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Anche quest’anno, passato l’allarme siccità, si torna a parlare di pericolo blackout. Dopo quel famoso settembre 2001, quando l’Italia si ritrovò improvvisamente catapultata nel “periodo buio” del Medioevo, ad intermittenza i Tg ci mettono al corrente che il gas che la “cara” Russia ci manda potrebbe non bastare.
Ma come spesso accade, soprattutto nel nostro Paese, invece di fare il meglio possibile per uscire da una tanto paventata crisi, si lavora per provocarne un’altra di proporzioni forse ben maggiori. Un ottimo rimedio sarebbe stato, infatti, incentivare soluzioni strutturali basate su energie rinnovabili, quali quelle eoliche e fotovoltaiche, per citare le più affidabili. Queste “nuove” soluzioni energetiche non solo non inquinerebbero ma produrrebbero energia a basso costo e a contenuto impatto ambientale.
La politica delle lobby, invece, è riuscita solamente a partorire l’idea dei rigassificatori e delle centrali a turbogas.
I rigassificatori sono ad alto rischio d’incidente, poiché sia il trasporto che la riconversione del gas da stato liquido a stato gassoso richiede una complessa struttura industriale che ne garantisca la sicurezza.
Le centrali a turbogas, invece, sono “altamente inquinanti e pericolose per la salute dell’uomo” (1), come leggiamo nel sito web gestito dall’associazione “Rete Cittadini Contro la Turbogas”, che da ormai un anno si oppone alla costruzione della centrale che dovrebbe sorgere ad Aprilia (LT).
In realtà la protesta è iniziata nel 2002, quando la Sorgenia cominciò l’iter autorizzativo per la costruzione della centrale, tra i via libera dei Ministeri dell’Ambiente, della Salute e dello Sviluppo Economico e la contrarietà del Comune di Aprilia. L’iter sembra bloccarsi nel 2003, nonostante la società appaltatrice chieda ripetutamente alla Regione Lazio un appoggio per far proseguire la prassi amministrativa. E la Giunta, guidata allora da Francesco Storace (AN), alla fine cede.
Come si sa, in Italia i tempi burocratici sono lunghi. Questo tira e molla continua fino al 2005, anno che sembra di svolta. Nell’aprile di quello stesso anno si vota per la Presidenza della Regione Lazio e durante la campagna elettorale il candidato del Centro Sinistra Piero Marrazzo dichiara la sua contrarietà alla realizzazione della centrale a turbogas. Il 19 settembre 2006, invece, a sorpresa, la Regione dà il via libera alla costruzione dell’impianto. Senza perdere tempo, i primi di ottobre il Ministero dello Sviluppo Economico rilascia il decreto che autorizza l’inizio dei lavori della centrale turbogas a ciclo combinato.
È da allora che i cittadini di Aprilia, attraverso un movimento organizzato e un presidio stabile, chiedono che le promesse elettorali vengano mantenute e che quindi la centrale non si costruisca.
I motivi di questa protesta così serrata sono molteplici.
Uno studio del Cnr di Bologna, a cura di Nicola Armaroli, ha dimostrato che «una centrale a ciclo combinato a gas naturale brucia un miliardo di metri cubi di gas all’anno e produce parecchie centinaia di tonnellate di polveri fini e ultrafini, le più pericolose per la nostra salute…una quantità di PM10 dell’ordine di quella prodotta dal traffico della città di Bologna nella quale risiedono 375 mila persone…». (2) Stiamo parlando di circa 4.400 tonnellate di ossidi di azoto, 2.600 tonnellate di monossido di carbonio e 5.900.000 tonnellate di CO2. (3)
Se a questi dati aggiungiamo che la città di Aprilia è già ben oltre i limiti atmosferici di PM10 e conta una percentuale altissima di tumori alla trachea, si può ben capire l’ostilità che i cittadini serbano verso tale impianto.
Nelle centrali di questo tipo, a ciclo combinato, l’aria proveniente dall’ambiente viene aspirata e compressa, attivando due differenti cicli termodinamici. Uno, denominato ciclo a gas, dove l’aria compressa viene miscelata e bruciata con il gas naturale, formando dei gas caldi sotto pressione. Questo calore, attraverso uno scambiatore, riscalda dell’acqua, producendo vapore (ciclo a vapore). Ciò crea un’ulteriore motivo di scontro, poiché si è stimato che una Turbogas consuma in media 1.750.000 litri di acqua al giorno, causando un’evidente preoccupazione per le falde naturali, a rischio prosciugamento, e per il fabbisogno agricolo e familiare.
Il 3 luglio 2007, dopo lunghe richieste, una delegazione della “Rete Cittadini Contro la Turbogas” riesce ad incontrare il Presidente Marrazzo per cercare di fare chiarezza in questa vicenda che proprio limpida non sembra. Due giorni dopo l’incontro Palamitonews contattata il Presidente dell’associazione Marco Procaccini, per sentire come è andata.
Come è andato l’incontro con Marrazzo?
«È stato un incontro che noi aspettavamo da molto tempo, che noi avevamo richiesto e finalmente ha avuto luogo. Secondo me è stato un incontro positivo, costruttivo…abbiamo posto al Presidente della Regione (Lazio; n.d.r.) le nostre preoccupazioni per il fatto che comunque, ad oggi, la centrale potrebbe essere cantierabile, nonostante lui stesso abbia voluto con forza questo Tavolo della Salute, che però in realtà non ha mai cominciato a pieno ritmo il suo lavoro. Per questo abbiamo posto come condizione indispensabile che, in attesa dei risultati del Tavolo della Salute, nessun cantiere sia avviato. E poi naturalmente abbiamo sollevato i dubbi che da mesi andiamo ripetendo, cioè come sono state fatte le misurazioni, come sono stati fatti gli accertamenti, per esempio.
E poi, ancora, quali sono le situazioni che stanno alle spalle di questo progetto. In questo il Presidente si è fatto carico delle preoccupazioni e, per la prima volta in maniera molto netta, ha detto che davanti al diritto alla salute dei cittadini non c’è impianto che passi. Ha sottolineato (Marrazzo; n.d.r.), quindi, che per fare queste verifiche bisogna accelerare quello che è stato fatto, o meglio, quello che non è ancora stato fatto con il Tavolo della Salute. Per questo si costituirà un nuovo Tavolo, che si riunirà entro il 31 di luglio (scorso; n.d.r.), che si chiamerà Tavolo per Aprilia. Questo Tavolo, oltre a completare l’analisi della situazione ambientale e dell’inquinamento, avrà come soggetti presenti alla discussione noi, come movimento e Rete dei Cittadini, ma anche la società proponente, la Sorgenia. Questa è una vittoria molto importante. Infatti, avevamo chiesto per mesi al Ministro Bersani di dare vita a questo Tavolo, ma evidentemente il Ministro Bersani non ritiene questa una priorità.
Ci conforta molto, invece, che il Presidente della Regione Lazio abbia fatto un atto molto forte costituendo lui questo Tavolo. Noi ci auguriamo che possa dimostrare che questo impianto non è compatibile con il nostro territorio.
Il nostro movimento ha fortemente voluto un luogo d’incontro del genere. Infatti, al dì là del fatto di appurare se il nostro territorio può o non può ospitare quel tipo di impianto, a seconda del livello di inquinamento che porterà, siamo comunque disponibili ad ospitare un impianto per la produzione di energia, a patto che questo sia fondato sulle energie rinnovabili.
Noi siamo più che favorevoli, e l’abbiamo sempre detto, alla nascita di una centrale che non si basi, però, sullo sfruttamento dei combustibili fossili.
In particolare, abbiamo proposto al Presidente Marrazzo di candidare il Lazio ad una disposizione che è presente nel nuovo dpf (Documento di Programmazione Finanziaria; n.d.r.) governativo 2008/2011. In questo documento si espone la realizzazione di almeno 500 megawatt per impianti a concentrazione solare, con la tecnologia messa in piedi da Carlo Rubbia. Abbiamo chiesto, quindi, di candidare il Lazio a raccogliere una parte di questi 500 megawatt e questa volontà è già stata dichiarata a mezzo stampa dal Presidente.
Il nostro movimento è convinto che in tal modo si possa trasformare il progetto della turbogas di Aprilia da enorme problema, per un territorio e per il Paese, ad una grande risorsa e opportunità. Può essere il segnale che qualcosa è effettivamente cambiato da quando il progetto è stato presentato nel 2002.
Nel 2002 non possiamo certo dire che c’era lo stesso clima di attenzione sui mutamenti climatici e sul problema globale dell’inquinamento. Oggi fortunatamente questa sensibilità si è modificata, la tecnologia ci offre soluzioni diverse e questa è una grande occasione che la Regione Lazio, e questo Paese in generale, non deve perdere.
Anzi, questa discussione sulla centrale può servire da esempio di seria coscienza civile, perché potrebbe riunire la volontà dei cittadini, che dicono “no” solo a questo tipo di impianto, e quella di una regione che, come dimostra anche l’ultima finanziaria regionale, ha previsto degli interventi incoraggianti per il solare, il fotovoltaico e lo sviluppo di un’energia pulita.
Tutto questo, quindi, rischia di essere vanificato e contraddetto da un impianto cui oggi non se ne sente l’esigenza, perché questo impianto è stato autorizzato non in virtù di un deficit energetico del Paese, della Regione o chissà per quale allarme blackout o ancora per quale esigenza nazionale. L’impianto è stato autorizzato, invece, senza un piano energetico nazionale, cosa che è stata e rimane una delle nostre principali contrarietà. Secondo noi, ad oggi, c’è l’opportunità di tornare concretamente indietro e di chiedere anche alla società proponente, la Sorgenia, che fa mirabolanti azioni pubblicitarie parlando di energia intelligente e di energia ambientale sostenibile, di aumentare un po’ questa sua produzione, visto che, a fronte di questa bella pubblicità, l’energia che produce da impianti a non combustibile fossile è del 2%».
Come è nata allora l’esigenza di aprire questa centrale ad Aprilia se non esiste questo piano energetico nazionale?
«Ah..questa cosa è nata così, all’indomani del blackout che mandò al buio tutta Italia, nel settembre 2001. Il governo Berlusconi e il Ministro dell’Industria Marzano approvarono un decreto, poi convertito in legge, noto come decreto sblocca centrali legge 55, che sostanzialmente equiparava la realizzazione di centrali per la produzione di energia elettrica superiori a 300 megawatt ad opere di pubblica utilità, e predisponeva per questo tipo di opere una procedura autorizzativa semplificata, cosiddetta autorizzazione unica.
Ovviamente, diciamo, quello del blackout è, come sempre, capitato stranamente “a ciccio”. È sembrato lo strumento per dare il via alla liberalizzazione del mercato dell’energia, alla privatizzazione dell’Enel e al fatto che comunque quello energetico è un settore strategico dal punto di vista delle relazioni geopolitiche. Immagina che avere un centrale a gas significa dovergli garantire che arrivi il gas, e il gas arriva dalla Russia o dal Nord Africa. Ridistribuire questa corrente sul territorio significa magari favorire alcune imprese rispetto ad altre per quanto riguarda i costi dell’energia, significa continuare a non fare, per esempio, operazioni di risparmio energetico.
Per esempio la Danimarca, in quattro anni, ha ridotto i suoi consumi energetici del 14%. Questo non significa che hanno spento quattordici lampadine su cento, anzi, forse le hanno accese altre venticinque oltre alle cento che avevano già accese, però hanno cambiato la qualità delle lampadine. E in questo si gioca la partita, perché oggi la tecnologia ci consente, oltre che nuovi sistemi non inquinanti per la produzione di energia, anche un’autonomia energetica del singolo. Probabilmente, quindi, dobbiamo anche cominciare a pensare che i grandi impianti per la produzione di energia potranno presto essere sostituiti dal pannello solare posto sopra il tetto di ogni casa, in grado di fornire autonomia energetica slegata dalle grandi produzioni.
Quindi, questa liberalizzazione è stata fatta perché in questi anni il settore dell’energia è stato uno dei pochi settori che ha avuto una crescita a due cifre dal punto di vista del fatturato e degli occupati. È aumentato il valore delle azioni di queste società. Insomma, è un grande business. Naturalmente è legittimo che, se ci sono delle regole che lo permettano, chi lavora in questi settori faccia operazioni di business. È un po’ meno legittimo, però, anzi non lo è per niente, che uno lo faccia a spese della collettività nel momento in cui questo non è un progetto che serve alla collettività e quindi i vantaggi sono solo per chi produce l’impianto, per chi vende la corrente e in piccolissima parte, forse, per chi la utilizza, perché magari la paga un po’ meno. Mentre gli svantaggi di questa cosa sono per tutti, perché il riscaldamento globale è una cosa che interessa tutti, l’immissione di gas serra è una cosa che interessa tutti, l’immissione di ossidi di azoto è una cosa che interessa tutti. Insomma, rientriamo un po’ in quella tipologia delle cosiddette grandi opere, ma grandi opere utili a chi le fa!».
Nel 2005 la partita sembrava ormai sul punto di concludersi, dopo che Marrazzo, in campagna elettorale, dichiarò la sua assoluta contrarietà alla costruzione della centrale. Poi, ad un anno di distanza, dà il via libera. Ora sembra di nuovo contrario. Quale idea è emersa da questo incontro?
«Marrazzo ha detto che non vuole tollerare impianti che danneggiano la salute dei cittadini. Io credo che ci sia in questo un fatto, cioè il fatto che si possa cambiare idea, al di là della coerenza personale..questa non sta a me discuterla. Però credo che la politica sia anche questo, cioè riuscire a capire dove esistono dei problemi. Se una comunità per mesi e mesi, e ormai sono anni, scende in piazza, lotta, cerca di farsi sentire, magari qualche dubbio viene e qualche riflessione più attenta si fa. Il nostro obiettivo è stato sempre questo.
Noi siamo partiti da una situazione di totale isolamento su questa battaglia e poi abbiamo cercato di costruire alleanze. Se Piero Marrazzo diventa un nostro alleato significa aver convinto qualcuno che forse questo iter non era così a posto, che questa centrale forse non fa poi così bene e che questa non è una cosa che si può accettare sulla pelle della gente, che invece chiede altro».
D’accordo, ma come mai questi suoi continui mutamenti di posizione? Vi ha fornito una spiegazione?
«Anche noi abbiamo posto una domanda esattamente come l’hai posta tu. Ciò che ci ha risposto è stato che in campagna elettorale non conosceva qual’era il punto di avanzamento dell’iter, e quindi in seguito ha dovuto cambiare posizione perché ciò che gli fu richiesto era un atto dovuto.
Io su questo ho un’opinione diversa, perché credo che la politica non abbia atti dovuti, gli atti dovuti ce l’hanno i funzionari ministeriali. Un Presidente della Regione, anche quando scegli se nel bar della Regione è meglio che ci sia la coca-cola o il chinotto, fa una scelta politica per quanto mi riguarda. È una persona a cui sono state delegate scelte politiche, non atti burocratici. Quindi, secondo me, anche nell’assoluta schizofrenia della legge e del quadro legislativo, che per inciso taglia completamente fuori le comunità locali da qualunque tipo di parere su questa cosa e pertanto l’unico parere vincolante più vicino ai cittadini è quello della Regione, queste scelte non si possono considerare un atto dovuto.. però mi rendo conto che possiamo avere opinioni differenti su questo.
Quello che interessa è, però, essere riusciti a far passare il messaggio che questa partita non può essere considerata chiusa come invece ci era stato detto, anche dallo stesso Marrazzo. Credo che se le persone, in questi mesi, hanno avuto la capacità con la loro tenacia, la loro costanza, la loro determinazione di far cambiare idea a chi la pensava diversamente da noi, questo sia un fatto assolutamente positivo. Probabilmente può anche insegnare qualcosa a chi invece è sempre convinto che non ci sia niente da fare, che le scelte seguano un loro corso inesorabile. Noi speriamo di poter dimostrare che con la partecipazione dei cittadini non si blocca nulla, non si ferma alcuno sviluppo, non si ritorna a nessuna età della pietra, ma magari si riescono a fare progetti seri, accettati dalle comunità locali e avanzati dal punto di vista tecnologico. Magari di più di quanto spesso riesce a fare chi è accecato unicamente dalla necessità di fare business, ripeto, legittima fino a che non incontra i limiti della cosiddetta responsabilità sociale, che anche le imprese hanno.
La modifica del progetto, poi, ottenuta attraverso un concerto di forze fatto da istituzioni, regionali come comunali, da cittadini, tecnici e tanti pezzi di società civile, sarebbe la più grande vittoria, secondo me ancora più grande di dire che quel prato rimane così com’è. Sarebbe più importante, infatti, riuscire a dare un segnale che un altro modo per fare energia, finalmente eco-compatibile e non più importato sui combustibili fossili, che segna veramente un cambio di passo, si può realizzare e ha senso farlo. Noi ci siamo candidati come città e come territorio nel poter fare questa cosa».
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