| |
Il 26 aprile 1986 nella centrale Chernobyl, villaggio ucraino non distante da Kiev, avvenne il più grave incidente nucleare della storia e ancora oggi molti bambini, individuati come i primi soggetti a rischio, ne stanno pagando le conseguenze.
In quel catastrofico giorno, durante un test sui sistemi di sicurezza, il reattore n°4 esplose liberando 35 tonnellate di combustibile nucleare, sollevando una nube radioattiva che raggiunse nell’arco di qualche giorno l’Europa intera: Polonia, Germania, Paesi Scandinavi, Grecia settentrionale, Italia, Turchia, Svizzera, Austria occidentale, Cecoslovacchia, Gran Bretagna, Irlanda e Francia sud-occidentale. Le radiazioni si distribuirono anche in aree geografiche molto lontane dal luogo del disastro come la Cina, Giappone, Canada, Stati Uniti, ma le zone maggiormente colpite furono Ucraina, Russia e Bielorussia.
Situazioni devastanti per intere popolazioni i cui effetti dureranno per 300 anni; 35 milioni di persone contaminate (secondo i dati ufficiosi) che avrebbero diritto al sostegno gratuito dello Stato, pur in assenza di una responsabilità civile assunta dalle autorità dell’ex U.R.S.S. In mancanza, nelle zone contaminate, di un monitoraggio internazionale sulla rilevanza di tumori e altre patologie come conseguenza dell’inquinamento radioattivo, le autorità sovietiche, così come all’accadere del disastro hanno cercato di tenere nascosta la notizia, oggi non ne garantiscono l’assistenza. Ma, secondo un rapporto presentato da Greenpeace il 19 aprile 2006 pare che “i tumori attribuibili a Cernobyl in Bielorussia siano circa 270 mila, di cui 93 mila fatali. Sulla base dei dati demografici, negli ultimi 15 anni circa 60 mila casi di morte in più si sono registrati in Russia, mentre le stime della mortalità totale in Bielorussia e Ucraina possono raggiungere altri 140 mila casi. Nel complesso – come afferma Walter Canapini, Presidente Greenpeace Italia – si tratta di un aumento di tumori mortali fino a 200mila casi, registrati tra il 1990 e il 2004. Queste valutazioni contrastano con quelle del Forum Cernobyl dell'Aiea che prevede appena quattromila morti attribuibili all'incidente”. (1)
A fronte di un deperimento dello Stato (in troppi avrebbero diritto a un risarcimento) nuovi movimenti sociali, a carattere internazionale, definiscono obiettivi umanitari. Ciò che è accaduto ventuno anni fa nei paesi dell’Est ha avuto ripercussioni in altre parti del pianeta ed è per questo che le associazioni italiane si sono poste come veri e propri strumenti di sostegno al sistema istituzionale, sanitario, scolastico e culturale delle popolazioni che vivono in territorio contaminato. Tra i movimenti sociali ad azione collettiva, quali sono venuti configurandosi a partire dai primi anni ‘90, riconducibili a strutture permanenti di supporto psico-sociale, se ne annoverano alcuni di fondamentale importanza e noi di Palamitonews abbiamo contattato l’Organizzazione di Volontariato per la Solidarietà “Mondo in Cammino” (sorta nel 2005 presso la sede del Centro Servizi Volontariato di Vercelli).
“Mondo in Cammino” è intervenuta localmente attraverso diversi itinerari, organizzando campagne di sensibilizzazione per assicurare una migliore qualità di vita alle popolazioni sottoposte al grave disagio ambientale e tra i più importanti piani di lavoro in atto è da evidenziare Progetto Humus, un progetto sulla gestione del rischio nel campo alimentare e della radioprotezione. Strettamente connesso a questo intervento è la campagna di recupero “Chernobyl, la stella e l’erba amara” in merito alla quale si pianificano, per bambini dai 7 ai 12 anni di età, periodi in Italia di accoglienza (di solito di circa 30 giorni coincidenti a vacanze estive o a periodi di riposo annuale, come da locale programmazione scolastica). L’intento è quello di garantire intervalli di recupero, di decontaminazione dai radionuclidi assunti attraverso i cibi contaminati; non bisogna dimenticarsi, infatti, che l’inquinamento radioattivo si espande attraverso l’alimentazione: “il 70-90% della dose di radiazione (derivante dal Cesio 137, dallo Stronzio 90 e in parte dal Plutonio) passa direttamente dal terreno ai prodotti alimentari e da questi agli esseri viventi”. (2)
Il “Progetto Humus”, attraverso il coinvolgimento degli abitanti della Bielorussia e delle strutture istituzionali (municipalità, soviet rurale, giardini d'infanzia, scuole, ambulatori ostetrico/infermieristici, casa della cultura), si concretizza in campo sociale in percorsi pedagogici/culturali riferiti al rischio alimentare e in campo agricolo nell’installazione di serre non contaminate.
In merito all’intervento realizzato dall’associazione Mondo in Cammino, nell’intento di offrire alla popolazione dell’est strumenti individuali e collettivi per gestire la realtà della contaminazione, abbiamo posto a Massimo Bonfatti, Presidente della stessa, una serie di domande.
Bonfatti, ci parli della cultura del rischio. In che cosa consistono i percorsi pedagogici/culturali riferiti al rischio alimentare?
«La cultura del rischio parte dal presupposto che il rischio è una componente oggettiva della realtà in cui viviamo e che la sua potenzialità di esprimersi e manifestarsi è direttamente proporzionale alla complessità e alla pericolosità della realtà di riferimento. Nella realtà della contaminazione conseguente a Chernobyl il rischio si manifesta ed implementa la sua potenzialità in stretta relazione alla gestione della catena alimentare nelle attività umane. Infatti la contaminazione interna dei residenti in zona colpita dal fallout radioattivo deriva per il 70% dagli alimenti del settore privato. Più si ha la consapevolezza del ciclo alimentare come potenziale fonte di contaminazione, più si è in grado di mettere in atto azioni per contrastarne il rischio derivante. Il rischio infatti non può essere rifiutato: per questo deve essere gestito nel migliore dei modi. La consapevolezza di questa gestione rappresenta il percorso pedagogico culturale. Per esempio gli strumenti per gestire il rischio radioattivo conseguente a Chernobyl sono quelli che spezzano, a qualsiasi livello, un anello della catena alimentare contaminata. Gli strumenti, diretti ed indiretti, sono di diverso tipo: per esempio, l'istituzione di corsi scolastici di radioprotezione, la realizzazione di infosportelli sulla radioattività, la diffusione di opuscoli con raccomandazioni alimentari, la messa in opera di misure di profilassi in campo medico sanitario, ecc».
In che modo la popolazione dei villaggi contaminati è coinvolta nelle diverse attività di acculturazione?
«Il messaggio passa soprattutto attraverso la scuola, ovverosia attraverso la mediazione dello scolaro che porta a casa le informazioni apprese. Altri meccanismi sono stati sperimentati (assemblee pubbliche, incontri individuali, ecc.), ma risultano di più complessa gestione perché da una parte essi evocano nei residenti la filosofia dell’interdizione (sovrapponibile a quella esercitata dalle autorità governative e quindi non accettata) e dall'altra, invece, rappresentano momenti a cui i residenti si assoggettano per dovere ed imposizione istituzionale o nella speranza di ricavarne un tornaconto individuale».
Nelle varie attività di socializzazione si attua un incontro tra ogni membro della popolazione e la realtà socio-culturale alla quale appartiene il volontario. Si verificano problemi di confronto tra le parti e dunque di ripensamento della cultura universale, di valorizzazione delle categorie di uguaglianza e diversità delle parti coinvolte?
«Il problema non sta nelle categorie universali sulle quali teoricamente non emerge una sostanziale differenza fra il volontario e la realtà socio culturale in cui opera; il problema si manifesta nella gestione pratica delle attività quotidiane. Vi è il rischio che il rapporto si basi su una mediazione speculativa in cui il volontario e il residente trovino ognuno le ragioni della soddisfazione del proprio ruolo (- io sono contento di donarti qualcosa e tu sei contento di ricevere -). Questa è una falsa valorizzazione reciproca. L'atteggiamento iniziale che deve guidare il volontario è quello dell'assenza del pregiudizio sulla realtà che incontra e dell'accettazione del circostante con tutte le sue implicazioni, anche quelle che sembrano di difficile comprensione o non accettabili per formazione culturale. L'atteggiamento guida deve essere di umiltà e di ascolto (empatia culturale), nella consapevolezza che a ruoli capovolti le percezioni potrebbero essere completamente diverse».
In cosa consiste il giardino d'infanzia e la casa della cultura?
«Il giardino dell'infanzia è semplicemente l'asilo nido e la casa della cultura è il centro di ritrovo socializzante della comunità locale, generalmente coincidente con un teatro, una discoteca, una biblioteca».
Le strutture locali (scuole, municipi, istituzioni) collaborano attivamente nelle diverse attività organizzate dal Direttivo Nazionale Progetto Humus?
«Il Progetto Humus è un progetto dell'organizzazione di volontariato "Mondo in cammino" (www.mondoincammino.org) ed il suo coordinamento fa capo al direttivo dell'associazione. Collaborano attivamente alla realizzazione locale del Progetto Humus il Selsoviet di Dubovy Log (ovvero la municipalità) e l'Istituto Nii Radiologhi di Gomel».
Ci parli della personalità e cultura dei contadini dei villaggi contaminati. In campo agricolo si presentano per i contadini nuovi scenari (ad esempio la sostituzione di un substrato di terreno inquinato con un substrato pulito), questo comporta diversi processi di acquisizione della loro identità?
«La cultura dei contadini (come d'altronde di tutti coloro che sono residenti in zona rurale) ha un forte legame con la terra e la natura. Ogni casa è contornata dal proprio orto, dalla propria stalla, dai propri animali: spazi che si diluiscono naturalmente nel circostante. La terra è pertanto nutrimento, possibilità di sopravvivenza: la natura prende e dà in un rapporto di osmosi che dura nel tempo, anche a dispetto del fallout radioattivo, che non riuscirà assolutamente a scalfire questo rapporto. Rapporto che è forte soprattutto nel settore privato. Al ritorno dal lavoro nel kolchos in esso si trova il sostentamento: le patate e le mele dell'orto, la carne delle proprie galline e dei propri animali, il latte della propria vacca, i pesci pescati nel vicino fiume, i funghi ed i frutti del sottobosco, le marmellate e il miele preparati e conservati, la legna raccolta per la propria stufa, la cenere usata come fertilizzante, l'acqua raccolta nel pozzo del proprio cortile.
L'attività nella fattoria collettiva è quella che permette di avere i soldi (pochi) per il pagamento delle rimanenti spese o per cercare di avere un gruzzolo per i periodi difficili. È, invece, nell'attività rurale pubblica che si possono verificare nuovi processi per cercare di portare la produzione agricola nei limiti previsti dalle norme statali sull'incorporamento di radionuclidi. Le azioni previste nel settore pubblico non riguardano la sostituzione di substrati (pratica impossibile da realizzare a cielo aperto, ma semplicemente ipotizzabile in ambienti confinati, quali le serre), ma la scelta di terreni a partenza da una minore contaminazione, la scelta di foraggio meno contaminato, l'irrobustimento delle razze di allevamento, la concimazione dei terreni, il trattamento successivo della produzione, ovvero tutti quei meccanismi che consentono una diluizione dei radionuclidi attraverso processi di trasformazione della catena alimentare.Le azioni portate avanti nel settore pubblico non hanno incidenza nel settore privato, in cui il contadino continua a mantenere una propria specifica identità».
In che modo funziona l'attività ambulatoriale infermieristica?
«È una attività di minima per intervenire in azioni che non prevedano competenze specialistiche, quali il monitoraggio dei parametri vitali, la somministrazione di antibiotici o normali antidolorifici, il monitoraggio delle terapie da assumere o di particolari stati di convalescenza o salute (vedi il follow up in corso di gravidanza)».
Ci si augura che la popolazione dell’est, così sottoposta al trattamento socio/pedagogico in base al quale percepiscono la realtà del rischio, assuma atteggiamenti, comportamenti, di prevenzione. L’intervento attuato dall’associazione MIC contribuirebbe a determinare così i tratti fondamentali della personalità di base dei cittadini dell’ex sovietica, cioè la configurazione psicologica propria di ogni soggetto sottoposto allo stesso trattamento, alle comuni esperienze di socializzazione secondaria, ai comuni percorsi socio-culturali. I bambini, in particolare, avranno in comune molti elementi dell’esperienza infantile, di conseguenza avranno in comune tratti della personalità, che in base alle successive esperienze si esplicherà in un modo piuttosto che in un altro, si rifletterà in differenti forme di comportamento rispetto agli adulti di Cernobyl.
La campagna di accoglienza Cernobyl trova, in concomitanza con queste finalità, la giusta collocazione. Infatti, come confermato dal Direttivo del MIC: «l’obiettivo specifico della campagna di accoglienza è quello di saldare il beneficio diretto che da essa ne deriva (riduzione dell’accumulo corporeo di radionuclidi) ad un’azione coerente nei luoghi di residenza per far sì che gli attuali “bambini/ragazzi” di Chernobyl non diventino, al termine dell’esperienza di accoglienza (qualsiasi sia la sua modalità di espletamento), degli inconsapevoli “adulti di Chernobyl». (3)
Attraverso l’interazione tra i bisogni fisici e psicologici del bambino e i materiali apportati dalla cultura italiana, dalla cultura propria di ogni contesto familiare o struttura di accoglienza (il progetto si poggia sul reperimento di famiglie ospitanti e di strutture collettive – colonia, casa-vacanza, residenza comunitaria per minori – con un gruppo di almeno 10 bambini e un accompagnatore), si determina un processo di inculturazione. Così ogni forma di realtà è un ambito di significati e un modo di esperienza a sé. La cultura di ogni società insomma ha un suo strato fondamentale, un patrimonio comune di idee, di principi, di reazioni comuni a tutti gli appartenenti ad essa, ma attraverso i processi di inculturazione e socializzazione, oltre il proprio contesto culturale, durante il corso delle esperienze primarie, i bambini bielorussi arricchiscono e trasformano continuamente il proprio patrimonio culturale in virtù delle esperienze che vivono.
Dunque, la radioprotezione non si realizza solo attraverso l’assunzione di atteggiamenti di attenzione nell’alimentazione, ma anche attraverso l’attenzione verso l’igiene corporale, la pratica di attività sportiva, attraverso il rafforzamento di stili di vita che si apprendono nel confronto con altre realtà.
Questo difficile confronto socio-culturale tra bambini e volontari pone un problema di valutazione e preparazione delle famiglie/strutture ospitanti. Nella selezione, affidata ad ogni responsabile dell’associazione o ente che aderisce alla campagna, si opta preferibilmente per famiglie con esperienza nei confronti di minori provenienti da paesi dell’Est europeo, anche se questa indicazione non è vincolante. Discutendo con la famiglia Auricchio di Eboli che per circa sei anni ha ospitato nella propria abitazione un bambino bielorusso, ci è stato confermato che la selezione della famiglia ospitante non risponde a canoni ben precisi (per lo meno questa è stata la loro sensazione), anche se un elemento fondamentale è lo status socio-economico della famiglia ospitante. Infatti, la famiglia Auricchio (che si è rivolta per l’accoglienza a una chiesa Evangelica) ritiene che la selezione sia quasi naturale, in quanto l’adesione alla campagna di accoglienza comporta spese di assistenza sanitaria, spese alimentari, spese generali (per chi partecipa alla campagna d’accoglienza "Mondo in Cammino" il costo iniziale ammonta a 400 euro); naturalmente questo non è nelle possibilità di tutti. Per quanto riguarda la struttura collettiva elemento fondamentale è la presenza di uno psicologo che offra idonei strumenti di approccio ai volontari italiani coinvolti. È a fronte di una tutela psicologica, secondo quanto affermato dalla famiglia di Eboli, che spesso si organizzano, in accordo con altre famiglie ospitanti del posto e con un tutor bielorusso, feste di compleanno, incontri di socializzazione tra i diversi bambini accolti nello stesso periodo dell’anno (ogni estate a Eboli arriva un pullman di circa 50 bambini).
Abbiamo chiesto alla famiglia di Eboli se il bambino ospitato, Sergeevic Nikolaevic Basayev, fosse consapevole del perché del soggiorno in Italia o se fosse consapevole del rischio ambientale presente nel paese di origine. Secondo la famiglia intervistata, Sergeevic era sì consapevole, ma tendeva a minimizzare la situazione e considerava il periodo di soggiorno in Italia come una vera e propria vacanza, integrandosi perfettamente con i membri del nucleo famigliare ospitante.
Il signor Francesco, membro della famiglia da noi contattata, ci parla della sua esperienza di ospitalità come fase di scambio interculturale tra le parti coinvolte; ci racconta alcuni particolari di questo scontro-incontro con Sergeevic, come ad esempio le prime forme di comunicazione, prevalentemente non-verbale a seguito della differente padronanza della lingua russa, in un caso, e italiana nell’altro; ci parla di come entrambi cercassero di superare le difficoltà di comunicazione apprendendo termini della lingua parlata dell’altro. Altro particolare narrato da Sergeevic alla famiglia accogliente riguarda l’origine del suo nome che come tutti i nomi russi ha tre componenti: nome (Sergeevic), patronimico (Nikolaevic), cognome (Basayev). Il patronimico si forma a partire dal nome del padre (Nicola) aggiungendo un suffisso che termina in -ic' per i figli maschi e -va per le figlie femmine.
Da quello che ci racconta il signor Francesco, nel bambino ospitato era fortemente radicato sia il senso politico (alla visione del simbolo comunista sempre inneggiava) che il senso religioso. In quanto fedele di religione battista, si evitava la partecipazione di Basayev a funzioni religiose di rito cattolico. Altro elemento evidente era la sua provenienza rurale, mangiava spesso aglio. Il signor Francesco conclude dicendo: «ancora oggi, a distanza di anni, continuiamo a chiamarlo per assicurarci che lui e la sua famiglia stiano bene. Sergeevic rimarrà per sempre nei nostri cuori».
Ogni forma di interazione con altri diversi da sé per cultura, religione, stile di vita, ma uguali a sé in quanto appartenenti al genere umano costituisce un’esperienza di arricchimento per entrambe le parti coinvolte ed è questo lo spirito del volontariato.
“Il volontariato deve muoversi, deve diventare ricerca, tracciare nuovi percorsi, deve percorrere i sentieri delle altrui e di nuove esperienze, deve superare gi ostacoli con il cuore e con l’intelligenza, deve rialzarsi e riprendere i passi dopo le batoste, deve sperimentare e rischiare, deve essere serio e consapevole cercandosi nel cammino compagni con competenze umane e scientifiche generali e/o settoriali, insomma non deve sedersi su se stesso e piantare comode radici”. (4)
Link:
1) http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/comunicati/cernobyl-convegno
2) http://www.mondoincammino.org/index.php?name=accoglienza1
3) http://www.mondoincammino.org/index.php?name=accoglienza1
4) http://www.mondoincammino.org/include/associazione/associazione.html
Per maggiori informazioni sulle due campagne “Progetto Humus” e “Cernobyl, la stella e l’erba amara” consultare i siti:
http://www.mondoincammino.org
http://www.progettohumus.it
I GRUPPI CHE ADERISCONO/SOSTENGONO LE CAMPAGNE DI MONDO IN CAMMINO:
- CAMPAGNA DI ACCOGLIENZA "CHERNOBYL, LA STELLA E L'ERBA AMARA"
RUSSIA
· COMITATO ZECCONE PER CHERNOBYL - ZECCONE (PV)
· GRUPPO PROGETTO CERNOBYL- BINASCO (MI)
· COMITATO VILLANTERIO PER CHERNOBYL DEDICATO A VERONICA - VILLANTERIO (PV)
· COMITATO CERANOVA PER CERNOBYL - CERANOVA (PV)
· COMITATO CERNOBYL DI SOLARO - SOLARO (MI)
· GRUPPO CUORE DI MONDO IN CAMMINO - CARMAGNOLA (TO)
BIELORUSSIA
· GRUPPO CARITATIVO - CASSANO D'ADDA (MI)
· GRUPPO "VerSo" DI MONDO IN CAMMINO - VERCELLI
- CAMPAGNA DI ACCOGLIENZA INTERETNICA, CAUCASO DEL NORD
· ORGANIZZAZIONE MONDO IN CAMMINO - VERCELLI
· ASSOCIAZIONE "MAI PIU' CERNOBYL" - LIMBIATE (MI)
- OPERAZIONE ACQUA PULITA
· CIRCOLO GAIA - TORINO
· ASSOCIAZIONE "VALLE STURA PER CHERNOBYL" - DEMONTE (CN)
- SOSTENIAMO LA SCUOLA DI DUBOVY LOG
· GRUPPO COSTITUENTE MIC - VALLE PELLICE (TO)
· ASSOCIAZIONE "PAMOIA" - SALUZZO (CN)
· GRUPPO "AIUTIAMOLI A VIVERE" - VANZAGO (MI)
|
|
 |