Non spaccarci i protoni / n°287
La sindrome cinese
La sindrome cinese
  "Il termine tecnico dell’incidente è “meltdown” (fusione parziale del nocciolo); il reattore di Three Mile Island raggiunse una temperatura di 2.650 gradi, solo 150 gradi in meno del punto di fusione del nucleo di uranio, che avrebbe causato una tragedia apocalittica"
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 

Su un isola lungo il fiume Susquehanna presso Harrisburg (capitale dello stato della Pennsylvania, USA), si trova una centrale nucleare che nel 1979 subì un grave incidente.

Nel circuito secondario, già qualche giorno prima dell’incidente, si erano verificate diverse avarie dovute ad ostruzioni dell’acqua all’uscita del condensatore. Il giorno dell'incidente gli operatori stavano facendo un normale controllo di manutenzione, per vedere come reagiva il miscuglio di acqua e resine che molto probabilmente era alla base degli inconvenienti. Alle ore quattro del mattino del 28 marzo 1979, il secondo reattore subì un guasto al circuito di raffreddamento che fece aumentare in modo considerevole la temperatura del refrigerante e causò uno “scram” (interruzione automatica della reazione nucleare con l'inserimento del moderatore nel reattore). Una valvola di sfiato non riuscì a chiudersi, il circuito di raffreddamento primario si vuotò parzialmente, il calore del nucleo del reattore non poté essere smaltito e per questo il nucleo radioattivo subì gravi danni.

La strumentazione di controllo carente e l’inadeguato addestramento degli operatori della centrale nucleare furono le cause principali del grave incidente.
Gli operatori, infatti, ritennero erroneamente che, dopo 10 secondi dall’arresto “scram”, la valvola di sfiato del circuito primario (“porv”) si sarebbe chiusa.
Dopo la perdita del refrigerante, le pompe ad alta pressione pomparono acqua nel circuito primario. Acqua e vapore uscirono dalla valvola di sfiato e causarono la rottura del sistema di raffreddamento. Le barre di combustibile si danneggiarono ed il materiale radioattivo contenuto si riversò nell’acqua di raffreddamento.

Gli operatori, allora, iniettarono acqua ad alta pressione nel il sistema di raffreddamento del reattore per tentare di stabilizzarlo. Intanto, i gas radioattivi si accumularono nella parte superiore del “vessel” (la prima copertura del nucleo del reattore). Il 29 ed il 30 marzo gli addetti alla sicurezza, non riuscendo ad attivare una circolazione complessiva di raffreddamento, rimediarono con successive aperture e chiusure verso l’esterno attraverso un sistema di tubi e compressori, riversando nell’ambiente circostante enormi quantità di liquidi e gas radioattivi.

Questo tipo di incidente potrebbe accadere in ogni centrale nucleare ed ha dimostrato come gli strumenti di manutenzione possono essere poco affidabili e pericolosi. Infatti, fu proprio il sofisticato circuito automatico di controllo a non funzionare, bloccando contemporaneamente le due pompe di raffreddamento indipendenti (invece una doveva supportare l’altra in caso di mal funzionamento).
I proprietari della centrale cercarono di tranquillizzare sia la popolazione che il governo americano, affermando di essere intervenuti per la completa messa in sicurezza dell’impianto.

Le pompe di raffreddamento, però, oltre a non essere stagne verranno situate all’esterno dell’edificio di contenzione. Presto, poi, i generatori di vapore saranno rimessi in funzione nonostante il fatto che, a fine luglio, la situazione del reattore rimaneva disastrosa. Circa centoquarantamila persone furono evacuate anche se, secondo i dati ufficiali, non vi furono vittime. A distanza di più di 25 anni, non si sa ancora con esattezza cosa è veramente successo.

Il termine tecnico dell’incidente è “meltdown” (fusione parziale del nocciolo); il reattore di Three Mile Island raggiunse una temperatura di 2.650 gradi, solo 150 gradi in meno del punto di fusione del nucleo di uranio, che avrebbe causato una tragedia apocalittica. Infatti, nelle vicinanze di Harrisburg, c’è Filadelfia e non molto lontano sorgono Washington, Baltimora e New York.

La compagnia elettrica proprietaria della centrale, la "Metropolitan Edison", fallì senza far fronte alle ingenti spese di decontaminazione e ai risarcimenti. Questo incidente, per fortuna, non ha avuto conseguenze drammatiche come quello di Chernobyl (1986). Nessun decesso e niente incendio (non c’era grafite), grazie anche alla presenza di un edificio di contenimento in cemento armato.
Rispetto a Chernobyl, le sostanze radioattive rilasciate nell’ambiente sembrano essere un milione di volte inferiore.

Bisogna tener presente, però,che non è stata effettuata nessuna indagine epidemiologica per cui, anche se nella zona vi furono numerose morti per cancro, è impossibile capire quante di queste furono provocate dalle radiazioni.
Anche i lavoratori che hanno decontaminato il sito (lavorando anche per 10 anni) non sono mai stati seguiti dai sanitari in modo continuativo e la "Metropolitan Edison", anche dietro richieste ufficiali, si è sempre rifiutata di registrare le condizioni di salute dei suoi operai.


 
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