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La certezza che un bene alimentare, come il pane e la pasta, possa sempre costituire un punto di forza della propria cultura culinaria, come quella italiana, tende a infrangersi in questo terzo millennio. Nell’era della globalizzazione dei mercati, compresi quelli agroalimentari, ci si rifiuta di correre il rischio di dover razionare il consumo di un bene essenziale.
La fiducia nel mercato libero e internazionale si scontra con la sublimazione di interessi economici, con le scelte dei potenti della terra pronti a condizionare le abitudini alimentari della nostra civiltà. Il cibo è un segno di etnicità, e ognuno di noi alimenta l’illusione che la propria cultura gastronomica trionferà al di sopra di ogni rincaro dei prezzi; una certezza che deforma il proprio modo di percepire l’inflazione e che riflette la paura di insidie al relativo bene. Noi di Palamitonews, preoccupati dei mali che in quest’era affliggono i nostri concittadini, proviamo a raccogliere qualche lamentela sul pertinente aumento dei prezzi dei prodotti cereali, da parte dei consumatori.
Ci rivolgiamo ad alcune famiglie e verifichiamo, contrariamente a quanto affermato dal Ministro delle Politiche Agricole, Paolo De Castro - “nonostante l’incremento eccezionale dei prezzi agricoli internazionali di questi mesi, l’indice generale dei prezzi è rimasto invariato” - che l’aumento dei derivati da farina e semola incide sulla spesa degli italiani.
Poniamo delle domande al signor Riccardo, un uomo di mezz’età.
Lei ha potuto verificare l’aumento del prezzo del pane? Se si, di quanto rispetto a qualche mese fa?
«Ovviamente sì. La differenza di prezzo dello stesso tipo di pane, acquistato sempre nello stesso panificio, è di circa 30 centesimi di euro».
Dato quest’ultimo che riflette le stime dei consumatori, visto che “il prezzo medio del pane è schizzato da 2,08 a 2,49 euro al chilo”. (1)
Però il signor Riccardo dichiara che questo rincaro non lo preoccupa troppo, neppure pensando ad eventuali aumenti futuri. Anche la signora Stefania tende a minimizzare, assume un atteggiamento lassista, poiché il rincaro dei prezzi riguarda diversi beni alimentari, come carne, latte, frutta, caffè. Questa tolleranza si insinua in chi considera che la sfilza dei rincari sia un fenomeno sociale in continuo divenire e sempre più autonomo e meno dipendente dal proprio diritto di alimentarsi.
Ci si chiede quali siano i dati capaci di far comprendere l’aumentato dei costi dei cereali (dal produttore al consumatore) e si seguono le diverse piste inquisitive: da una parte la presunta esistenza dei biocarburanti che si ipotizza abbiano prodotto degli effetti significativi a livello macroeconomico, come l’impennata del prezzo del granturco, l’eccesso di domanda dei biocarburanti e il trasferimento degli agricoltori su altri mercati; dall’altro, si suppone che l’aumento del prezzo, della pasta e del pane, sia strettamente connesso all’aumento dei costi, sui mercati internazionali, del frumento tenero, “l’importazione” del quale “si attesta intorno al 60% del fabbisogno nazionale”. (2)
Quali sono le diverse soluzioni che potrebbero porci al riparo da una crisi economica nazionale? Se ne scoprono alcune come: l’individuazione di percorsi di sviluppo e valorizzazione dei sistemi produttivi interni; l’ordine di imporre dazi doganali sul frumento d’importazione o l’attuazione di politiche protezionistiche nuove, tali da fornire sussidio per la produzione dei frumenti nazionali. Ma, pur restando in un ambito sopranazionale, il vigente quadro normativo comunitario ed internazionale, delineatosi a seguito dell’accordo politico dei capi di Stato e di governo sull’Agenda 2000 (programma d’azione indirizzato a rafforzare le politiche comunitarie e a rafforzare le disposizioni normative della Politica Agricola Comune – PAC), dovrebbe spingere i profitti al livello più basso.
Infatti, fra gli elementi centrali dei negoziati su Agenda 2000 figura l’impegno a “proseguire le riforme agricole nel senso indicato dai mutamenti del 1988 e del 1992, nell’intento di stimolare la competitività europea, (…), garantire agli agricoltori redditi equi, semplificare la normativa giuridica e decentrarne l’applicazione” (3) e, allo stesso tempo, la PAC dovrebbe applicare “la politica dei mercati e dei prezzi, basata sulle organizzazioni comuni dei mercati (OCM) e volta a disciplinare la produzione e la commercializzazione dei prodotti agricoli durante la campagna di produzione” (4).
Dunque, sarebbe un bene si fissasse un prezzo al libero mercato per i beni primari, scongiurando così i rialzi derivati da eventuali cartelli. Cartelli che, è vero, potrebbero far salire i prezzi al di sopra del livello di regolare concorrenza, ma solo nel caso in cui un amplissimo gruppo di produttori aderisse alle regole del cartello. Nel determinare il prezzo da fissare, infatti, i membri delle filiere di frumento, aderenti al cartello, debbono tenere presente la reazione, in termini di offerta del bene prodotto sul mercato, dei produttori non appartenenti al cartello e che, quindi, agiscono in regime concorrenziale.
Le enormi organizzazioni, costituite dai produttori, potrebbero essere contrastate da altre grandi organizzazioni, come quella dei consumatori. Dunque, cerchiamo di generare solidarietà contro uno Stato non-interventista, spingendo il governo a regolamentare i mercati agroalimentari.
Link:
(1) http://www.altroconsumo.it/map/show/12340/src/179633.htm
(2) http://www.italmopa.it/framepage07.htm
(3) http://ec.europa.eu/agenda2000/index_it.htm
(4)http://www.esteri.it/MAE/IT/Politica_Europea/Politiche_Comuni/Agricoltura_e_pesca.htm
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