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Anche se nella mentalità comune le mura domestiche appaiono come un luogo di rifugio e di difesa dall’inquinamento atmosferico – sempre più protagonista nelle aree urbane - tuttavia questa convinzione si rivela spesso infondata, dato che la presenza insidiosa di molteplici inquinanti nelle abitazioni rappresenta oggi un fenomeno reale, evidenziato da una serie sempre più numerosa di indagini e di studi.
Nel corso degli ultimi anni, infatti, la cosiddetta “Indoor Air Quality” (IAQ) è divenuta una delle principali problematiche ambientali, soprattutto nei grandi agglomerati urbani, laddove per inquinamento indoor si intende “la presenza nell’aria di ambienti confinati di contaminanti fisici, chimici e biologici non presenti naturalmente nell’aria esterna di sistemi ecologici di elevata qualità”. (1)
Numerose sono in effetti le insidie che le mura domestiche nascondono per la nostra salute: le fonti principali di contaminanti indoor sono i materiali da costruzione, gli impianti di riscaldamento, le radiazioni emesse da elettrodomestici, cavi e macchinari in genere, dalla cottura dei cibi, gli arredi, i rivestimenti (ad esempio pitture murali e vernici), i prodotti per la manutenzione e la pulizia, ecc.
Tra i vari agenti inquinanti dell’ambiente indoor ne va menzionato uno - e forse il più preoccupante anche se il più delle volte scarsamente conosciuto - che non è di origine umana, ma generato continuamente e spontaneamente in natura e che trova proprio nelle abitazioni le condizioni ideali per manifestarsi: stiamo parlando del radon. Questo rappresenta la maggiore fonte di esposizione alle radiazioni, in media, degli esseri umani, il che giustifica l’attenzione ad esso dedicata dagli amministratori e dai tecnici sanitari nel nostro come in altri Paesi.
Il radon è infatti un gas radioattivo naturale, privo di odore, colore, sapore: avendo tali caratteristiche, non è rilevabile dai sensi umani ma solo per mezzo di tecniche di misurazione delle radiazioni o chimiche e rappresenta, quindi, una seria minaccia per l’uomo.
Esso viene generato dal decadimento del radio, cioè da quel processo per cui una sostanza radioattiva si trasforma spontaneamente in un’altra sostanza, emettendo radiazioni: durante il processo di decadimento il nucleo del radio emette una radiazione alfa e si trasforma in un nucleo di radon.
A sua volta il radio è prodotto dalla trasformazione dell’uranio: questi elementi sono presenti, in quantità molto variabile, in tutta la crosta terrestre fin dai tempi della sua formazione, soprattutto nelle zone di origine vulcanica.
A differenza però dell’uranio e del radio, che sono elementi solidi, il radon, essendo un gas, è in grado di muoversi e di fuoriuscire dalle porosità e dalle crepe del suolo, dal quale principalmente si sprigiona: se pertanto è possibile costruire una casa senza usare ad esempio l’amianto, oppure determinate vernici che possono emettere sostanze volatili dannose per la salute, il radon - la cui liberazione nell’ambiente è un fenomeno naturale - è presente dovunque e non è pensabile eliminarlo completamente.
Se all’esterno la concentrazione è più bassa perché il radon che proviene dal suolo si miscela con l’atmosfera, negli ambienti chiusi, invece, può accumularsi e raggiungere concentrazioni tali da rappresentare una fonte di rischio per la salute degli occupanti. Tale rischio deriva dal fatto che il radon non è solo un gas inerte ed elettricamente neutro (per cui non reagisce con altre sostanze e, di conseguenza, così come viene inspirato, viene espirato) ma, come si è detto, è anche radioattivo: emette cioè radiazioni trasformandosi in altri elementi, definiti “prodotti di decadimento” o “figli” del radon, che sono a loro volta radioattivi ed emettono ancora radiazioni.
I “figli” del radon sono elettricamente carichi ed essendo solidi, una volta inalati, si depositano sui tessuti polmonari dando inizio, in alcuni casi, ad un processo cancerogeno proprio a carico dell’apparato respiratorio. Ci dicono infatti gli esperti che questo gas radioattivo naturale, se respirato, può provocare nell’uomo tumori bronchiali e polmonari e la leucemia.
Gloria Campos Venuti, dell’Istituto Superiore di Sanità, ha infatti sottolineato che: «la necessità di una normativa nasce dall’esistenza di un rischio di tipo sanitario o ambientale. Gli effetti sanitari del radon, o meglio dei suoi discendenti, sono stati valutati essenzialmente sulla base degli studi epidemiologici condotti su lavoratori di miniere sotterranee, con particolare attenzione a quelle uranifere. Alle indagini epidemiologiche si sono accompagnati negli anni esperimenti eseguiti su animali e studi dosimetrici, cioè studi in cui si valuta, tramite modelli, l’irraggiamento del sistema broncopolmonare dovuto alle particelle alfa emesse nel decadimento dei discendenti del radon. Le stime che se ne ottengono sono caratterizzate, come spesso accade per gli agenti cancerogeni, da ampi margini di incertezza. D’altra parte, c’è accordo sull’esistenza di effetti cancerogeni sul sistema respiratorio dovuti al radon, classificato come cancerogeno dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità...
Sulla base delle attuali stime sul rischio e sul valore medio di concentrazione di radon nei Paesi europei, ci si possono attendere una decina di casi di tumore polmonare annui in eccesso su 100.000 persone: questo vuol dire che sicuramente il radon è la seconda causa di rischio di tumori polmonari, dopo il fumo. Ciò conferma inoltre la rilevanza del problema, specialmente nel caso delle donne che hanno una probabilità di tumore media più bassa degli uomini. Sembra inoltre accertato un sinergismo con il fumo...Tutto ciò rappresenta la premessa indispensabile per comprendere la decisione di diversi Paesi europei di affrontare in termini normativi il problema del radon». (2)
Se ne deduce che non tutto quello che è naturale è quindi innocuo: e pensare che nonostante l’accertata pericolosità del radon, anche in Italia ha avuto una certa propaganda la radon-terapia basata su inalazioni di radon, addirittura raccomandata per problemi respiratori, come se l’inalazione di un gas cancerogeno possa esercitare virtù terapeutiche per le vie respiratorie - famose in questo senso le Terme di Lurisia (Piemonte) e le Terme di Merano (Alto Adige).
E’ importante dunque essere consapevoli degli impatti sulla salute derivanti dall’esposizione a questo gas radioattivo - “silent Killer” come lo chiamano negli Usa - nonché, una volta conosciuta la concentrazione di radon, mettere in atto rimedi e comportamenti appropriati in grado di ridurre i rischi legati alla presenza di questa sostanza.
La concentrazione del radon si misura in becquerel per metro cubo (Bq/m3) che rappresenta il numero di disintegrazioni nucleari che ogni secondo vengono emesse in un metro cubo di aria: i livelli nelle case possono variare da pochi Bq/m3 a migliaia o decine di migliaia di Bq/m3.
E’ opportuno sottolineare a questo punto che, contro una media mondiale di 40 Bq/m3, la media nazionale del nostro Paese è di circa 80 Bq/m3: l’Italia è dunque un Paese a rischio tenendo conto che, in diverse aree nazionali, si riscontrano frequentemente valori tra 200 e 400 Bq/m3 con punte anche di oltre 1000 Bq/m3: il radon risulta pertanto in Italia un serio problema ambientale e sanitario.
L’attuale normativa italiana (Decreto Legislativo 26/05/00, n.241) ha stabilito una soglia per l’esposizione solo negli ambienti di lavoro, di 500 becquerel per metro cubo, oltre la quale il datore di lavoro deve intervenire con più approfondite valutazioni ed eventualmente con azioni di bonifica. Per quanto riguarda le abitazioni, invece, non esiste in Italia una normativa specifica, ma una raccomandazione della Comunità Europea - si tratta di una raccomandazione, non una direttiva, quindi è solo un suggerimento, utile per creare una piattaforma comune fra Paesi membri per raggiungere determinati obiettivi sanitari - (Raccomandazione CEE 90/143) che indica i valori di 400 e 200 bequerel per metro cubo come livelli rispettivamente per le abitazioni già esistenti e per quelle di nuova costruzione, oltre i quali si suggerisce di intraprendere azioni di rimedio.
Si è scelta la raccomandazione, perché la strada degli interventi da adottare se si superano determinati livelli è complessa, può avere influenza sul comportamento degli abitanti, e comportare delle spese che possono essere assunte o dalla collettività o dai privati. Oltre tutto, diversi Paesi possono avere dei valori medi di radon molto diversi, e quindi la scelta di determinati livelli di riferimento può comportare conseguenze assai diverse.
Quando si vuole affrontare il problema di ridurre la sua concentrazione in una abitazione, si deve innanzitutto fare un’analisi di quali siano le sorgenti di radon.
Le vie di ingresso di questo gas negli spazi chiusi, come nelle case e nei luoghi di lavoro, sono infatti numerose: il radon prodotto dal suolo, ad esempio, entra negli edifici attraverso le fessure nel pavimento che mettono in comunicazione il terreno sottostante con la casa, le crepe che si creano fra le giunzioni, pilastri, pavimento, le crepe nelle pareti, i condotti degli impianti termici, idraulici, delle utenze elettriche, del gas e addirittura dall’acqua del rubinetto se, prima di arrivare all’acquedotto, incontrasse eventualmente strati di roccia radioattivi.
Proprio per queste caratteristiche, la concentrazione di radon decresce rapidamente con l’altitudine: questo gas, infatti, tende a concentrarsi nei piani bassi delle case, soprattutto i locali nel sottosuolo (cantine, garages, locali hobbies) e a piano terra.
D’altra parte, la sua presenza in un edificio deriva non solo dalle infiltrazioni dall’esterno, ma è dovuta anche al suo liberarsi da materiali impiegati per la realizzazione delle murature: quando, infatti, le rocce con elementi radioattivi vengono impiegate come materiale da costruzione in edilizia (ad esempio cementi, tufi, pozzolane, graniti, ecc.), con la permanenza all’interno dell’edificio si può arrivare ad una esposizione alle radiazioni piuttosto elevata.
La concentrazione del radon varia poi grandemente nel tempo e nello spazio: il che rende ancora più critico poterne valutare e condizionare i livelli.
Dato un certo contenuto di radon nel suolo, la quantità di gas rilasciata varia ad esempio in dipendenza della permeabilità del suolo (densità, porosità ecc), del suo stato (secco, impregnato d’acqua, gelato ecc.) e delle condizioni meteorologiche (temperature del suolo e dell’aria, velocità e direzione del vento).
Esistono variabilità temporali, nelle diverse ore della giornata e nei diversi mesi e stagioni dell’anno, dovute a molti parametri legati al microclima locale, alle tecniche costruttive delle case e alle abitudini di vita. Ci sono cambiamenti sensibili dovuti ad esempio all’apertura ed alla chiusura di porte e finestre e al tipo di ventilazione (naturale o forzata ) adottata.
Questo spiega perché qualunque azione di rimedio va intrapresa dopo che siano state eseguite misure affidabili e di lunga durata per avere un valore medio della concentrazione di radon rappresentativo: bisogna infatti tenere presente che – per i motivi sopra elencati- due case non sono mai uguali rispetto alla concentrazione di radon in esse esistente; due case vicine non si comportano nello stesso modo. Di conseguenza stesse azioni di rimedio possono portare a risultati diversi.
La regola fondamentale secondo i costruttori è che sia meglio prevenire l’ingresso del radon piuttosto che ridurlo una volta che esso sia entrato e diverse sono le tecniche che permettono di ridurre il radon che viene dal suolo: prima fra tutti è la ventilazione, che, se applicata adeguatamente può venire in nostro aiuto. Ventilando adeguatamente gli ambienti si può infatti impedire al radon che proviene dal suolo di giungere all’interno.
D’altra parte, come ha rilevato Silvana Piermattei, dell’ENEA/DISP: «ci può essere una buona ventilazione e una cattiva ventilazione. Una cattiva ventilazione è quella in cui io creo una depressione fra interno e esterno e quindi si richiama il radon dal suolo. Ad esempio in una abitazione multifamiliare a due piani, una apertura sistematica delle finestre dei piani superiori, crea una depressione che richiama il radon dal suolo e ne favorisce, attraverso le fessure suolo-pavimento, l’ingresso nella casa. Conviene, quindi,evitare di tenere sistematicamente aperte le finestre nei piani più alti…Un esempio di buona ventilazione è tenere aperte le finestre nei piani inferiori. Il rimedio è semplice e può essere applicato, compatibilmente con i problemi legati al risparmio energetico». (3)
Altri rimedi al fine di ridurre la concentrazione di radon nelle abitazioni possono consistere nell’isolare l’edificio dal suolo, ad esempio con la sigillatura delle crepe, fessure, tubazioni, che si può ottenere con vari collanti, vernici e asfaltando i pavimenti; la depressurizzazione del suolo (si tratta di realizzare sotto la superficie dell’edificio un pozzetto per la raccolta del radon, che viene collegato a un piccolo ventilatore: in tal modo all’interno del pozzetto si realizza una depressione che raccoglie il radon e lo espelle in aria impedendo che entri all’interno dell’edificio); dotare l’abitazione di impianti di ventilazione artificiale; aumentare la pressione all’interno dei locali, in modo da contrastare la risalita del radon dal suolo; ventilare naturalmente o artificialmente i vespai.
La misura della concentrazione di radon presente all’interno di un’abitazione, e quindi dell’esposizione, permette di valutare il rischio associato alla permanenza nell’abitazione.
Per misurare il radon si possono utilizzare dispositivi di vario tipo, chiamati dosimetri: un esempio di dosimetro è quello che utilizza rivelatori a tracce in grado di registrare il passaggio delle particelle alfa dotate di una certa energia. Un altro tipo di rivelatore della presenza di radon nell’ambiente comunemente usato è detto elettrete e sfrutta la proprietà del radon di ionizzare l’aria cioè di produrre atomi con carica elettrica.
Da quanto esposto si deduce che prima di costruire un edificio, bisognerebbe tener conto del rischio legato al radon. Inoltre una certificazione di assenza di gas radon nelle abitazioni (in particolare nei locali seminterrati) potrebbe divenire un parametro fondamentale per l’acquisto o la vendita dell’immobile al fine di garantire sia la salubrità dei locali, sia la certezza di non esporre le persone a sostanze nocive per la salute.
La prima difesa dal radon consiste dunque nella conoscenza approfondita del problema, delle sue implicazioni e della vastità delle sue dimensioni.
Link:
(1) www.areeurbane.apat.it
(2) (3) Quaderni di igiene pubblica e veterinaria- Indagine sulla esposizione alle radiazioni naturali nelle abitazioni
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