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Ne sentimmo parlare per la prima volta nel corso della Prima Guerra del Golfo, quella del 1990-1991: in quell'occasione, vennero utilizzati 950.000 proiettili all'uranio impoverito. Così, vista la straordinaria efficacia, la Nato decise di riutilizzare tali armi anche in Bosnia e poi in Kosovo, noncurante dei possibili effetti che avrebbero potuto avere sull'uomo e sulla natura. E' da allora che sono cominciate a circolare notizie sempre più preoccupanti, avvalorate da troppe morti sospette.
Le prime dichiarazioni ufficiali, infatti, sostenevano la non pericolosità di tali armi per la popolazioni civile del Kosovo. Però, già dal gennaio 2001, l'UMIK (Missione delle Nazioni Unite in Kosovo) decise di adottare un pacchetto di misure precauzionali in difesa della popolazione civile contro “ogni possibile effetto dannoso” provocato dall'uranio impoverito. Vennero diffuse delle tabelle per segnalare delle zone a rischio, scritte sia in albanese che in serbo, cui si leggeva: “Attenzione, la zona può contenere residui di metallo pesante tossico. Sconsigliato l'ingresso”
Non si stava più parlando di un semplice sospetto. In quei luoghi si erano usate armi cosidette non convenzionali, cioè quel tipo di armi che “sfruttano a scopo distruttivo sostanze diverse dagli usuali esposivi...Poichè i loro effetti si estendono a grandi quantità di persone, su ampio territorio e per un tempo prolungato, vengono anche chiamate "armi di distruzione di massa" e come tali sono oggetto di complessi accordi politici limitativi”. (1)
Per esempio sono espressamente vietate dal protocollo internazionale di Ginevra.
Cominciarono così a circolare notizie riguardanti anche l'origine di tale armamentario, sconosciuto fino ad allora. Si iniziò, infatti, a supporre che probabilmente l'uranio delle munizioni usate in Kosovo derivava direttamente da scorie nucleari. Il primo a denunciare tale scoperta fu il laboratorio di AC a Spiez (Svizzera), dopo un'analisi di munizioni sparate sul Kosovo dalla NATO. Resero noto, infatti, che una parte dell'uranio impoverito utilizzato per le munizioni era stato precedentemente impiegato come elemento combustibile nei reattori nucleari. La prova definitiva di tale affermazione fu il ritrovamento di isotopi 236 d'uranio, che non esistono allo stato naturale ma come risultato di reazioni nucleari.
Tale ipotesi fu subito sostenuta anche dal quotidiano Avvenire, secondo cui nei proiettili a uranio si rintracciava anche del plutonio, sostanza di elevata radioattività. A dimostrazione di ciò una lettera inviata dal Dipartimento dell'Energia al coordinatore del Depleted Uranium Military Toxics Project (Organizzazione di militari contaminati durante la Guerra del Golfo), che confermava che la provenienza del materiale utilizzato per ricoprire i proiettili proveniva, in parte, dagli impianti di ritrattamento del combustibile delle centrali nucleari. “Da questi stabilimenti - spiega il Dipartimento in risposta alle domande dell'Organizzazione - esce uranio impoverito che contiene elementi transuranici tra i quali proprio il plutonio”. Plutonio che, come oramai sappiamo bene, non esiste in natura ma è uno dei prodotti delle reazioni nucleari.
Solo in seguito a tutte queste polemiche si aprì un dibattito per cercare di capire, scientificamente, se la causa dei molti tumori, riscontrati nei soldati che avevano prestato servizio nell'ex Jugoslavia, potessero imputarsi all'uso di tali armi.
Già dalle prime ricerche si venne a conoscenza del fatto che il contatto con l'ambiente contaminato e l'inalazione della polvere d'uranio impoverito portava a gravi patologie, quali disfunzioni renali ed epatiche, malformazioni di origine genetica, collasso del sistema immunitario, anemie e leucemie.
Senza contare i rischi per la salute legati anche alla radioattività che il terreno assume per via della presenza di uranio impoverito. Le polveri, infatti, vengono assorbite dal suolo ed entrano a far parte dell'ecosistema. L’UI può così contaminare le acque, le piante che nascono spontaneamente, gli animali che se ne nutrono e, di conseguenza, gli uomini, che ingeriscono sostanza altamente radioattive, venendo a loro volta contaminati.
I danni a breve termine sono rappresentati da complicazioni dell’apparato respiratorio, perdita di peso, indebolimento, problemi al sistema linfatico, nausea, vomito e diarrea; quelli a lungo termine da cancro alle ossa, gravi problemi ai reni ed al fegato, danni genetici, anemie, tumori, leucemie ed immunodepressione.
E' poi ancora opinione comune il fatto che l'uranio impoverito emetta solamente radiazione alfa che, seppur provocando danni maggiori rispetto a quelle beta e gamma, possono essere bloccate da carta, vetro e anche dalla pelle.
In realtà, “i militari e le istituzioni hanno mentito sui proiettili all'uranio impoverito: la radioattività è molto importante e in grado di generare patologie!”, racconta a Rai News24 nel 2004 Bruno Chareyron, direttore del laboratorio della Criirad ( Commission de Recherche et d'Information Indépendantes sur la Radioactivité), istituto indipendente francese per il monitoraggio della radioattività ambientale. (2)
Nell'inchiesta, il prof. Chareyron mostrò un proiettile con un penetratore di pochi centimetri di uranio impoverito, proveniente dal Kosovo, e ne misurò la radioattività. Il direttore del laboratorio francese dimostrò che i raggi gamma avevano oltrepassato le tre lastre di piombo e la scatola schermata in cui il proiettile era contenuto “con una energia pari a 6 mila volte quella irradiata dal sole”. Il prof. Chareyron ha continuato spiegando che “gli elementi che compongono l'uranio impoverito hanno nella terra un'attività pari a circa 2.000 becquerel per chilogrammo, ma nel proiettile noi abbiamo un concentrato di uranio impoverito e l'attività è pari a 40 milioni di bequerel per chilogrammo".(2)
Se poi pensiamo che l'uranio impoverito viene anche largamente utilizzato in ambito civile, le dimensioni del problema appaiono ancora maggiori. A partire dagli anni '60, per esempio, è stato utilizzato per la realizzazione delle schermature degli ospedali poiché, come il piombo, è in grado di isolare perfettamente luoghi e apparecchiature radiologici e radioterapici. Ma di certo non può isolare le proprie radiazioni, senza contare il pericolo che un incendio andrebbe a rilasciare polveri altrettanto radioattive, essendo l'uranio altamente piroforico. Ma gli usi sono molteplici. In ambito aerospaziale viene utilizzato come contrappeso e per le superfici di controllo degli aerei (ogni Boeing 747 contiene 1.500 Kg di uranio impoverito) mentre nei pozzi petroliferi è nei pesi usati per far affondare gli strumenti.
Ma la cosa più sconvolgente è che potremmo trovare UI anche nelle mazze da golf, nelle lenti di occhiali da vista e da sole, negli ascensori, negli aerei, in alcuni intonaci, nelle cerniere dei jeans, nelle leghe per l'otturazione dei denti. Anche il prof. Chareyron mostrò alcuni materiali lavorati con colori contenenti polveri di uranio impoverito, quali piastrelle da cucina, bicchieri in vetro e addirittura dei colori utilizzati dai bambini.
Nonostante l'accumularsi di tutte queste prove sia il governo americano che quello inglese ritengono l’uso di tali proiettili indispensabile, viste le grandi potenzialità belliche, continuando a sostenere che non esistono prove scientifiche che confermino la pericolosità dell’U238.
In Italia esiste una Commissione parlamentare che dal febbraio 2005 sta indagando sui casi di malattia e morte del personale italiano impiegato nelle missioni militari all'estero e nei poligoni situati sul territorio nazionale in cui sono presenti munizionamenti ad uranio impoverito. Nel 2006 cambia il governo e naturalmente anche la composizione della Commissione. Lidia Brisca Menapace, senatrice di Rifondazione Comunista, sale così alla presidenza, fortemente voluta da tutta l'Unione ma osteggiata da Alleanza Nazionale che a lungo a posto il veto sulla sua candidatura.
Abbiamo così posto alcune domande alla Senatrice Menapace, che risponde in due vesti. Una prima parte di domande come Presidente della Commisione d'inchiesta, un'altra a livello personale.
Partiamo con la prima parte dell'intervista.
Senatrice, la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito che lei presiede assume, come da lei dichiarato, i risultati della precedente Commissione conclusasi per scadenza di legislatura. Ci può spiegare che eredità vi ha lasciato visto che, come dichiarato da Luigi Malabarba, Segretario della passata Commissione, questa "non è stata in condizione di definire un preciso nesso di causalità tra uranio impoverito e insorgenza di patologie"?
«La precedente Commissione ci ha lasciato per l'appunto da indagare sul "nesso di causalità" tra uso di uranio impoverito nei teatri di guerra, e altrove, e patologie. Siccome sono molti gli scienziati che, pur indagando con scrupolo, non hanno trovato tale nesso, ho preliminarmente chiesto alla Commissione nella sua prima seduta di vedere di quale tipo di nesso si parli. Infatti nella ricerca si raggiungono differenti tipi di certezze. Vi è la certezza logico-deduttiva, matematica, e qui non si tratta di tale certezza (uno scienziato che anche all'attuale Commissione ha presentato un ragionamento di tipo logico matematico è arrivato alla conclusione che non si può parlare di nesso lineare di causalità, ecc.). Vi è poi la certezza sperimentale e anche di quella non si può parlare, a meno che qualcuno di noi non si offra come cavia o di considerare con cinismo l'intero gruppo di militari che furono inviati nei luoghi in cui si usava uranio impoverito come cavie. Noi indaghiamo dunque per raggiungere il livello della "certezza morale", che è considerata tipica di tutte le scienze dette morali, storia, filosofia, medicina, ecc., nelle quali si arriva a una verità per l'appunto morale o statistica o di probabilità. Alla Commissione sta di stabilire il livello di probabilità che serve per dichiarare appunto cause, nessi, principio di precauzione e di conseguenza responsabilità».
La principale novità dell’attuale Commissione risiede nella possibilità di indagare non solo sui militari colpiti ma anche "sulle popolazioni civili nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari sul territorio nazionale". Ci può spiegare in cosa consiste il lavoro della Commissione e a cosa dovrebbe portare? Come mai questo allargamento sull’indagine?
«Questa importante aggiunta la Commissione la deve all'attività svolta nella Commissione dall'allora senatore Malabarba, che appunto la propose e ottenne che ci fosse. Questo consente alla Commissione di poter allargare il terreno delle indagini e aggiungere alle responsabilità di stati governi e ministeri anche le conseguenze sulle popolazioni civili dei teatri di guerra (Kossovo Iraq Afghanistan) o di tregua armata (Libano) e anche le popolazioni e i lavoratori dei poligoni di tiro o abitanti nelle vicinanze di depositi di munizioni ecc. Si tratta di un allargamento di evidente utilità».
Da subito questa nuova Commissione, per avere dati attendibili, ha chiesto all’Istat un modello statistico efficace e alla Direzione della sanità militare la trasmissione di dati in loro possesso. Altro punto di forza è il servirsi di scienziati esperti nelle indagini specifiche, indicati dall’Istituto superiore di sanità. Ad oggi, vi sono già pervenuti tali dati? E se sì, cosa dimostrano o cosa potranno dimostrare?
«Ci ha risposto l'Istat, positivamente, ma finora non abbiamo avuto bisogno di ricorrere alle sue prestazioni, e pure la Direzione della Sanità militare; dall'Istituto superiore di Sanità abbiamo ottenuto due audizioni e l'impegno di due epidemiologhe dell'Istituto stesso, a fornirci entro 15 giorni il testo dei quesiti da presentare agli scienziati e ai distretti militari per ottenere informazioni utili».
Sempre Malabarba ha dichiarato che la passata Commissione non è riuscita a mettere la parola fine anche a causa del "continuo depistaggio dei vertici militari e del Ministero della Difesa, che ha impedito la raccolta di dati statistici per una corretta analisi epidemiologica". Anche l’attuale commissione rischia tale “intralcio” nei lavori?
«Il fatto che il ministro non sia più lo stesso comporta che possa - come ha fatto - agire diversamente. In effetti dal ministero abbiamo avuto - dopo averla chiesta - la liberatoria per i militari che non saranno considerati sottoposti al codice militare di guerra qualsiasi notizia diano sulla propria salute e sulle circostanze in cui si avviò a peggiorare e i particolari che riguardano le patologie da cui furono colpiti. Inoltre per avere i dati necessari la Commissione si servirà di Ufficiali di polizia giudiziaria inviati presso i Distretti militari, in modo che siano raccolti in modo mirato e la loro ufficialità sia certa. Gli stessi quesiti saranno presentati anche ad altri scienziati per avere anche la possibilità di controlli incrociati o discussioni da differenti punti di vista e di partenza. Si tratta di consulenti nominati nell'ultima seduta della Presidenza di Commissione e che debbono dire se accettano l'incarico».
Lei ha affermato che vuole "fare una commissione per trovare cause e non colpe"? Che cosa significa? Che se anche eventuali responsabili saranno individuati durante le vostre indagini, non saranno indagati?
«Ovviamente, non essendo il Tribunale dell'Inquisizione, la Commissione cerca cause prima di definire quali possano essere le eventuali colpe e da quando iniziano: se per ipotesi, per un dato tempo, non si fosse potuto sapere o provare che l'uranio impoverito aveva effetti certi di tipo patogeno, le patologie ci sarebbero, ma non sarebbe possibile imputarne la responsabilità retroattiva, che invece comincerà da quando anche solo il sospetto di una possibile correlazione tra patologie e uso dell'uranio non abbia indotto le autorità militari o sanitarie a ricorrere al principio di precauzione, ordinando attenzioni, mezzi di protezione ecc. Da quando si potrà dire che si sospettava e non si è agito, oppure che i comandi avevano indicato prudenze e protezioni che non furono applicate, cominciano le responsabilità. La commissione potrà servirsi dell'aiuto di militari o di associazioni di famigliari delle vittime per acquisire informazioni sulle misure precauzionali e sugli equipaggiamenti dei nostri militari».
Tra le critiche più forti rivolte verso lo strumento delle Commissioni d'inchiesta è che queste paghino il prezzo ineluttabile delle appartenenze e delle culture politiche di chi ne fa parte, portandosi dietro i difetti del sistema, le censure, i blocchi e i veleni. Pur aprendo importanti finestre di conoscenza, difficilmente riescono a raggiungere ed a fornire verità. Quanto è vera questa affermazione e perché, secondo lei, nasce questa diffidenza nel pensiero comune della gente?
«Non posso accettare che vi sia un "prezzo ineluttabile delle appartenenze e delle culture politiche e di chi ne fa parte portandosi dietro i difetti del sistema, le censure, i blocchi, i veleni": una tale opinione toglie qualsiasi possibile fondamento a un qualsiasi sistema democratico, avviando la strada solo a un governo dei tecnici o a una soluzione autoritaria. Le verità che si raggiungono possono anche non essere complete e purtroppo la storia giudiziaria del nostro paese non è priva di verità non raggiunte, nemmeno con l'impegno della magistratura che è per definizione super partes e terza. La democrazia è un sistema non perfetto, ma autocorreggibile e per aiutarla ad autocorreggersi i mezzi di informazione non dovrebbero fomentare o favorire le ondate di qualunquismo negazionista e negativo, ma mettere in luce i punti e le domande critiche e aiutare a raccogliere i dati che possono aiutare a svelare verità anche parziali, in modo da aprire altre ipotesi di ricerca. Se invece con la domanda si vuole mettere in dubbio che dei parlamentari possano avere anche funzioni di tribunale, bisogna chiedere il mutamento dei regolamenti delle Camere e fare un discorso istituzionale più ampio e motivato. Sospetti e diffidenze sono spesso indotte presso la cittadinanza anche da un uso spregiudicato dell'informazione e dalla propensione al giornalismo sensazionalista».
Qui di seguito la seconda parte dell'intervista che non ha “diretta attinenza con le competenze della Commissione”, come ci tiene a precisare la Senatrice Menapace.
Chi produce le armi ad uranio impoverito?
«Le armi all'uranio impoverito sono prodotte - a quanto si sa - da tutti i paesi che producono armamenti nucleari, dato che l'uranio impoverito è una scoria appunto da smaltire (e credo che il modo più cinicamente facile sia di buttarlo sulla testa dei "nemici" tuttavia incorrendo - sto per dire: per fortuna - nel rischio di rimanere vittime di "fuoco amico")».
L’uranio impoverito che serve a realizzare tali armi arriva direttamente dagli scarti delle centrali nucleari? O da dove?
«Credo arrivi appunto dagli scarti o scorie delle centrali e delle fabbriche di armi nucleari».
In base a documenti ufficiali, gli Stati Uniti mantengono in Europa 480 bombe nucleari, di cui 90 in Italia. Ci può spiegare quale serie di accordi prevedono questa possibilità di schierare armi nucleari sul nostro territorio, e in cosa consistono tali accordi?
«Non conosco dati certi su tali fatti, credo si dovrebbero fare molto forti pressioni per avere notizie certe, in parte il movimento che lancia la parola d'ordine del disarmo nucleare fa questa azione politicamente ed eticamente giustissima».
Questi accordi come si conciliano con il “Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari” sottoscritto dall’Italia?
«Naturalmente "non" si conciliano e sono una palese violazione di principi costituzionali . Si tratta di una parte della lotta spesso iniziata e mai condotta a termine, per ridurre il segreto militare, che sottrae tanti dati e notizie alla popolazione diventando una vera ferita e danno permanente alla democrazia. I Servizi segreti che probabilmente hanno tutti i dati e li tengono coperti da segreto militare o di stato sono di fatto e istituzionalmente complici di riduzione della democrazia».
Quali sono le misure precauzionali che tali basi adottano per conservare armi all’uranio impoverito, che ricordiamo è radioattivo? I nostri militari sono avvisati dei rischi che provocano le armi all’uranio impoverito, ed equipaggiati di conseguenza?
«Quando delegazioni di parlamentari hanno chiesto al comandante italiano della base di Aviano (che si dice contenga bombe nucleari) se ne avesse, la risposta fu: "Non lo so", il che illumina molto bene sugli aspetti pericolosi per la democrazia, la sicurezza e la salute della popolazione di tali basi. Per questo anni fa avevo avviato un dibattito sulla dichiarazione di neutralità militare da parte dell'Italia, dato che sui territori dei paesi neutrali non possono stare basi militari straniere, né truppe, né passaggi di esse né di aerei di altri paesi: ma la proposta non ebbe favorevole accoglienza».
Nel 2001 si affermava che “l’esposizione all’uranio impoverito non può produrre effetti rilevabili sulla salute…Anche se, in teoria, le sostanze radioattive come l’uranio impoverito possono avere un effetto mutageno, alla Commissione non risulta che effetti del genere siano stati osservati clinicamente sui figli dei soldati o sulla popolazione”. Tali risposte furono riproposte anche nel 2004, dopo un’interrogazione scritta di Marco Rizzo e Umberto Guidoni. Ad oggi, lo Stato riconosce i diritti dei militari e dei civili che si sono ammalati dopo tale esposizione? Ne risarcisce i danni?
«Non mi risulta, ma incominciano ad esserci sentenze di tribunali (Bari) che affermano il diritto al risarcimenti . E' un buonissimo contributo, parziale ma importantissimo per l'intera questione».
Link:
(1) http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/a/a106.htm
(2) http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchieste/UI_2006.asp
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