| |
Il termine “Rom” sta ad indicare un popolo, che con tradizioni diverse dal popolo Italiano e senza radici comuni, vive all’interno del nostro Paese con regole e concezioni del tutto particolari.
Tra i cittadini romani, questa stirpe non è vista di buon occhio, un po’ per reali episodi di violenza, che soprattutto nell’ultimo periodo hanno riportato in auge il sentimento negativo della popolazione nei confronti di queste persone, un po’ perché ormai c’è una forte diffidenza o paura quando di fronte a noi vediamo intere famiglie, o dei semplici bambini, vagabondare per le strade in cerca di qualche espediente per riempire la giornata. In questo momento sembra che i loro villaggi siano delle città all’interno di un’altra città, nella quale i Rom si muovono con disinvoltura per svolgere le loro attività.
E i cittadini romani come vivono questa situazione? L’impressione è che la subiscono, con cadenza giornaliera, mentre si fa la spesa, quando si sale su un autobus, dove il primo pensiero non è quello di arrivare a destinazione, ma bensì proteggere la propria borsetta dagli assalti di bambini, ai quali viene insegnato che quella è la loro vita e che quello è il giusto modo di vivere.
Indubbiamente, nella nostra società si respira una sorta di rassegnazione, con il pensiero predominante di difendere se stessi e le proprie cose. Purtroppo questo è un sentimento comune all’interno della società, proprio perché le istituzioni e gli organi deputati alla nostra difesa non sono mai stati in grado di far rispettare le nostre regole a chi vive senza di esse.
Per cercare di arginare la loro pericolosità, e la presenza in città, sono stati realizzati dei villaggi Rom, che col tempo sono diventati off-limits anche per le forze dell’ordine. In questa terra di nessuno, che poi, a dir la verità, è nostra, di tutti i cittadini italiani, non abbiamo nessun controllo e questo non fa altro che alimentare la sensazione di impotenza da parte dei cittadini.
In Italia, attualmente, ci sono circa cento campi Rom regolarmente autorizzati dai comuni, dove queste famiglie vivono senza alcun tipo di sicurezza. Infatti accade spesso che si verifichino incendi per colpa di una stufa o di una bombola a gas. Di solito a rimetterci la vita sono sempre i più piccoli, non in grado di reagire prontamente a tali situazioni di pericolo. Abbiamo detto che ci sono circa cento campi nomadi autorizzati, ma a questi ne devono essere aggiunti almeno altri cinquecento illegali ed abusivi. Questi villaggi nascono spontaneamente, a Roma li possiamo trovare ai margini della città, nelle aree più emarginate e meno raggiunte dal controllo delle istituzioni. Un esempio, è rappresentato dall’assembramento di baracche che si è sviluppato sugli argini dei fiumi Aniene e Tevere.
A testimonianza del degrado nel quale vivono, basta effetuare la traversata del Tevere in battello. Oltre a scoprire che, incredibile ma vero, sul nostro fiume ci sono ancora tantissime specie di uccelli e di roditori (tra cui i castori) che sopravvivono allo smog ed all’inquinamento, ci si accorge che a dare un contributo fondamentale alla devastazione del fiume ci sono proprio loro, i Rom, che sulle sponde del fiume hanno realizzato un villaggio e che usano il fiume come loro pattumiera personale a cielo aperto. Neanche a dirlo, quella parte del Tevere è la più devastata, con centinaia di rifiuti scaricati nel fiume.
La capacità dei Rom di sopravvivere senza lavorare trova una buona testimonianza nella loro capacità di procurarsi cibo, senza molta fatica. Nei grandi Ipermercati, soprattutto i bambini, vengono inviati in “missione” con l’unico scopo di rimediare del cibo nel modo più antico del mondo. Anche in quest’ambiente c’è una sorta di rassegnazione da parte della vigilanza, che ormai è rassegnata all’idea che il loro ingresso nel supermercato, coinciderà con l’ennesimo furto.
Sui mezzi pubblici, i giovani Rom offrono il meglio del loro repertorio, con delle vere e proprie spedizioni punitive nei confronti di lavoratori e turisti ignari della loro velocità e scaltrezza. In particolare una linea, la 64 che parte dalla stazione Termini per arrivare fino a San Pietro. In un mio colloquio con il Sig. Mario P. autista della linea 64, è emerso che giornalmente ci sono 6/7 bambini Rom che salgono sull’autobus per portare a termine il loro lavoro. Il risultato di questa routine è che oramai la linea 64 è utilizzata solo da turisti stranieri, perché ignari delle gesta e delle capacità di questi piccoli “bambini indifesi”. Il pendolare o il cittadino romano ha cambiato le sue abitudini e cerca nuove alternative per raggiungere il posto di lavoro.
Durante la chiacchierata sorge spontanea una domanda: ma i Rom sono esenti dal pagamento del biglietto o questa è solo una leggenda metropolitana? In assenza del titolo di viaggio sono soggetti a multe come noi tutti?
Naturalmente le risposte sono state “no”. La multa è inutile farla perché non hanno documenti e poi dove dovrebbe essere recapitata? L’unica “arma” che hanno i conducenti o i controllori è quella di invitarli a scendere, ma non sempre questo è possibile. Spesso vengono minacciati, presi a male parole, ecc.
Ma finché si gira per il centro di Roma si sta “tranquilli”, il brutto viene quando bisogna recarsi in quelle zone lasciate al totale degrado e abbandono da parte delle autorità. Quei luoghi dove, purtroppo, le persone sono costrette a frequentare per raggiungere il posto di lavoro. Sono i cosiddetti capolinea, di autobus e metro o delle più famose (a causa di continui fatti di cronaca) stazioni fatiscenti dei treni.
In questi luoghi non ci si limita al borseggio, gli “inconvenienti” sono molto più gravi dove spesso si mette a repentaglio la propria vita. Il triste ed ultimo esempio ce l’ha offerto la cronaca qualche giorno fa. Dove una giovane donna, Giovanna Reggiani, ha perso la vita. E’ accaduto il 30 ottobre (2007), presso la stazione di Tor di Quinto a Roma. La giovane è scesa dal treno ed è stata quasi subito aggredita da un uomo nel tentativo di borseggiarla, purtroppo però non si è limitato solo a quello. Forse a causa della reazione della donna l’aggressore l’ha seviziata, massacrandola con colpi sul volto e alla testa, gettandola poi in un fossato non lontano dall’accampamento dell’uomo.
A dare l’allarme della tragica aggressione è stata una rumena Rom anche lei ospite dell’accampamento. La donna, attualmente sotto protezione, si è messa in mezzo alla strada fermando un autobus e chiedendo aiuto al 113. La testimone ha raccontato ai poliziotti di aver visto Nicolae Romulus Mailat allontanarsi dal campo con una donna sulle spalle. E’ stato grazie alle sue indicazioni che i poliziotti hanno dapprima trovato Giovanna Reggiani nel fossato, dalle dichiarazioni della polizia risulta che la donna è stata trovata con i pantaloni abbassati e senza gli slip, non parlava, non era cosciente e aveva il respiro affannato.
Poi seguendo la testimone hanno raggiunto una baracca dove era nascosto l’aggressore, l’uomo aveva ancora il volto sporco di sangue ed insieme a lui c’era la borsa della povera donna aggredita. La giustificazione dell’uomo è stata «volevo solo rubare una borsetta». Purtroppo però il primo novembre, dopo due giorni di coma, alle ore 19.34 sono stati staccati i macchinari e Giovanna Reggiani ha cessato di vivere.
Il giorno seguente all’aggressione sono partiti controlli a tappeto in tutti i campi Rom d’Italia. Molti degli accampamenti “abusivi” sono stati sgomberati, la baraccopoli di Tor di Quinto, dov’è avvenuta l’aggressione, sarà sgomberata e rasa al suolo. Anche Palazzo Chigi è intervenuto tempestivamente emanando un decreto legge che attribuisce al Prefetto il potere di allontanare dal territorio nazionale, cittadini anche comunitari (sulla base della direttiva Ue) per motivi di sicurezza pubblica.
Nel frattempo, però, i cittadini meno inclini alla calma e alla pazienza si sono fatti giustizia da soli, nelle notti seguenti all’omicidio della Reggiani sono state organizzate vere e proprie ronde contro rom e rumeni, con episodi di violenza, aggressioni e tentati incendi contro le baraccopoli. Gesti questi da condannare come l’aggressione/omicidio ai danni della povera e innocente Giovanna.
Alla luce di queste testimonianze, sorgono spontanee alcune domande: è possibile che le nostre amministrazioni chiedano ai cittadini un ulteriore sforzo per facilitare l’integrazione della comunità Rom? Com’è possibile cercare di far integrare chi per sua natura vive alle spalle di chi vive e lavora rispettando delle regole? Perché i nostri governanti si ricordano di proteggere noi cittadini solo in seguito a fatti tragici e non cercare invece di evitarli tempestivamente?
Forse può sembrare una visione estremista, ma molti ritengono che tale integrazione non sia possibile, perché integrazione vuol dire comunione di intenti e di doveri. In questa situazione, non stiamo parlando di una comunità disposta a scendere a patti, ma semplicemente di persone che vivono e ragionano con una mentalità agli antipodi della nostra. Ci sarebbe bisogno di un intervento da parte delle istituzioni, con delle azioni concrete, in grado di far rinascere nei cittadini la sicurezza di poter salire su un mezzo pubblico senza guardarsi alle spalle, o di girare per la città senza la paura di essere insultati ed infastiditi da chi pensa di essere libero e di non dover rispettare niente e nessuno.
|
|
 |