Indovina chi viene a cena / n°288
Mare mortum
Mare mortum
  "Uno studio condotto pochi anni fa dall’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del CNR (CNR-IIA), nell’ambito di progetti internazionali ed europei, ha evidenziato come il bacino del Mediterraneo risulti colpito da inquinamento da mercurio in maniera ben maggiore di quanto non risulti nelle aree del Nord Europa ed in altre regioni".
di Mariaelena Prinzi / foto di Pino Ramos
 

Un’immagine di qualche tempo fa, che rimane impressa nella mente, mostra un gabbiano ricoperto fino agli occhi di un liquido nero su una macchia nera del mare, impossibilitato a prendere il volo, a motivo delle ali divenute pesanti, inconsapevole della causa che ha segnato il suo destino.

È l’effetto del trasudamento di una quantità incalcolabile di petrolio in una delle tante petroliere che solcano gli oceani per approvvigionarci della fonte più diffusa di energia, di cui la nostra civiltà non può fare a meno, non sempre però attrezzate, a livello tecnologico, a porre in essere le condizioni atte a scongiurare l’accadimento di simili disastrosi eventi. C’è da dire che nella maggioranza dei casi l’incidente ed il conseguente grave danno ecologico sono ascrivibili ad errore umano, o ad impreparazione dell’equipaggio, talora solo aggravato da inadeguatezza tecnica dell’imbarcazione o da suoi problemi strutturali.
A volte si tratta di guasti interni, ad esempio il prodursi di falle nello scafo, in altre circostanze si tratta di collisione con un’altra imbarcazione o di arenamento della nave, e talora al danno ambientale si aggiunge la perdita di tante vite umane tra l’equipaggio, quando la causa dello sversamento di idrocarburi è dovuta ad incendi ed esplosioni che avvengono a bordo.

Il versamento di petrolio prodotto accidentalmente da queste gigantesche navi cisterna nelle acque marine, al quale è da aggiungere quello, in una certa misura inevitabile, ma sicuramente riducibile, risultante dalle operazioni di carico e scarico di queste navi, nonché dal loro lavaggio, e da quel fenomeno da non trascurare dell’inquinamento volontario, è certamente il fenomeno più appariscente dell’inquinamento del mare, che solo in tempi lunghi, dell’ordine di qualche decina d’anni, riesce in qualche modo a risanare le sue ferite con il ristabilimento delle condizioni di equilibrio dell’ecosistema.
Ad oggi c’è ancora petrolio nella zona del mare in Alaska in cui nel 1989 ebbe luogo l’incidente alla Exxon Valdez e lo stesso si può dire del mar Ligure, lì dove affondò presso Genova nel 1991 la Haven, spargendo ben 134.000 di oro nero. Bisogna sottolineare però che esistono forme di inquinamento che avvelenano il mare con frequenza crescente ed incessante, riversandovi una quantità di sostanze, dannose per il suo ecosistema, infinitamente superiore a quella derivante dalle chiazze di petrolio senza apparente confine, frutto dei disastri appena descritti.

Il riferimento è agli scarichi in mare urbani ed a quelli di cui sono responsabili le attività industriali, l’immissione di pesticidi e composti chimici necessari per l’agricoltura che avviene in prossimità delle coste marine, alle sostanze residuali delle lavorazioni minerarie, nonché alle scorie radioattive.
In realtà, ai mezzi di trasporto marino, è ascrivibile solo il 12% dell’inquinamento del mare, mentre dalla terraferma viene immesso ben il 44% dei composti inquinanti e dall’atmosfera ne piove il 33% [1], a seguito di effetti di ricaduta dell’inquinamento dell’atmosfera, il cui unico responsabile è ancora una volte il genere umano, invano impegnato a definire protocolli sottoposti alla firma dei capi di Stato del mondo per la limitazione delle emissioni di gas nocivi.
I segnali della contaminazione del fondale marino prodotto dalle azioni volontarie dell’uomo, spesso in nome di presunte esigenze di sviluppo industriale od economiche, sono prodotti da culture di alghe preesistenti rispetto al momento in cui si manifesta il fenomeno inquinante o di nuova formazione che da esso traggono sorgente di vita e di alimentazione. Queste alghe tolgono ossigeno all’acqua del mare, compromettendo la vita delle varie forme viventi, come nel caso degli scarichi imputabili all’agricoltura, oppure rivelano tracce di materiali radioattivi, che residuano dal trattamento delle scorie radioattive, mirato alla loro sterilizzazione, provenienti dalle centrali nucleari.

Nel caso dell’inquinamento chimico sono proprio le specie viventi più evolute a segnalare nel loro organismo la fissazione di sostanze altamente tossiche, come ad esempio il mercurio, in grado di alterare o compromettere il loro sistema ormonale, riproduttivo e di crescita e di dar luogo alla comparsa non infrequente di tumori ed infertilità.

La causa di tutto ciò è da imputare all’immissione, non solo nel mare, ma anche nell’atmosfera, dei cosiddetti POP (“Persistent Organic Pollutants”), ossia di inquinanti organici persistenti, quali le diossine, i policlorbifenili (PCB) e vari tipi di insetticidi, che si diffondono a grande distanza, arrivando perfino alle regioni artiche. Nutrendosi dei prodotti della pesca, l’uomo assorbe egli stesso questi venefici composti chimici con conseguenze sulla sua salute non così dissimili, potenzialmente, da quelle subite dagli organismi marini e dagli orsi e foche delle zone polari, per i quali i pesci costituiscono l’unica fonte di sostentamento.
Quanto detto non vale solo per specchi d’acqua salata distanti da noi migliaia di nodi, ma anche per il mare di casa nostra, quello che prende il nome di Mediterraneo, nel quale l’accumulo di sostanze dall’elevato potere inquinante, la cui responsabilità è da attribuire ai tanti Paesi (oltre 20), che vi si affacciano, genera una situazione ancora più allarmante. Ciò in considerazione del fatto che il Mediterraneo è un mare chiuso, che circa 130 milioni di persone, ossia il 35% degli oltre 400 milioni di abitanti di quei Paesi vivono nelle aree costiere lambite dal mare lungo circa 46.000 km, appartenenti a tre continenti (Europa, Asia ed Africa) e che il rinnovamento delle sue acque, per quanto riguarda già la sola parte superficiale, avviene in tempi lunghissimi (80-100 anni).

Pertanto l’impatto sull’ambiente marino del Mediterraneo delle attività economiche ed industriali, proliferanti con alto grado di intensità negli innumerevoli suoi siti costieri, è ancor più negativo e preoccupante che per altri mari od oceani, e minaccia non solo di portare all’estinzione alcune specie dei suoi abitatori, quali ad esempio la balenottera comune, il delfino comune, la “caretta caretta” (un tipo di tartaruga) e la foca monaca. Inoltre rischia anche di produrre effetti a catena, date anche le interazioni tra ambiente marino, aereo e terrestre, che si rifletteranno in modo sempre più grave sulla vivibilità per l’uomo in zone vicine al mare contaminato, rese più vulnerabili ai cambiamenti climatici, e sulla redditività di attività economiche fiorenti sulle coste, tra cui l’industria turistica, edilizia, dato il degrado dei servizi offerti dall’ambiente marino e dalla fascia costiera, al quale esse, peraltro, in una certa misura anche contribuiscono.

Uno di questi effetti, di ampiezza tale da dover essere periodicamente monitorato, è il livello di concentrazione di sostanze tossiche nei prodotti ittici, derivante dallo scarico a mare, emesso dalle coste, ma anche dalle navi, nelle più varie forme o a seguito di eventi, imputabili o non alla volontà umana, di composti chimici e di idrocarburi. Questa tossicità già oggi può rendere non commestibile il pescato, a meno che il consumo giornaliero non sia tenuto al disotto delle quantità massime prescritte. È impressionante la quantità di sostanze tossiche e di liquami che gli stabilimenti industriali, le raffinerie, scaricano in mare, spesso con colpevole disinvoltura, ma talora anche a causa della mancata dotazione di impianti per il trattamento di rifiuti industriali.

Secondo un rapporto dell’UNEP (“United Nations Environment Programme”) [2] del 2003 ogni anno vengono scaricate nel Mediterraneo 55 tonnellate di lindane, un pesticida vietato nella UE, incluso nella famiglia dei POP. Secondo il suddetto rapporto, la Francia è il Paese che ha rilasciato più pesticidi clorinati, escluso il lindane, seguita dall’Italia, che, invece, è prima nella speciale classifica dell'inquinamento marino da metalli pesanti come piombo, cadmio, rame e zinco, essendo responsabile del 30% dei rilasci totali di queste sostanze trovate nel Mediterraneo. [3]. Italia e Grecia assieme hanno rilasciato in mare 13 tonnellate di mercurio all’anno, il metallo pesante più pericoloso per l'ambiente e la salute umana, mentre la Spagna ne ha rilasciate 18 e la Francia 17 [3].

Le cifre sopra elencate e quelle similari che si danno in vari altri studi o documenti relativi all’inquinamento marino, in termini di decine o migliaia di tonnellate per i singoli composti, che assommano a milioni di tonnellate complessivamente scaricate ogni anno a mare, potrebbero anche non essere indicative della gravità del livello di insalubrità dei nostri mari o comunque non impressionarci più di tanto, perché non vengono indicati, né forse lo potrebbero, i livelli di guardia da non superare. Quello che la ricerca scientifica può fare, invece, e lo fa in maniera meritoria, grazie all’impegno profuso da coloro che lavorano in tanti organismi e centri istituzionali o privati per monitorare lo stato di salute dei mari ed indicare le forme di tutela da adottare per il mantenimento di un ambiente marino sano, è di rilevare i livelli di concentrazione delle sostanze inquinanti presenti nelle acque marine e delle sostanze tossiche nel corpo delle specie animali che vi vivono.

Uno studio condotto pochi anni fa dall’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del CNR (CNR-IIA), nell’ambito di progetti internazionali ed europei [4], ha evidenziato come il bacino del Mediterraneo risulti colpito da inquinamento da mercurio in maniera ben maggiore di quanto non risulti nelle aree del Nord Europa ed in altre regioni. A segnalare questo grave problema ecologico sarebbe, secondo lo studio, una concentrazione di mercurio riscontrata nei pesci del Mediterraneo ben superiore a quella che presenta la fauna ittica dell’Atlantico con valori mediamente maggiori dei minimi registrati (intorno a 0,05 mg/Kg di peso dell’individuo della specie ittica considerata) e più vicini ai massimi (intorno a 1.4 mg/Kg), riscontrabili soprattutto nei pesci che si trovano in stadi superiori della catena alimentare marina e, pertanto, nei predatori (es. il pesce spada).
Tenendo conto anche di questi dati che vengono continuamente rivisti a seguito di campagne di misura, la Direzione della Commissione UE che si interessa della tutela ambientale, avvalendosi anche di ricerche mediche che hanno accertato effetti assai dannosi sulla salute, derivanti dall’assunzione del mercurio oltre certi dosi, da parte della fauna marina e dall’uomo che se ne ciba, ha stabilito in un’estesa normativa, articolata in raccomandazioni e Direttive, i livelli di assunzione giornaliera tollerabili da una persona che si nutre di pesce, espressi in decimi di μg (milionesimi di grammi) di mercurio per ogni chilogrammo del suo peso e fissati più bassi per donne incinte e per i giovani.

Ma come fa il mercurio, che è un metallo, a finire nei fondali, secondo calcoli del CNR, in misura pari ad 85 tonnellate all’anno? A parte l’attività naturale delle rocce del fondo marino che lo rilascia, la restante parte è scaricata in mare dalle centrali elettriche e dalle discariche. Senza contare, poi, che in atmosfera, da attività industriali e da sorgenti varie ne viene emessa una quantità annua pari ad alcune migliaia di tonnellate, una cui quota si fissa su corpi recettori acquatici.
L’inquinamento terrestre, causato da prodotti di rifiuto, particolarmente delle attività industriali, tra cui come si è detto il mercurio è solo un esempio, incide per circa l’80% sull’inquinamento marino.

C’è da dire ora che un’altra temibile minaccia incombe sull’ecosistema marino, ed è rappresentata dagli scarichi connessi al traffico marittimo e soprattutto da quelli operativi delle navi, particolarmente delle petroliere. Anche in questo tipo di inquinamento il “Mare nostrum” non sfigura minimamente rispetto alle acque internazionali sorelle, anzi si potrebbe dire che ne detiene il primato, se non fosse che è impossibile fare il conto delle quantità di sostanze, le più disparate che la civiltà umana getta in un arco di tempo stabilito nell’acqua salata del globo o singolarmente nei vari oceani. Qual è la causa di questo primato ipotizzabile e non certo campato in aria? Come nel caso dell’inquinamento costiero il problema era l’affollamento e la densità dell’industrializzazione sulle coste, qui si tratta ora di intensità di traffico marino.

Con riferimento all’impatto ambientale, un’altra specificità del bacino del Mediterraneo, legata alle attività turistiche, industriali e commerciali di molti Paesi del Mediterraneo, è l’elevato traffico marittimo che vi si svolge, prodotto dai piccoli navigli e dalle 200.000 imbarcazioni di grande dimensione [5] che annualmente navigano in esso, che dà un forte impulso all’inquinamento delle acque solcate, soprattutto a causa del trasporto di petrolio greggio e dei prodotti di raffinazione, che costituisce la componente predominante di detto traffico e circa il 20% del traffico marittimo mondiale [5].
Si rileva che gli sversamenti accidentali di idrocarburi dal ventre delle navi petrolifere costituisce solo una piccola parte delle 100.000-150.000 tonnellate di petrolio [6] che le imbarcazioni scaricano complessivamente nel Mediterraneo, e questo non fa meraviglia, perché abbiamo visto che le pur estese macchie oleose sulla superficie del mare prodotte ovunque dagli incidenti delle petroliere, costituiscono l’icastica raffigurazione di un fenomeno che è certamente grave, ma di assai minore incidenza sul problema della contaminazione prodotta dalle navi.
La fonte principale di questo inquinamento, in misura pari ad 80% circa, è, invece, rappresentata dagli inquinamenti volontari, connessi per lo più ad attività illegali od agli scarichi operazionali delle navi, conseguenti ad attività di esercizio delle medesime, tra cui il lavaggio delle cisterne.

Sarebbe auspicabile ed è, difatti, da più parti raccomandata un’azione coordinata in campo internazionale che, nell’ambito di un più ampio programma di tutela dell’ambiente marino da ogni forma di inquinamento, disciplini in maniera severa gli scarichi operazionali delle navi in mare e reprima gli atti di pirateria ambientale in cui si concreti senza ombra di dubbio ogni scarico volontario. Gli strumenti normativi con valenza giuridica per l’esecuzione di un Piano d’azione (il cosiddetto MAP adottato nel lontano 1975), atto a proteggere il Mediterraneo dall’inquinamento e a contribuire allo sviluppo sostenibile della sua area, esistono da tempo, almeno sulla carta, e sono stati elaborati nel quadro della Convenzione di Barcellona del 1976, sottoposta a modifica nel 1995 ed entrata in vigore nel 2004, che conta 22 Stati membri, tra cui l’Italia.
Si tratta di sei protocolli aggiunti alla Convenzione, cinque dei quali ancora non sono stati ratificati [7], per il rifiuto di alcuni Paesi contraenti, e quindi non sono in vigore, che trattano ciascuno una tematica diversa. Ad oggi solo il nuovo Protocollo sulle aree protette e sulla biodiversità, per la preservazione delle specie di flora e di fauna minacciate od in pericolo di estinzione nel Mediterraneo, tramite la creazione di zone protette, è entrato in vigore.

È auspicabile che, al fine di porre in atto ogni mezzo per la riduzione dei fenomeni di inquinamento illustrati, di particolare rilevanza nel contesto dell’ampia gamma di attività umane che attentano alla conservazione ed alla salute del patrimonio ambientale, vengano al più presto ratificati e resi attuativi i protocolli “Protocollo per la protezione del mar Mediterraneo contro l’inquinamento derivante da fonti ed attività terrestri (Protocollo LBS)”, “Protocollo per la prevenzione e l’eliminazione dell’inquinamento del mar Mediterraneo derivante da scarichi di imbarcazioni ed aerei o per incenerimento in mare (Protocollo Dumping)”, che combatte, tra l’altro, gli inquinamenti derivanti da operazioni di routine sulle navi e “Protocollo riguardante la cooperazione nella lotta all’inquinamento del mar Mediterraneo in casi di emergenza derivante da petrolio e da altre sostanze pericolose (Nuovo Protocollo sulle emergenze)”, che obbliga i Contraenti a collaborare per attuare le misure necessarie nel caso di eventi accidentali o volontari che producano danno immediato all’ambiente marino.

Il quadro appena tracciato, che può essere suffragato dalle testimonianze documentali di importanti ed autorevoli organismi ed istituti nel mondo che hanno a cuore la salvaguardia dell’ambiente marino, ci fa comprendere come i mari ed a lungo andare anche gli oceani, corrano il rischio di risultare contaminati secondo vari aspetti, tutti capaci, in un modo o nell’altro, di alterare lo sviluppo ed il mantenimento delle innumerevoli forme di flora e di fauna marina che esso ospita. Il degrado progressivo degli oceani, apparentemente inarrestabile, si riverbera anche sul sostentamento dell’uomo ultimo anello di una catena alimentare che in essi trae origine ed evolve.
È ancora perseguibile l’idea, o sarebbe il caso di dire l’utopia, di rendere le alghe commestibili in un giorno forse neppure tanto lontano, come la ricerca scientifica profetizza? Potrà tollerare il nostro organismo le tracce di mercurio sempre meno trascurabili che si fissano nel tessuto dei pesci che mangiamo?
Avrà più senso vivere nelle zone costiere, se le condizioni climatiche non saranno più tali da garantirci uno stato di maggior benessere fisico e mentale, essendo affette da perturbazioni, instabilità, se non sconvolgimenti terrificanti ascrivibile all’azione congiunta dell’inquinamento e dello scatenarsi delle forze della natura, fenomeni, forse, in qualche modo correlati fra loro?

Certo il mare continuerà ad offrirci scenari di incomparabile bellezza nel corso del giorno, ed il bello nell’accezione kantiana sarà anche l’elemento caratterizzante lo spettacolo di una tempesta marina con i flutti che rumorosamente si infrangono sugli scogli ed i muri d’acqua delle onde, minacciosi e la cangiante gamma cromatica della superficie marina.
Dovremo ancora lasciarci muovere l’animo da queste ”eterne sirene”, che sembrano intenzionate a farci dimenticare i pericoli che il mare è in grado di procurarci in misura straordinariamente maggiore che in passato?
Non sarà meglio, piuttosto, abbandonare il ruolo di spettatore passivo per riassumere nella loro pienezza le funzioni, onorandole, di chi per destino divino è stato chiamato a custodire ed a preservare il corso naturale della vita anche nei luoghi in cui vorrebbero prosperare organismi animali unicellulari od il germoglio della più umile pianta? Se il destino umano e quello divino coincidono, le irrinunciabili speranze di ognuno di noi nelle capacità dell’uomo di operare in maniera intelligente per aiutare la natura a guarire dalle ferite infertele, non saranno mal riposte.

Fonti:
(1) http://oceans.greenpeace.org/it/oceani/inquinamento
(2) www.unep.org
(3) www.ecplanet.com Fabio Quattrocchi “Mediterraneo altamente inquinato”
(4) Position Paper preparato da CNR-IIA per Commissione europea http://europa.eu.int/comm/environment/air
(5) documento di Legambiente, Clean up the Med e Protezione civile dal titolo “L’inquinamento da idrocarburi nel mare Mediterraneo”.
(6) libro di Biliardo e Mureddu “Traffico petrolifero e sostenibilità ambientale” editore Unione petrolifera.
(7) Relazione sullo stato dell’ambiente ed Allegati ad opera del Ministero dell’Ambiente, presentata il 23 marzo 2006.

 
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