Indovina chi viene a cena / n°288
Onda su Onda
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  "L’aria è utilizzata come oggetto di speculazione rimandando cinicamente il problema della salute a burocratiche relazioni ufficiali…non c’è bisogno di contare le vittime, se c’è solo il dubbio di danni alla salute nel dubbio non si deve sorpassare, si devono prendere giuste precauzioni… tecnologie e composti chimici sono immessi nel mercato senza la certezza che non facciano male, senza le idonee informazioni all’utilizzo"- documento comitati spontanei contro l'elettrosmog
di Francesca De Marco / foto di Pino Ramos
 

Il cellulare, un inseparabile amico; il phon, strumento indispensabile per le vaporose capigliature; il frullatore, l’elettrodomestico che nasconde i più arditi segreti culinari. Tutti questi oggetti e tante altre cose comuni nei nostri panorami, come tralicci, radio, tv, antenne, soprattutto quelle di nuova generazione come le Wimax, hanno un effetto non certo benevolo per l’uomo che le utilizza o le subisce, a seconda dei punti di vista.

Il lato oscuro di queste apparecchiature risiede in ciò che emanano. In tempi “non sospetti”, blandamente, la bioarchitettura o la rinnovata tradizione cinese del Feng Shui consigliavano di stare lontani da apparecchiature elettriche, dai televisori, persino dalla segreteria telefonica. Si tratta dei primi timidi tentativi di comunicarci che le nostre case stavano diventando ciò che oramai sono a pieno regime le città, cioè veri e propri campi elettromagnetici. Nel temine sono in gioco il campo elettrico e il campo magnetico che vengono così delineati dal docente universitario Giorgio Franceschetti nel testo “Esposizione ai campi elettromagnetici”: «per esprimere il campo di forze originato da cariche elettriche libere fisse si definisce il campo elettrico, mentre per esprimere il campo di forze originato da cariche elettriche in movimento (o correnti) su cariche anch’esse in movimento si definisce il campo magnetico». (1)

Insomma nel campo elettromagnetico si verifica l’azione di cariche mobili su cariche in movimento. Da non trascurare il ruolo delle sorgenti dinamiche, da cui partono le cariche, temporalmente variabili. «Nel caso dinamico» - aggiunge il professore - «non è più possibile considerare indipendentemente un campo elettrico e un campo magnetico. I valori dei due campi si legano e l’esistenza dell’uno implica obbligatoriamente l’esistenza dell’altro e si deve quindi parlare di campo elettromagnetico. Tale campo elettromagnetico si propaga nello spazio, ad una velocità estremamente elevata su scala umana (300.000 km/s nel vuoto) dando luogo alla così detta onda elettromagnetica». (1)

La giornalista scientifica Margherita Fronte sottolinea un altro concetto fondamentale nel suo testo “Campi elettromagnetici innocui o pericolosi”: «nella realtà il campo elettromagnetico può assumere configurazioni di straordinaria complessità per le quali vale il principio di sovrapposizione, secondo cui gli effetti di due onde che attraversano lo spazio si sommano nel punto in cui si incrociano; i fronti d’onda proseguono nel loro cammino senza che nessuno dei due venga minimante influenzato dall’incontro con l’altro». (2)
Per misurare la distanza fra i due picchi di un onda si utilizza la lunghezza d’onda. Si chiama frequenza invece il numero delle oscillazioni al secondo di un onda. Moltiplicando la lunghezza d’onda per la frequenza si ottiene la velocità di propagazione di un onda.

Essere esposti ventiquattro ore su ventiquattro a campi elettromagnetici non giova al nostro organismo al cui interno si riscontra per natura la presenza di corrente elettrica fra una cellula e l’altra. Siamo bombardati in modo consapevole o meno, da due qualità di onde: bassa e alta frequenza.

Le onde di bassa frequenza provengono soprattutto dai nostri inseparabili elettrodomestici fra cui televisione, frigorifero, lavastoviglie, ferro da stiro, rasoio, tostapane aspirapolvere, asciugacapelli, termosifoni elettrici, forni a microonde, i mixer e chi più ne ha ne metta. Insomma, proprio la cucina, che dovrebbe essere il luogo più rassicurante della casa, non è proprio così salubre. Se poi proprio sul condominio dove si abita o in quello accanto troneggia quell’antenna, esteticamente anche abbastanza brutta, impiantata per rendere più facili le comunicazioni con il nostro inseparabile cellulare, siamo pervasi da onde ad alta frequenza. Più è cresciuto il progresso tecnico scientifico, soprattutto legato alle telecomunicazioni, più è aumentata la nostra esposizione all’inquinamento elettromagnetico.

Il decreto ministeriale n. 381 "Regolamento recante norme per la determinazione di tetti di radiofrequenza compatibili con la salute umana. Il Ministro dell’Ambiente, d’intesa con il Ministro della Sanità e il Ministro delle Telecomunicazione…adotta il seguente regolamento.
Art I. Campo di applicazione:
- le disposizioni del presente decreto fissano i valori limite di esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici connessi al funzionamento ed all’esercizio dei sistemi fissi delle telecomunicazioni e radiotelevisivi operanti nell’intervallo di frequenza compresa fra 100 kHz (kilo hertz di frequenza; n.d.r.) e i 300 GHz (giga hertz di frequenza; n.d.r.)".

È bene premettere che si definisce hertz il numero di oscillazioni che il campo elettromagnetico compie in un secondo. La legge, con queste valutazioni, copre valori che non dovrebbero essere dannosi né per molecole, nè per le cellule di organismi umani. Se si parla di inquinamento elettromagnetico vuol dire che questi parametri sono stati ampiamente superati con straordinaria disinvoltura. Sulle conseguenze dell’esposizione prolungata a campi elettromagnetici sono stati fatti diversi studi, sia riguardo agli “effetti termici” che “non termici”.

Secondo il docente G. Franceschetti: «gli effetti termici sono dovuti alla trasformazione di energia elettromagnetica in calore; la quantità di calore prodotta è dipendente dalle caratteristiche del materiale biologico attraversato, dalla frequenza e dalla intensità del campo, dalla durata dell’esposizione, dal contenuto in acqua dei tessuti irradiati. L’incremento di temperatura è in grado di provocare danni a organi e apparati. In questo contesto i meccanismi di termoregolazione (macro e microcircolazione) assumono un ruolo fondamentale nella difesa biologica degli organismi esposti…Gli effetti non termici sono rappresentati da alterazioni biologiche in assenza di incremento apprezzabile di temperatura…le principali sintomatologie legate ad esposizioni a un campo elettromagnetico, ma non associate ad incremento di temperatura riguardano il sistema nervoso ( irritabilità, depressione, tremori, vertigini, disturbi del sonno) l’apparato cardiovascolare (vasodilatazione, tachicardia, aumento del flusso ematico) e il sistema endocrino (ipertiroidismo, ipercorticosurrelanismo)».

Quindi, se l’anidride carbonica mira ai nostri polmoni, l’elettrosmog copre tutto il resto: sistema nervoso, apparato cardiovascolare e sistema endocrino. Siamo riusciti a sabotare il nostro corpo per migliorare paradossalmente la qualità delle vita. Una delle pioniere, che si accorse in modo del tutto casuale della pericolosità di un’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici, fu l’epidemiologa Nancy Wertheimer. La studiosa cercò di spiegarsi la morte di 344 bambini, vittime di tumore fra il 1950 e il 1973 nella contea di Denver in Colorado. Dopo aver vagliato ogni strada capì che l’elemento in comune era la vicinanza delle abitazioni dei ragazzi ad una centralina elettrica. Insomma, le loro case sorgevano in prossimità di campi elettromagnetici con una frequenza di 60 hertz. Il suo articolo, uscito nel 1979 nella rivista “American Journal of Epidemiology”, suscitò molte polemiche e molti furono i detrattori di questo studio, fino a quando non ne comparve un altro, questa volta svedese, nel 1992.

I protagonisti della ricerca furono Maria Feychting e Anders Ahlbom che puntarono l’attenzione su tutte le residenze del territorio svedese collocate a meno di 300 metri da una linea da 200 o 400 kW. Lo studio fu eseguito con il supporto sia dei registri dell’anagrafe sia di quelli della compagnia elettrica che annotava il carico di energia elettrica su ogni linea. La loro ricerca dimostrò che vi doveva essere un nesso fra l’esposizione ai campi magnetici e l’insorgenza di leucemie. In particolare aumentava il rischio dello sviluppo delle leucemie infantili se si verificava l’esposizione a campi magnetici superiori a 0, 2 micro Tesla ( il tesla, il cui simbolo è T, viene utilizzata per esprimere la densità del flusso magnetico o l'induzione magnetica. Il nome dell’unità di misura è stato dato in onore dell’inventore Nikola Tesla, scopritore, tra l’altro, della corrente alternata).

Nel 1995, in Italia, l’Istituto Superiore della Sanità si allineava a questi studi epidemiologici confermando “un incremento di rischio di leucemia infantile in relazione ad un’esposizione a livelli di induzione magnetica superiori a 0,2 micro Tesla”.(3)
Nel suo testo, citato in precedenza, G. Franceschetti sostiene che sulle conseguenze di un esposizione ai campi elettromagnetici non si può generalizzare per diversi motivi:
- “perché ciò che si ottiene in vitro o in vivo non sempre è riproducibile”
- “la scelta del campione da esaminare … bisogna considerare la possibilità di una variabilità della risposta al variare delle caratteristiche degli individui esaminati (età, abitudini di vita quali il fumo o il consumo di alcolici ecc.)
- da considerare “la possibilità di effetti cooperativi fra esposizioni a campi elettromagnetici e altri inquinanti( sia fisici che chimici).

C’è stata in passato, e c’è tutt’ora, una mobilitazione di cittadini e comitati di quartiere che, appellandosi “al principio di tutela della salute e di precauzione”, si rifiutano di sottovalutare il problema. «In Italia» - sostengono i comitati spontanei contro l’elettromagnetismo nel documento redatto nel convegno del 15 maggio 2004 - «ogni anno circa 250.000 persone si ammalano di tumore (più di 150.000 non riescono a superare la malattia) leucemie, Morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson, sclerosi amiotrofica e sclerosi multipla. Queste sono tra le malattie neurodegenerative, che studi di settore hanno evidenziato in sospetta associazione con le esposizioni ai campi magnetici generati da elettrodotti. Riferimenti si possono trovare nei rapporti ISTISAN dell’Istituto Superiore della Sanità e nella relazione sulla tossicità delle radiazioni elettromagnetiche del Dr Neil Cherry della Lincoin University…L’aria è utilizzata come oggetto di speculazione rimandando cinicamente il problema della salute a burocratiche relazioni ufficiali…non c’è bisogno di contare le vittime, se c’è solo il dubbio di danni alla salute nel dubbio non si deve sorpassare, si devono prendere giuste precauzioni… tecnologie e composti chimici sono immessi nel mercato senza la certezza che non facciano male, senza le idonee informazioni all’utilizzo». (4)

Il dottor Morando Soffritti, direttore scientifico della fondazione europea di oncologia e scienze ambientali Ramazzini, sostiene che, riguardo alla pericolosità dei campi elettromagnetici "nessuno può escludere il rischio, in mancanza di dati che ne provino la sicurezza". (5) Sempre il ricercatore ha aggiunto in una intervista che "senza i grandi fumatori, quelli per i quali il rischio di cancro al polmone è molte volte superiore alla media, sarebbe stato difficile provare in maniera così netta un pericolo che pure oggi appare evidente. Il rischio di cancro polmonare per un fumatore moderato è infatti solo una volta e mezza più alto rispetto a un non fumatore. Altrettanto cresce il rischio di leucemia in bambini esposti a campi elettromagnetici di intensità superiore a 0,5 micro Tesla”. (6)

Merita una riflessione l’intervento del professore Paolo Vecchia, presidente della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti (ICNIRP), che ha così risposto alle nostre domande.

Nel 1995 l'ISS (Istituto Superiore di Sanità), sulla base di diversi studi epidemiologici, affermò “un incremento di rischio di leucemia infantile in relazione a un 'esposizione a livelli di induzione magnetica superiori a 0,2 micro Tesla”. Ad oggi, quali passi sono stati compiuti in materia di inquinamento elettromagnetico?

«Dal 1995 sono passati 12 anni, un tempo lungo per la ricerca in generale ma ancor più lungo per quella sui campi elettromagnetici che ha conosciut,o negli ultimi anni, un’accelerazione straordinaria. Precisato che il rapporto dell’ISS si riferiva solamente ai campi magnetici a bassa frequenza, è proprio di questi giorni la pubblicazione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) di un ampio rapporto (circa 450 pagine) in cui si esamina criticamente l’insieme di tutti gli studi epidemiologici e biologici relativi a questo tipo di campi e si effettua una valutazione di tutti i possibili rischi per la salute fornendo raccomandazioni per la protezione. Una sintesi delle valutazioni e raccomandazioni è contenuta in un documento di informazione al pubblico che l’OMS ha pubblicato contestualmente al rapporto e che, come questo, può essere scaricato dal sito www.who.int/emf.

Una traduzione italiana a cura del progetto “Salute e campi elettromagnetici” dell’Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute - Centro Controllo Malattie - è stata già inviata a Ginevra e sarà tra breve disponibile sullo stesso sito. Nel documento si legge che: “Nel 2002, la IARC (International Agency for Research on Cancer) ha pubblicato una monografia in cui i campi magnetici ELF (campi a frequenza estremamente bassa) venivano classificati come possibilmente cancerogeni per l’uomo.

Questa classificazione viene usata per indicare un agente per il quale esiste un’evidenza limitata di cancerogenicità nell’uomo e un’evidenza meno che sufficiente di cancerogenicità negli animali da laboratorio (altri esempi in questa categoria sono il caffè e i fumi da saldatura). Il giudizio si basava su delle analisi che sono state effettuate aggregando i dati di diversi studi epidemiologici e che indicavano in modo coerente un aumento di un “fattore due” nei casi di leucemia infantile, associato ad un’esposizione media a campi magnetici a frequenza industriale superiore a 0,3-0,4 µT (micro Tesla). Il gruppo di lavoro ha concluso che gli ulteriori studi pubblicati in seguito non alterassero la classificazione.

L’evidenza epidemiologica è però indebolita da problemi metodologici, come potenziali distorsioni di selezione. Inoltre, non c’è nessun meccanismo biofisico accettato che suggerisca che esposizioni a bassi livelli di campo abbiano un ruolo nello sviluppo del cancro. Quindi, se effettivamente esistessero degli effetti dell’esposizione a simili campi di bassa intensità, questi dovrebbero prodursi attraverso un meccanismo biologico che è a tutt’oggi sconosciuto. Inoltre, gli studi su animali sono risultati per la maggior parte negativi. Nel complesso, dunque, i dati relativi alla leucemia infantile non sono sufficientemente solidi da poter essere considerati come indicativi di una relazione causale».


Che cosa succede alle cellule dell'organismo umano che vengono sottoposte a sollecitazioni di campi magnetici a bassa ed alta frequenza in modo prolungato?

«Nonostante moltissimi studi, non è stato individuato nessun meccanismo plausibile di interazione che suggerisca effetti nocivi dei campi magnetici di bassa intensità. Neppure esistono dati che indichino un ruolo del tempo di esposizione. Gli unici effetti scientificamente accertati (intendendo con questo che sono stati indicati in modo riproducibile da studi di alta qualità) sono effetti acuti, che si manifestano solo al di sopra di determinate soglie di esposizione, molto superiori ai valori che si riscontrano normalmente negli ambienti di vita».

Quali sono gli studi più significativi sull'argomento fra le sperimentazioni in vitro e quelle in vivo condivisi dall'ISS?

«La letteratura attuale annovera diverse migliaia di studi di laboratorio in vitro e in vivo. Una larga percentuale riguarda possibili effetti genotossici che, se provati, potrebbero fornire plausibilità biologica all’ipotesi di un ruolo dei campi elettromagnetici nello sviluppo del cancro e di altre malattie degenerative. Gli studi sono però nella grande maggioranza negativi e ciò giustifica, per i campi magnetici a bassa frequenza, la classificazione da parte dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come “possibilmente cancerogeni”, la categoria più bassa tra le tre usate per gli agenti che possono avere un ruolo nello sviluppo del cancro».

Provocano gli stessi danni biologici l’esposizione a campi magnetici a bassa e ad alta frequenza?

«C’è una profonda differenza dal punto di vista teorico, confermata dai dati sperimentali. I meccanismi di interazione sono completamente distinti e ciò non deve sorprendere se si pensa all’enorme differenza in frequenza. E’ intuitivo che qualunque effetto possa verificarsi in risposta all’esposizione ai campi delle linee ad alta tensione, che oscillano 50 volte al secondo (50 Hz) non può essere lo stesso provocato da campi come quelli della telefonia cellulare che oscillano a 1800 MHz, cioè 1800 milioni di volte al secondo. Non è comunque corretto parlare di pericolo: se per i campi a bassa frequenza i dati epidemiologici giustificano un’ipotesi di rischio, ma non ne forniscono la prova, nel caso dei campi a radiofrequenza né gli studi epidemiologici né quelli biologici forniscono indicazioni di effetti nocivi a lungo termine».

Lo sviluppo di problemi ematici, di malattie genetiche e il proliferare in alcune zone, come ad esempio Roma Nord, di leucemie infantili può avere una connessione con una sovraesposizione ai campi magnetici?

«Giova ripetere che non esistono indicazioni convincenti di patologie degenerative a lungo termine se non per la leucemia infantile, e quest’ultima solo in relazione all’esposizione a campi magnetici a frequenza industriale (50 Hz), generati da linee ad alta tensione e sistemi elettrici. Per quanto riguarda l’epidemiologia, questa suggerisce per l’esposizione ai campi magnetici a 50 Hz un lieve aumento di casi di leucemia infantile, dell’ordine di 1-2 casi all’anno, quindi insignificanti rispetto ai circa 400 che comunque si manifestano. Non si può quindi parlare di proliferazione di leucemie infantili. Una corretta valutazione non deve basarsi sul numero di casi che si osservano, ma sul confronto tra questo e il numero di casi attesi su base statistica. Nel caso della Radio Vaticana (che emette tra l’altro onde di frequenza del tutto diversa) nel periodo di osservazione dello studio epidemiologico si sono verificati 8 casi di leucemia infantile contro i 6,8 comunque attesi; la “proliferazione” si riduce quindi a 1 caso in eccesso e stabilire una connessione con l’esposizione ai campi elettromagnetici è quanto meno problematico».

Il DNA può registrare lo stato di esposizione di un individuo ai campi magnetici?


«Certamente no. Al più, si può operare in senso opposto, studiando se in un soggetto esposto a livelli significativi di campo si verifichino alterazioni del DNA (ed effettivamente studi di questo genere esistono), ma non si può pensare di utilizzare, ad esempio, il numero di rotture dei filamenti come un marcatore dell’esposizione. Ciò richiederebbe un effetto talmente vistoso da determinare danni certi ed evidenti alla salute».

Che consigli può dare ai nostri lettori più preoccupati?

«I consigli sono quelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, con la quale l’ISS collabora attivamente. Date le incertezze scientifiche, può essere ragionevole e giustificato adottare delle misure per ridurre le esposizioni. Quali e quante misure adottare dipende dal singolo, dalla sua personale percezione del rischio e dal suo grado di preoccupazione. Occorre anche evitare che questa preoccupazione aumenti per effetti di messaggi allarmistici, perché tensioni e ansie costituiscono anch’esse un danno, questo sì certo, per la salute».

Link:
1) G. Franceschetti, D.Riccio, M. R. Scarfi, B. Sciannimanica , Esposizione ai campi elettromagnetici, Bollati Boringhieri editore, Torino, 2000, p, 21,22, 23, 63, 66,67,68.
2) M.Fronte, Campi Elettromagnetici innocui o pericolosi, Avverbi editore, Roma, 1999, p.39, 74, 78, 91
3) http://www.verdinrete.it/ondakiller/istisan.htm
4) Documento dei comitati spontanei contro l’elettrosmog, convegno 15 maggio 2004 – liceo classico Alfieri di Torino
(www.retealternative.org).
5) Comitato Prevenzione Onde Elettromagnetiche Valle d’Aosta, www.netvallee.it/cpoe.
6) “Verdetto elettrosmog: Il rischio cancro esiste”, La Repubblica, 31 luglio 2001, p.19 (www.retealternative.org)


 
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