 50 euro al mese. L’Istat calcola che queste famiglie a rischio povertà siano oltre 900 mila…se la povertà non è aumentata è cresciuta l’insicurezza delle famiglie italiane per la preoccupazione di non essere in grado di far fronte a eventi negativi come per esempio l’improvvisa malattia, associata a non auto sufficienza, di un familiare, o l’instabilità di un rapporto di lavoro, o gli oneri finanziari sempre maggiori (ad esempio mutui a tasso variabile)”. (1)

Insomma, vivere con questa consapevolezza diventa sempre per più persone una tortura quotidiana, che inibisce le famiglie nell’avere bambini. Tre figli da crescere significa esporsi al 27,8% di rischio povertà che si amplifica al 42,7% se scendiamo al Sud, fino ad arrivare ad una eventualità fantascientifica di 5 bimbi, un azzardo che porterebbe al 135% di possibilità di essere poveri. Tiziano Vecchiato, nel primo capitolo di "Rassegnarsi alla povertà", cercando di analizzare come di sia arrivati a tutto ciò, individuando la prima causa “nella carenza storica di politiche organiche contro la povertà”. L’autore parte proprio dall’analisi della spesa destinata all’assistenza sociale: 44 miliardi e 540 milioni di euro. Questa cifra equivale a 750 euro pro capite. Un quarto del prodotto interno lordo spetta quindi al Welfare, un sistema di norme che lo Stato utilizza per contrastare disuguaglianze sociali ed economiche.

Il problema, secondo il Rapporto Caritas - Fondazione E. Zancan è che la somma non è distribuita in maniera omogenea. Prevalgono le voci “Pensioni in senso stretto e Tfr” per il 56,1 % e Sanità 25, 4%; sono, invece, in ribasso le quote destinate all’Assicurazioni del mercato del lavoro, ossia 6,6% e all’assistenza sociale 11,9%. Si registra quindi un certo squilibrio fra le risorse che cercano di tutelare l’ultima fase della vita, rispetto a quelle per i giovani e per la famiglia. A gestire questi fondi è in gran parte lo Stato, mentre alle realtà locali, come per esempio i Comuni, ne arriva una minima parte. In sostanza, conferma il dottor Vecchiato, dei 750 euro pro-capite i Comuni ne gestiscono 86 euro.

In questa situazione dove appare piuttosto confuso l’ordine di priorità degli interventi, dove non c’è un capillare intervento sul territorio e soprattutto si preferisce effettuare trasferimenti monetari rispetto a soluzioni strategicamente più strutturate, è un po’ difficile combattere il problema dell’indigenza. Nel “piano di lotta alla povertà” chiesto dalla Caritas occorre prima di tutto fare un salto di qualità nel modo di agire nel sociale, non più incentrato sull’erogazione di soldi, “altrimenti ci metteremmo tutti in fila”, ma nell’istituzione di una rete di servizi. Per fornire un supporto più concreto alla singole realtà, sarebbe opportuno passare da una gestione centrale delle risorse disponibili ad una decentrata. A loro volta Regioni e Comuni dovrebbero coordinarsi in un attento lavoro sinergico con imprese, enti non profit, forze sociali, associazioni di volontariato per obiettivi fortemente condivisi di contrasto alla povertà. Solo in questo modo si costruirebbe una fitta rete di assistenza, solidarietà e servizi dove vi sia un grande senso di saggia responsabilità non solo da parte di chi eroga un servizio, ma soprattutto da parte di chi ne beneficia.

Per capire in modo più concreto le dimensioni dell’indigenza abbiamo intervistato il responsabile settore formazione volontariato della Caritas Diocesana di Roma, Gianni Pizzuti.

Che cosa è la Caritas?

«La Caritas è un organismo pastorale della Chiesa. In questo caso della Chiesa locale di Roma. Non è un associazione, perché molte volte c’è questo tipo di confusione. Quindi la Caritas è uno degli uffici pastorali della Chiesa Romana».

Come è venuto a contatto con questa realtà?

«Attraverso il rapporto con Don Luigi Di Liegro a metà degli anni ottanta. Provengo da un’esperienza di una associazione dove Don Luigi aveva fatto un certo tipo di lavoro. Il sacerdote mi chiese se ero disponibile a impegnarmi in Caritas, perchè doveva aprire un centro di accoglienza per giovani alla Stazione Termini e da lì è nato il rapporto con la Caritas».

Che mansioni svolge oggi e quanti anni di volontariato ha accumulato?

«Attualmente svolgo il ruolo di coordinatore del settore volontariato e sono in Caritas dal 1989. Dal 1989 fino al 1996 ho lavorato presso questo centro di accoglienza giovani alla Stazione Termini e successivamente ho fatto l’esperienza di lavori in strada. In alcuni quartieri popolari ho seguito il progetto della Caritas che si chiama “Compagni di strada”».

In questi anni con quali situazioni di disagio è venuto a contatto?

«Io ho lavorato sempre nel campo dei giovani e dei minori in difficoltà. Ho fatto anche delle esperienze di accompagnamento con i volontari presso le mense della Caritas. Per cui ho conosciuto molte realtà difficili dai senza fissa dimora, agli immigrati, alle persone che hanno comunque situazioni di estremo disagio».

Parliamo adesso di disagio economico. Come è cambiato il povero da quando ha avuto i primi contatti con Don Luigi rispetto alla realtà attuale?

«Il discorso diventa più complicato, nel senso che ci sono stati dei cambiamenti. Il povero oltre ad avere problemi materiali, quindi oggettivi, è portatore anche di problemi soggettivi, quali malesseri e disagi interiori. Sicuramente la fascia della povertà si è un po’ allargata. Nel nostro immaginario pensiamo sempre a situazioni più estreme come i senza fissa dimora, gli immigrati irregolari, ecc…Quando ho incominciato a lavorare in Caritas i poveri erano soprattutto persone che provenivano dalle zone popolari di Roma o anche individui che vivevano allo sbaraglio alla Stazione Termini. Poi c’è stato tutto il grande flusso degli stranieri immigrati in Italia che ha portato ulteriori situazioni di estrema povertà. Adesso possiamo, invece, parlare di una povertà che ci è molto più vicina, che ritroviamo anche nel nostro palazzo, nel nostro condominio. Tanto è vero che la Caritas sta portando avanti un progetto che offra supporto alle persone che vivono in una situazione di povertà, ma che rimangono invisibili, perché chiuse dentro le mura domestiche».

Quindi è una diversa dimensione della povertà, non più la mancanza di beni primari, ma la sensazione di essere attanagliati dal pensiero dell’incapacità di non farcela, di un perenne stato di precarietà…

«Rimane anche una povertà materiale, però è accompagnata sempre in questa ultima fase da un malessere profondo e da alcune situazioni che la nostra società produce. Per esempio la solitudine, l’isolamento, la mancanza di relazioni, la difficoltà ad affrontare alcuni problemi a livello personale. Questo incide tanto sulla povertà che poi noi riscontriamo».

A ciò si aggiunge una società che poi non vuole neanche vedere tali situazioni. Per esempio, quelle legate all’ isolamento e alla solitudine…

«Si fa più fatica a vedere la solitudine, perché molte volte quando parliamo di povertà ci vengono sempre le immagini dei senza fissa dimora, gli immigrati, i tossicodipendenti, gli alcolisti. L’impressione che io ho è che c’è una sensazione di povertà più diffusa e più articolata che coinvolge più famiglie e più persone anziane, che vivono in una casa».

In una società dove si preferisce essere sovraindebitati che farsi vedere poveri, mi può tracciare l’identikit dell’indigente…anche se in parte mi ha già accennato all’anziano che vive da solo, forse anche le famiglie numerose monoreddito, realtà molto diffusa al sud

«Ci sono molte persone che si indebitano, perché pensano di poter svolgere un’attività che poi non riescono a sviluppare, per cui cadono nel giro dell’usura. C’è tutta una realtà di immigrati che, comunque, hanno avuto nel loro paese dei ruoli, che però qui in Italia non riescono ad inserirsi nel tessuto sociale e lavorativo. C’è tutta la realtà dei giovani che fanno fatica a trovare una loro collocazione lavorativa e sono sempre vicini ai problemi delle dipendenze. Nel mondo giovanile il problema delle dipendenze da droghe è anche più accentuato e secondo me si è anche abbassata l’età. Ci siamo impoveriti rispetto a due cose:
- alle relazioni interpersonali
- alla mancanza di reti familiari e sociali che possono sostenerti in un momento di difficoltà. Quindi è più facile diventare povero».


 
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