Indovina chi viene a cena / n°288
Ho un peso sullo stomaco
Ho un peso sullo stomaco
  "La dott.ssa Gatti e il dott. Montanari hanno fatto delle analisi a campione su vari tipi di alimenti come pasta, omogeneizzati, biscotti e hanno scoperto che al loro interno erano presenti quantità di ferro, cromo, nichel, alluminio".
di Mariaelena Prinzi / foto tratta da timesonline.typepad.com
 

Quante volte avete sentito qualche anziano pronunciare la fatidica frase «questo cibo non ha più sapore, ai miei tempi sì che si mangiava come si deve!» e voi avete annuito con un cenno della testa per stroncare sul nascere un discorso che poteva durare svariate ore? E se avessero ragione loro, se davvero il cibo che mangiamo fosse peggiorato?

A supportare questa tesi ci sono ad esempio i risultati ottenuti dal microscopio elettronico a scansione ambientale della dottoressa Antonietta Gatti e del dottore Stefano Montanari. I due ricercatori hanno fatto delle analisi a campione su vari tipi di alimenti come pasta, omogeneizzati, biscotti e hanno scoperto che al loro interno erano presenti quantità di ferro, cromo, nichel, alluminio.
Qualcuno potrebbe obiettare che sostanze quali il ferro sono indispensabili per l’essere umano, ma bisogna fare una distinzione: le particelle trovate sono “particelle inorganiche inquinanti” e non “particelle organiche” contenute negli alimenti. Per le loro dimensioni ridotte queste particelle sono state chiamate “nanoparticelle”.

Le nanoparticelle possono avere diverse origini; in un primo caso possono essere il risultato di una combustione ad altissime temperature, in un secondo possono derivare dai macchinari utilizzati nella produzione agroalimentare che, se usurati, possono lasciare delle piccolissime tracce nei prodotti confezionati. Il problema di queste nanoparticelle è che una volta immesse nell’organismo dell’uomo ci rimangono proprio per la loro natura non biodegradabile.
A studiare la loro tossicità è nato nel 2002 il progetto europeo QLRT-2002-147. Gli studi sono stati compiuti con microscopi elettronici a scansione ambientale. È emerso che, una volta inalate, le particelle sono in grado di passare dai polmoni al sangue in pochi minuti, inoltre “nei circa 500 casi patologici finora indagati, oltre a risultare non biodegradabili, le particelle sono anche state classificate come non biocompatibili e, quindi, per definizione stessa, patogeniche”. (1)

Ma l’attacco al cuore di ciò che mangiamo avviene su più fronti, ed ecco quindi accanto alle nanoparticelle schierarsi anche le diossine. Le diossine sono le sostanze che vengono rilasciate durante il processo di combustione tra cloro e idrocarburi derivanti dal petrolio. Il termine “diossina” si riferisce ad un gruppo di composti chimici divisi in policlorodibenzo-p-diossine (TCDD), circa 73 tipi su 210, e “furani (policlorodibenzofurani, PCDF). Diciassette di queste molecole sono considerate altamente tossiche e pericolose sia per l’uomo che per gli animali.

Ma da dove vengono? Le diossine vantano una “nutrita presenza” nei solventi, nei pesticidi, nei disinfettanti, negli additivi antimuffa delle vernici e nell’industria elettrica e elettronica come oli isolanti e termoconduttori.
Negli ultimi anni è stato proibito l’uso nel settore industriale e in quello agricolo dei “prodotti” a più alto rischio diossina, eppure l’immissione di questa sostanza nell’ambiente non ha accennato a diminuire. Oggi le maggiori quantità di diossina vengono introdotte nell’aria da inceneritori non a norma, ma soprattutto da roghi e da smaltimento illegale di rifiuti.


Purtroppo la “presenza ingombrante” di questa sostanza tossica ha ripercussioni negative sia sull’uomo che sugli animali, danneggiando pelle, fegato, sistema immunitario. Come leggiamo dal sito della dottoressa Marta Bellani “le conoscenze più recenti sul meccanismo d’azione della diossina hanno chiarito il ruolo di ‘perturbatore ormonale’ di questa sostanza, con tutte le gravissime implicazioni che ne conseguono: di fatto la TCDD (unitamente ai suoi congeneri) possiede la facoltà di interagire con l’espressione del patrimonio genetico delle cellule, attraverso la mediazione di alcuni recettori…il pericolo più immediato consiste, con tutta probabilità, nella contaminazione dei pascoli e dei mangimi destinati all’alimentazione di bovini ed ovicaprini, da parte di uno stillicidio di diossine provenienti da inceneritori, discariche, liquami fognari usati come fertilizzanti, rifiuti tossici dispersi fraudolentemente». (2).

Forse a questo punto il “nostro caro vecchio cibo” avrà già capitolato, sotto i colpi di questi due temibili avversari, a cui se ne aggiunge, in realtà, anche un altro l’OGM. La sigla sta per “Organismi Geneticamente Modificati”, che stando alla definizione di Greenpeace sono “sono organismi artificiali, spesso brevettati e dunque di proprietà privata di una azienda… ottenuti inserendo nel patrimonio genetico dell'organismo ‘ospite’ pezzi di DNA di organismi diversi che in natura non potrebbero in alcun modo scambiarsi il materiale ereditario”. (3)
Il dibattito sugli Ogm divide il mondo scientifico: da una parte scienziati fautori di un progresso che sembra inarrestabile e dall’altra scienziati un po’ meno convinti della “bontà” degli Ogm, di cui si sa ancora troppo poco. Questi “scettici” temono che alla crescente scomparsa di varietà coltivate di piante si risponda con varietà Ogm.

In Italia, il Decreto Ministeriale n 279 del 22-11-2004 che regolamenta gli Ogm stabilisce che “l'attuazione delle regole di coesistenza deve assicurare ai consumatori la reale possibilità di scelta tra prodotti transgenici e non transgenici e, pertanto, le coltivazioni transgeniche sono praticate all'interno di filiere di produzione separate rispetto a quelle convenzionali e biologiche”.
Ma a tutelare l’ignaro consumatore è in realtà una disposizione dell’Unione Europea dell’aprile del 2004 con la quale si obbligano le industrie a segnalare sull’etichetta la presenza di ingredienti geneticamente modificati.

Lo scenario appare piuttosto disarmante, la guerra sembra persa, eppure ecco un “ribelle” pronto a tentare di cambiare le cose: stiamo parlando dell’agricoltura biologica. Questa agricoltura fa riferimento a un mondo contadino che stava rischiando di scomparire, poiché si basa sul rispetto della terra. Quindi, niente insetticidi e fertilizzanti chimici. Sono ammessi solo tutti quegli insetti che si nutrono, secondo natura, dei parassiti delle piante mentre per fertilizzare si riscopre il letame. Nei terreni si usa il metodo della rotazione e della consociazione, tecniche note sin dal Medioevo. Per non impoverire il terreno, infatti, ogni anno la terra non solo verrà coltivata con piante diverse ma contemporaneamente con specie di volta in volta differenti.

Solo che questa “alternativa biologica”, a dispetto di ciò che si può pensare, non è certo economica. Il mangiar sano è diventato anch’esso un business, costringendoci a comprare pomodori e galline “prodotte nel rispetto della natura” a peso d’oro. L’unica soluzione per comprare un paio di melanzane senza indebitarsi sembra, quindi, ritornare a farsi il vecchio orticello vicino casa. Faticoso e impegnativo, certamente, ma almeno dà i suoi frutti!

(1) www.nanodiagnostics.it
(2) http://users.libero.it/ubik.ubik/dioxin.htm
(3) www.greenpeace.org/italy/campagne/ogm/


 
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