| |
Il mondo ha sete di energia, l’Italia non è da meno. Abbiamo chiesto al consulente scientifico del WWF settore clima, dott. Massimiliano Varriale, di tracciare un bilancio dello sviluppo dell’energia nucleare, avvalendoci di un ambientalismo, dove alla denuncia seguono studio, approfondimento e ricerca di soluzioni.
Decommissioning, scorie di terza III categoria, deposito definitivo sono tasselli di un quadro tutt’altro che rassicurante di una paese sospeso fra chi non vuole sapere e parla e chi non vuole vedere e subisce.
Che ruolo svolge il consulente scientifico settore clima all’interno e all’esterno del WWF?
«E’ un ruolo molto articolato, perché si fornisce un supporto tecnico ad un’associazione ambientalista in materia di politiche energetiche, rimanendo sempre molto attenti al discorso di lotta ai cambiamenti climatici. La principale minaccia di questo secolo è rappresentata dai cambianti climatici in atto, imputabili, com’è scientificamente provato, soprattutto all’uso dei combustibili fossili in tutte le attività umane, che pompano in atmosfera grandi quantità di gas serra come l’anidride carbonica…E’ un ruolo a 360 gradi che include anche tutta un’attività di sportello verso il pubblico, verso i nostri attivisti, verso le persone che chiedono informazioni; lumi sui vari aspetti che riguardano l’energia, sull’uso delle risorse o sui cambiamenti climatici stessi».
Dopo aver individuato, studiato, denunciato aspetti negativi di un problema, il consulente scientifico offre anche delle soluzioni?
«Il consulente scientifico, per definizione ormai da molti anni, nello spirito del miglior ambientalismo, deve fornire delle soluzioni alternative, un ventaglio di soluzioni quanto meno a minore impatto se non esistono soluzioni ottimali e perfette. Il ruolo dell’ambientalismo serio, scientifico moderno è quello di lavorare nell’individuare la soluzione alternativa a più basso impatto».
Nella sua esperienza personale di consulente scientifico nella dinamiche delle politiche ambientaliste non si è mai trovato in conflitto fra ideali e scienza?
«Devo dire abbastanza raramente fino ad oggi. Ci sono delle aree, in cui rispetto a determinate tecnologie effettivamente si possono creare dei problemi. Per esempio sui biocarburanti, il conflitto può nascere dal fatto che sono fonti rinnovabili, ma non hanno un impatto tanto basso. Quindi diventa importante capire qual’è la reale sostenibilità di una fonte rinnovabile come i biocarburanti quali il biodisel e il bioetanolo. La mia componente scientifica mi porta ad analizzare tecnicamente in maniera molto attenta l’intero ciclo di vita del biocarburante, come di qualisiasi altra fonte energetica. Si tratta di un discorso molto complesso, ma forse non è neppure un conflitto vero e proprio. Se ci si pensa con attenzione, l’ambientalismo scientifico e la scienza in qualche modo si sposano fra di loro. Per me il vero ambientalismo si deve articolare su basi scientifiche solide, non deve essere “di pancia”, da “barricate” e così via. L’ambientalismo deve avere delle basi scientifiche molto solide ed è sulla base di quelle che poi si dovrebbero prendere le decisioni politiche…».
Quindi un atteggiamento costruttivo…
«...e razionale, molto critico, nel senso che bisogna sempre studiare; andare avanti; fare ricerca e non fermarsi ai primi risultati. Un atteggiamento fondamentalmente scientifico mosso dalla grande passione per la difesa dell’ambiente, degli ecosistemi naturali. Tutto ciò equivale alla nostra stessa difesa, perché un ecosistema naturale sano, integro è anche il modo migliore per farci vivere bene. Questo è ormai scientificamente provato».
Passiamo adesso ad una questione tutt’altro che archiviata e che ha un fortissimo impatto ambientale: il nucleare in Italia. Il fatto che l’Enel abbia acquistato nel 2005 due terzi della Slovenske Elektrarne, che ha due centrali nucleari, riapre il dibattito su questa fonte di energia. Quali sono i falsi miti sul nucleare?
«Ci sono molti falsi miti sull’energia nucleare. Il primo fra tutti è l’aspetto economico. Molti considerano il costo dell’energia nucleare quindi del kWh prodotto da fonte nucleare il più economico, in realtà è un dato fuorviante, sbagliato. Non perché sostenuto da una associazione ambientalista, ma perché è documentato da importanti studi fatti da università prestigiose come il Massachusetts Institute of Technology, una delle principali università in campo tecnologico. Uno dei suoi studi, di pochi anni fa, dimostra chiaramente come l’energia nucleare continui ad essere l’energia più costosa. In realtà non si deve considerare soltanto il costo del combustibile; se noi considerassimo solo il costo del combustibile, dell’uranio, e lo confrontassimo con il costo del petrolio, gas e del carbone, è probabile che otterremo un risultato apparentemente vantaggioso per il nucleare. Tuttavia i costi di una fonte energetica vanno considerati dalla culla alla tomba, ossia durante tutto il ciclo di vita non solo del combustibile, ma dell’intero impianto. Allora sappiamo che costruire un impianto nucleare ha un prezzo elevatissimo; la gestione dei rifiuti, che gli impianti nucleari producono, le cosiddette scorie di varia natura, è costosissima. C’è un problema di decommissioning, di smantellamento dell’impianto. Le spese a quel punto diventano stratosferiche.
Non solo studi universitari sottolineano il costo elevato di tutto il ciclo dell’impianto nucleare e della produzione da fonte nucleare, ma un altro aspetto dimostra la non competitività effettiva del nucleare, ossia, il fatto che questa fonte più di qualunque altra ha funzionato in passato solo grazie ai finanziamenti pubblici. Negli impianti nucleari costruiti in giro per il modo, i circa 440 reattori, esistenti oggi, sono stati frutto di pesanti finanziamenti pubblici, che erano, a suo tempo, strettamente legati alla corsa al nucleare non civile. In Francia, negli Stai Uniti, nella Russia, nell’ex Unione Sovietica, paesi fra i più nuclearizzati, sappiamo che il combustibile arricchito, proveniente dalle centrali nucleari, serviva poi per costruire testate nucleari.
Ad oggi non ci risulta che nessun privato abbia intenzione di aprire un impianto nucleare, perché i capitali di rischio sono molto alti; il pericolo di incidente è elevato e non è certo invitante per nessuna compagnia assicurativa, oggi, nel mondo. Quale sarebbe la polizza assicurativa per un impianto nel caso di incidente? Sono capitali di rischio, coperti, solo, da fondi pubblici statali. Questi aspetti, secondo noi ambientalisti, sono da considerare, pur non essendo temi ambientali, ma di taglio economico.
Dopo decenni di nucleare c’è stato un forte rallentamento nella costruzione degli impianti. Qualcuno pro-nucleare sostiene che non sia vero, rilevando la presenza di 20-30 impianti nucleari in costruzione per il mondo. Si! Questo è vero; ma allo steso tempo quanti sono in fase di dismissione, perché arrivati alla fine della loro vita operativa? Dopo 30, 40, 50 anni un impianto va in dismissione. In realtà va anche detto che i nuovi impianti che si stanno costruendo sono dislocati per la maggior parte in paesi in via di sviluppo. Per esempio in Cina e in India. Di fatto i nuovi impianti in costruzione a malapena vanno a compensare quelli che stanno andando in dismissione. Altro dato significativo: negli Usa, un paese con oltre 100 reattori attivi, è dagli anni ottanta che non si costruisce più un reattore nucleare. Questo vorrà pur dire qualcosa! Negli Stati Uniti, impegnati da tempo in questa tecnologia, si fa fatica a rilanciare il nucleare, in quanto i capitali di rischio di investimento sono elevatissimi, e solo lo stato può esporsi per affrontarli. Nessun privato farebbe mai questo. I privati sono disponibili a gestire l’impianto, ma non certo i costi della costruzione, dello smantellamento e di gestione delle scorie, che, comunque dovrebbe sobbarcarsi lo stato. E’ un modo di fare imprenditoria che a noi non piace troppo! Se l’imprenditore vuole essere libero, per regole di libero mercato e quant’altro, faccia tutto lui con i propri soldi».
E’ vero che i parametri di sicurezza delle centrali nucleari hanno costi altissimi?
«Sono costi esorbitanti. Le centrali nucleari possono essere relativamente sicure o non sicure affatto. In questa ultima categoria rientrano soprattutto le vecchie centrali dei paesi dell’ex Unione sovietica e anche quelle che ha comprato recentemente l’Enel, in quanto hanno più o meno una tecnologia affine all’impianto di Chernobyl. Si tratta di impianti che non hanno, nemmeno, il famoso guscio di contenimento. Si è abbastanza lesinato, in questi paesi, di frequente, sulle misure di sicurezza. Più sono forti le misure di sicurezza, più, evidentemente, i costi sono alti. Questo è un elemento che fa salire il prezzo complessivo di gestione dell’impianto».
Come valuta gli standard di sicurezza delle quattro centrali nucleari italiane prima che venissero dimesse?
«Stiamo parlando di una tecnologia ormai datata…».
Obsoleta?
«No, non direi propriamente obsoleta, perché erano impianti, per l’epoca, ossia gli inizi degli anni sessanta, considerati all’avanguardia. Il problema delle quattro nostre centrali, quella di Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano, non riguardano tanto la sicurezza di funzionamento, perché non sono in fase di operatività. Si tratta di impianti fermi che dovrebbero essere sottoposti a dismissione, quindi smantellati e l’area dovrebbe essere bonificata. In alcuni di questi casi come ad esempio Caorso o Trino Vercellese, le misure di sicurezza e di contenimento non sembrano adeguate per le popolazioni che vivono in quelle zone. Il materiale irradiato, i fusti, contenenti materiale radioattivo, stoccati in depositi provvisori non ci garantiscono, non ci tranquillizzano, rispetto alle reali condizioni di sicurezza che dovrebbero avere. In alcuni centri di stoccaggio, addirittura, si ha la fuoriuscita di materiale radioattivo e vi sono state diverse trasmissione televisive a sottolineare il fatto. Si tratta di un argomento scottante, sotto gli occhi di tutti. In alcuni casi, parliamo di impianti che si trovano in aree di esondazione del fiume, quindi, localizzati in zone non assolutamente idonee per ospitare questo tipo di strutture e depositi provvisori.
La situazione è veramente grave da questo punto vista, e va affrontata e risolta. Il famoso problema dell’individuazione del sito di stoccaggio unico di cui si è parlato con tutta la vicenda di Scanzano Ionico…Noi come associazione abbiamo sempre detto che la criticità esiste ed è reale, va fronteggiata seriamente. Un sito di stoccaggio, realmente in condizioni di sicurezza, va individuato. Non possiamo nasconderci dietro un dito. Sicuramente la situazione attuale è la peggiore che ci possa essere, dal momento che la maggior parte di questi depositi di scorie sono situati presso le stesse centrali, che, ripeto, non forniscono le condizioni di sicurezza di cui vi sarebbe bisogno. Un sito di stoccaggio unico nazionale con determinate caratteristiche di sicurezza è, dal nostro punto di vista, l’obbiettivo verso cui andare, ben sapendo che la soluzione non è a portata di mano, ben sapendo che gli studi attualmente fatti sono inadeguati per individuare quello che dovrebbe essere il sito effettivo. C’era uno studio dell’Enea, di alcuni anni fa, un buon punto di partenza, ma che è stato poi accantonato. Questo studio individuava oltre 200 potenziali siti puntuali, articolati in quattro macro aree dell’Italia. Si trattava di un buon punto di partenza per incominciare a ragionare sull’area dell’Italia meglio vocata per questo sito. In qualunque caso noi, come WWF, abbiamo sempre sostenuto, non solo l’importanza di uno studio scientifico serio eseguito con un’analisi comparativa dei siti, con l’individuazione di quelli a minor densità di popolazione, a minor rischio sismico, di infiltrazione d’acqua, ma anche una attenta valutazione di tutta una serie di altri parametri tecnici…».
Quali sono allora i parametri di sicurezza di un sito di stoccaggio di materiale radioattivo?
«Il sito deve essere innanzitutto localizzato in un’area a bassa densità di popolazione e il più possibile lontano dai centri abitati. Altro elemento importante è il grado di sismicità dell’area».
Ma l’Italia è tutta esposta, se la si valuta da questo punto di vista….
«Ci sono zone più o meno esposte. Il livello di sismicità cambia, non è tutto uguale. La sismicità zero molto probabilmente nel nostro paese non esiste, però ci sono varie fasce. Altro parametro da considerare: l’area non deve essere alluvionabile. Se si tratta di un sito di stoccaggio di tipo profondo geologico, occorre valutare che non ci siano infiltrazioni. Il sito deve avere delle caratteristiche geologiche di coibentazione e di capacità di trattenere le emissioni radioattive. Ci sono mille aspetti che vanno ben ponderati. Come WWF, sottolineo che non bastano i dati tecnici, la scientificità dello studio, ma c’è la necessità di una concertazione forte in senso verticale fra stato, regione, enti locali. Va fatto un lavoro di coinvolgimento delle comunità locali, perché comunque, ci deve essere un’accettazione da parte della popolazione di un sito di questo tipo».
Le associazioni ambientaliste che cercano di perseguire un opera di sensibilizzazione sul tema, mediando fra enti locali, stato e popolazione, non pagano, oggi, lo scotto di avere diffuso in passato un certo terrorismo psicologico in materia di nucleare? Quando si parla dell’argomento si ha paura delle conseguenze devastanti della radioattività. Tutto ciò impedisce una lucida e reale valutazione del problema…
«Questo in parte è vero, ma è altrettanto vero che all’allarmismo del mondo ambientalista è coinciso il disastro di Chernobyl, che ci ha dato paradossalmente ragione. Nessuno di noi si augurava una cosa del genere. Bisogna considerare che è stata fatta tanta disinformazione dalla parte opposta. Ancora oggi, a venti anni di distanza, ci sono degli studi, contestabili scientificamente, che sottostimano pesantemente l’impatto del disastro di Cherobyl in termini di vite umane, di leucemie, di neoplasie, ecc. Alcuni studi ufficiali gettano acqua sul fuoco, riportando stime ridicole. Ci sono altri studi considerati meno ufficiali, ma scientificamente più corretti, che dimostrano molto di più la gravità dell'accaduto. Gli stessi registri tumori degli ospedali evidenziano dati di notevole gravità. Quando gli organi ufficiali, a volte, a livello internazionale, tendono a sminuire l’entità di certi impatti, è normale che la gente non si fidi. Alla popolazione vanno spiegate veramente per bene tutte le cose: i pro e i contro. Ovviamente, quando si illustrano queste cose, è bene avvisare sul rischio che si corre in materia di scorie con i nostri siti provvisori di stoccaggio...».
Che cosa sono le scorie di III categoria?
«Nonostante l’industria nucleare ha avuto finanziamenti tali di cui nessuna altra fonte ha beneficiato, il problema delle scorie di III categoria è ancora aperto. Si tratta delle scorie più pericolose, in quanto è combustibile proveniente dal reattore nucleare, quindi è quello utilizzato per avviare il processo di reazione. Noi non demonizziamo l’energia nucleare, non abbiamo questo approccio. Tuttavia, il problema principale della gestione delle scorie, ancora oggi, in nessuna parte del mondo, ha trovato una soluzione. Persino gli Stati Uniti, che si stanno occupando da anni di questo tipo di problema, non sono così vicini alla soluzione; avevano identificato un sito nazionale di stoccaggio nel deserto del Nevada, lo Yucca Mountain. L’Agenzia Energetica Americana ci sta lavorando. Dopo decenni di studi è venuto fuori che questo sito avrà necessità di almeno altri dieci anni di ricerche approfondite. Si parlerà di post 2015. Si sono accorti che la zona identificata non era così in grado di contenere questi rifiuti, perché c’erano probabilmente infiltrazioni e altri problemi geologici. Tutto ciò è appunto confermato dal DOE, il Department of Energy americano estremamente determinato nel risolvere il problema. Stiamo parlando tutt’ora di un problema che non ha ancora una soluzione.
Questo sito avrebbe dovuto accogliere 70 mila tonnellate di scorie quelle più pericolose di III categoria, che stanno ancora nel limbo. Ricordo, che, nel mondo, già oggi, sono state prodotte circa 250 mila tonnellate di scorie da gestire e per nessuna di queste è stata trovata una collocazione definitiva. Le scorie di III categoria hanno tempi di decadimento molto lunghi. Il “tempo di decadimento” equivale all’arco temporale in cui si dimezza la forza radioattiva delle scorie, che diventano così meno pericolose per l’ambiente e per la salute umana.
I tempi di decadimento del plutonio, una delle principali scorie prodotte, mi sembra che sia dell’ordine di ventiquattromila anni. Il plutonio è la principale delle fonti che stiamo producendo ed è un elemento che in natura non esiste. Se non esiste ci sarà un motivo! Molti scienziati sostengono che se i prodotti che provengono dagli impianti nucleari come il Plutonio o altri elementi transuranici (perchè vanno oltre l’uranio e quindi fortemente radioattivi) fossero esistiti in natura in grande quantità, oggi, noi, non saremmo qui. Si tratta di elementi talmente radioattivi da essere incompatibili con la vita sulla terra. Noi stiamo producendo delle sostanze che in natura non esistono, se non in tracce e che sono in grado di alterare pesantemente il nostro DNA; quindi, stravolgono completamente il nostro sistema di vita, la nostra struttura biologica. Il tempo di dimezzamento del Plutonio 239 (un isotopo del plutonio) è ventiquattromila anni; altro isotopo del plutonio, il 244, ha tempi di dimezzamento dell’ordine di dieci milioni di anni.
Segnalo questi dati, perché il luogo dove verranno messe le scorie deve avere dei requisiti che non hanno niente a che vedere con i tempi storici, ma paradossalmente con quelli geologici. Facciamo un salto indietro nel tempo, centomila anni fa, l’uomo muoveva i primi passi come uomo sapiens sapiens. Quale manufatto umano può reggere tanto tempo? La storia non ci dimostra questo. Le più antiche costruzioni umane risalgono a 7000 o 8000 anni fa. Pensiamo anche alle pregevoli testimonianze di 5-6000 anni fa dell’antico Egitto, ancora reggono, ma hanno subito i segni del tempo, pur essendo costruzioni di grande livello qualitativo».
Comunque si trattava di strutture che non dovevano certo essere depositi di scorie…
«Si, comunque erano innocue…Noi stiamo ipotizzando di costruire strutture per centomila anni e nel frattempo dovremmo tener conto dei cambiamenti climatici, cambiamenti geologici, movimento dei continenti, di tutto di più. C’è anche la componente umana, il rischio di attentati, assalti a queste strutture. Sicuramente verranno difese, saranno presidiate. Noi non temiamo che non siano presidiate. Il problema non è presidiare le scorie per un anno, due, cento, ma per 100.000 anni. Queste sono scale temporali importanti per contestualizzare e dimensionare la natura del problema».
Che cosa succederebbe se il nucleare entrasse in un’ottica privatizzata, anche se lei ha gia accennato che è poco appetibile dal quel punto di vista…
«Partiamo dai costi. I capitali di investimento sono molto alti e questo scoraggia l’imprenditore. Anche il capitale di rischio e la copertura assicurativa sono elementi che un privato fa fatica a coprire. La stessa Banca Mondiale non ama finanziare impianti nucleari, eppure “sponsorizza” tanto petrolio, tanti combustibili fossili che certo puliti non sono. La Word Bank non fa questo, in quanto benefattrice dell’umanità, ma perché sa che sono capitali di rischio poco appetibili. Altro aspetto che scoraggia il privato: i tempi di rientro economico. Questo è un elemento tecnico-economico, ma è fondamentale. Gli impianti nucleari sono ad alta intensità energetica e ad alta intensità di capitali. Bisogna investire molto e ci vogliono tempi molto lunghi per rientrare in possesso eventualmente del capitale investito (sempre se si riesca a rientrare...). Il privato vuole un investimento anche medio alto, ma con tempi di recupero molto rapidi. Per costruire un impianto nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro. Questo scoraggia qualunque privato.
In paesi come l’Italia se dovessimo ragionare in termini di nucleare ci vorrebbero 15 anni per il problema dell’accettazione sociale, per l’iter autorizzativo e infine per l’avvio effettivo dei lavori di cantiere. Stiamo parlando di tempi estremamente lunghi, non compatibili con l’attività impreditoriale. Una centrale di medio-alta efficienza che usa gas ha tempi molto più rapidi di realizzazione e ciò si può dire pure per gli impianti eolici (lasciamo perdere il caso italiano dove si fa la crociata contro tutto anche contro l’eolico, contro le fonti rinnovabili...). Per un impianto eolico in alcuni paesi come gli Stati Uniti o Nord Europa, dalla realizzazione dell’impianto fino alla sua effettiva entrata in funzione passano solo pochi mesi o un anno. Per una centrale nucleare si parla invece, lo dicono i più ottimisti, 7- 8 anni».
Nel nucleare che cosa si teme di più? E' più probabile il malfunzionamento della centrale o l’errore umano?
«Sono entrambi dei fattori che vanno considerati: il malfunzionamento dell’impianto che può pur sempre manifestarsi e le misure di sicurezza poste in essere... La modernità dell’impianto tende a ridurre la probabilità di malfunzionamento, o meglio il malfunzionamento può verificarsi, ma subentrano dei meccanismi di sicurezza che correggono questo andamento non corretto in automatico, almeno, per alcune tipologie di guasto. Quindi il rischio zero non esiste quasi da nessuna parte, soprattutto nel nucleare. I malfunzionamenti sono proporzionalmente più alti negli impianti di vecchio tipo che non hanno certe strutture di sicurezza e certe tecnologie avanzate. L’errore umano può esistere ed è potenzialmente preoccupante, non dimentichiamoci che quanto è accaduto a Chernobyl è un mix delle due cose. Si parlava di un impianto senza guscio di contenimento, che non aveva determinate misure di sicurezza che sono invece lo standard indispensabile in tutti i paesi occidentali. E’ anche vero che a Chernobyl si è verificato un errore umano. L’esperimento, portato avanti, è stato mal gestito. A volte queste due cose si sommano. Più pericolosa è una fonte energetica o una qualunque tipologia di impianto, tanto maggiore deve essere il grado di attenzione, accortezza».
E preparazione…
«Si, preparazione. Va detto che gli impianti nucleari occidentali dispongono di un alto grado di preparazione del personale, però anche in Occidente si sono verificati incidenti e sono molto meno citati di quello che si pensa, perché evidentemente finché non si arriva alla fusione del nocciolo che diventa difficile da nascondere…».
Bisogna arrivare proprio alla tragedia?
«In alcuni casi gli incidenti sono stati sotto taciuti, se ne è parlato poco. Sono decine e decine di errori di percorso piccoli fino ad arrivare a quello gravissimo di "Three Mile Island" negli Usa. Il più grave incidente nucleare della storia americana, dove siamo andati vicini alla catastrofe. Misure diverse, la bravura dei tecnici che vi lavoravano e altri aspetti hanno circoscritto il danno. Comunque sia il rischio esiste».
|
|
 |