Non spaccarmi i protoni / n°287
Io vorrei, non potrei, ma se vuoi...
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  "Circa 250 milioni di euro verranno spesi per ritrattare il combustibile irraggiato in Francia, operazione sulla quale siamo completamente in disaccordo. L’unico prodotto che viene fuori dal ritrattamento è il Plutonio, materiale principe per costruire le bombe ma che non ha sostanzialmente usi civili" - Giuseppe Onufrio (direttore delle campagne di Greenpeace)
di Paola Marras / foto tratta da greenpeace.org
 

Con la rinuncia al nucleare, vent'anni fa, l'Italia sperò di non dover più affrontare le problematiche ad esso collegate. E invece, periodicamente, queste si ripresentano più attuali che mai.

Proprio in questi giorni, infatti, è tornata alle cronache l'annosa questione dello smaltimento delle scorie giacenti nelle nostre centrali dopo il referendum degli anni '80. L'8 maggio, infatti, la Sogin S.p.a. (Società Gestione Impianti Nucleari) ha siglato un accordo con la francese Areva per il riprocessamento in Francia di 235 tonnellate di combustibile nucleare.
La Sogin, nata come società del Gruppo Enel nel 1999, è passata in mano pubblica nel 2000 quando le azioni della società sono state assegnate per decreto (decreto legislativo n. 79 del 16 marzo 1999) al Ministero del Tesoro, ora Ministero dell'Economia e delle Finanze.

Premessa importante visto che questo contratto costerà oltre 250 milioni di euro e che a pagarlo, come denuncia Greenpeace attraverso un comunicato stampa (1), saranno le famiglie italiane con l'aumento della loro bolletta elettrica.
Già dal primo gennaio 2007, infatti, la quota della componente A2, i cosidetti oneri nucleari, sono triplicati. Questo addizionale sulle bollette, ai più sconosciuto, è in vigore dal 1989, destinato inizialmente “a compensare l'Enel e le altre società collegate per le perdite conseguenti alla dismissione delle centrali”. (2)

Dal 2001 questi oneri vanno invece alla Sogin per la messa in sicurezza delle scorie radioattive. Forse però la Sogin non ha idee molto chiare riguardo al termine sicurezza. Dopo le proteste degli abitanti di Scanzano Jonico che non ne volevano sapere di ospitare il Deposito Nazionale di scorie radioattive, il 65% di queste giacciono ancora in una conca alluvionale in riva alla Dora Baltea, nella cittadina di Saluggia, non solo indifendibile ma assolutamente non sicura per lo stoccaggio.

Verso la Francia, invece, partiranno per il ritrattamento le scorie nucleari più pericolose, cioè il combustibile irraggiato. Ciò che viene contestato è il fatto che non solo la questione della sistemazione delle scorie non si risolverà in maniera definitiva, poiché quelle vetrificate torneranno nel 2025 in Italia.
Ma anche il fatto che tale riprocessamento servirà anche per recuperare materiale fissile, cioè uranio e plutonio, che può fabbricare nuovo combustibile ma anche armi.

Greenpeace Italia si è così attivata per denunciare questo tipo di accordo e non solo. Verso la fine di aprile sono cominciati a circolare degli “ironici fac-simile della pubblicità dell'Enel”. Il volantino, distribuito dagli attivisti di Greenpeace nelle principali città italiane, apre con lo slogan “La vera rivoluzione è tornare al nucleare. Sovietico.”

L'Enel, infatti, ha deciso di investire 1,8 miliardi di euro per il completamento di due vecchi reattori nucleari a Mochovce, in Slovacchia. Queste centrali appartengono alla cosidetta seconda generazione, cioè di tecnologia obsoleta, e quindi pericolosa, che non rispetta gli standard di sicurezza europea.

Chiediamo così a Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace, di parlarci non solo di quest'ultima iniziativa ma di quanto il nucleare sia ancora molto presente nella vita di tutti gli italiani.

Prima di tutto, mi puoi parlare di quest’ultima campagna lanciata da Greenpeace? Come leggo, L’Enel vorrebbe investire 1,8 miliardi di euro per il completamento di due reattori nucleari a Mochovce, in Slovacchia. Cosa contesta Greenpeace?

«Si tratta di una condizione imposta dal governo slovacco per l’acquisizione del 66% della Slovenske Elektrarne. Si tratta di due unità VVER 440/213 per un totale di 880 MW, la cui costruzione fu interrotta con la separazione della Cecoslovacchia. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo rifiutò di finanziarne il completamento e un reattore dello stesso tipo, appena costruito ed entrato in funzione a Greisfwald, fu bloccato dopo la riunificazione della Germania. Il costo è molto elevato: senza considerare le spese già effettuate si tratta di un investimento superiore a 2.000 euro per kW, costo simile a un reattore di ultima generazione, per una tecnologia progettata alla fine degli anni ’70 e certamente del tutto improponibile in un Paese occidentale. L’autorizzazione fu data nel 1986 (l’anno di Cernobyl) e per tale ragione il governo slovacco non ha fatto alcuna valutazione d’impatto né tantomeno coinvolto la popolazione locale».

Leggo che l’Enel è interessata anche alla costruzione di nuove centrali in Romania e in Bulgaria. Può un’azienda italiana, di cui è azionista al 30% anche lo Stato, investire all’estero sul nucleare, nonostante il referendum del 1987 che impedì, da allora, tali accordi?

«Apparentemente sì sul piano formale: un comma in questo senso fu approvato su proposta del governo Berlusconi nel riordino del settore elettrico, “sbloccacentrali”. La questione che noi poniamo è però sostanziale: può una azienda, comunque ancora a forte partecipazione pubblica, costruire reattori che non hanno avuto una valutazione d’impatto ambientale, che rappresentano uno standard di sicurezza inferiore a quello dei Paesi occidentali, investendo per di più una somma così elevata?».

[ D'altronde, sembra che in questo Paese si possa fare tutto. Come accennato da Onufrio, nel disegno di legge Marzano sul “riordino delle politiche energetiche” si inserì un articolo che prevedeva la possibilità per l'Enel di investire sul nucleare all'estero.. Cosa che ha prontamente fatto.
Solo che, come forse non tutti si ricordano, nel 1987 i referendum abrogativi sul nucleare erano tre, di cui uno recitava:

- Volete che venga abrogata la norma che consente all'ENEL (Ente Nazionale Energia Elettrica) di partecipare ad accordi iternazionali per la costruzione e la gestione di centrali nuceari all'estero?

Il 71,90% degli italiani rispose di sì.

Ora, la normativa italiana è chiara nello stabilire che “gli effetti descritti del referendum abrogativo fanno sì che esso, o per meglio dire, la normativa di risulta venga qualificata tra gli atti aventi forza di legge. Il Parlamento sarà vincolato dall'esito abrogativo del referendum e cioè sarà impossibilitato a disciplinare in maniera identica la materia così come abrogata dalla consultazione popolare”.(3)

Come sia possibile che una decisione del popolo, che come stabilisce la Costituzione è sovrano, venga in tal modo ignorata è una delle tante risposte che gli italiani ancora aspettano dallo Stato; ndr ].

Quindi, ritornando alle nostre curiosità, è lecito domandare se attualmente l’Enel o altre aziende italiane investono su centrali nucleari all’estero, oltre questi casi già citati?

«Sempre Enel ha interesse a partecipare a un reattore EPR in costruzione in Francia e, se l’operazione su Endesa andrà in porto, controllerà anche il settore nucleare della società spagnola. Il governo Zapatero, comunque, ha già deciso la fuoriuscita dal nucleare per la Spagna».

Puoi farci una panoramica di incidenti nucleari, più o meno gravi, avvenuti in Italia? E che conseguenze hanno portato o stanno portando, anche a distanza di anni?

«Nella breve storia del nucleare in Italia non abbiamo avuto per fortuna incidenti gravi. La situazione di maggior pericolo oggi è all’impianto Eurex di Saluggia in Piemonte dove, oltre alle perdite dalla piscina di stoccaggio del combustibile irraggiato, ci sono ancora oltre 200 metri cubi di rifiuti nucleari liquidi. L’area è a rischio esondazione anche se Enea ha costruito un muro di contenimento che dovrebbe garantire la sicurezza da questo tipo di eventi».

Qual è il quadro della situazione energetica nucleare italiana? Nel senso, fino al referendum, quante centrali avevamo fuori e dentro l’Italia? Di queste, quante sono state riconvertite? Quante sono chiuse ma rimangono centrali nucleari, continuando quindi a produrre rifiuti? Quali le misure precauzionali adottate?

«Le centrali chiuse col referendum sono 4: Latina, Garigliano, Trino Vercellese e Caorso (nessuno è stato smantellato, tutti sono fermi dal 1987). Una in costruzione a Montalto di Castro fu riconvertita a gas naturale. Non continuano a produrre rifiuti: ne abbiamo oggi circa 25 mila metri cubi cui si aggiungono le scorie vetrificate che devono tornare dall’Inghilterra e i materiali che verranno prodotti dallo smantellamento delle centrali, per un totale di circa 100.000 metri cubi. Ma questa operazione richiederebbe l’esistenza di un deposito nazionale dove stoccare almeno i rifiuti di seconda categoria che rappresentano circa il 90 per cento del volume e il 10 per cento della radioattività».

Oltre ai rifiuti delle centrali esiste anche il problema dei rifiuti radioattivi di origine medica o sanitaria. Sapete indicarci una mappa degli attuali depositi di materiale radioattivo in Italia?

«Non abbiamo una mappa completa di questo genere di siti».

Quanto costa all’Italia lo stoccaggio dei rifiuti nucleari?

«La maggior parte dei costi sono quelli futuri. Nel complesso si tratterà di una cifra dell’ordine dei 3-4 miliardi di euro...Circa 250 milioni verranno spesi per ritrattare il combustibile irraggiato in Francia, operazione sulla quale siamo completamente in disaccordo. L’unico prodotto che viene fuori dal ritrattamento è il Plutonio, materiale principe per costruire le bombe ma che non ha sostanzialmente usi civili. In compenso bisognerà mandare le barre in Francia – con i rischi connessi al trasporto – e ricevere indietro le scorie vetrificate che, in assenza di un deposito nazionale, dovranno tornare agli impianti che li hanno generati».

L’Italia è il secondo Paese al mondo per importazione di energia elettrica. Qual è la proporzione tra prodotto interno e fabbisogno coperto con l’acquisto di energia dall’estero? E quanta di quest’ultima deriva da energia nucleare?

«Per quanto riguarda l’energia elettrica, che è l’unica forma di energia che il nucleare di fatto produce, le importazioni sono circa dell’ordine del 15%, quota in massima parte di origine nucleare: di fatto importiamo elettricità ed esportiamo una quota dei rischi associati. E’ chiaro che importiamo il gas e il carbone (il petrolio usato oggi è una parte in decrescita) che usiamo per produrre l’elettricità, ma questo è inevitabile visto che l’Italia non ha fonti energetiche significative, a parte un po’ di gas, di idroelettrico, di geotermia, (oltre alle poco usate ancora vento, sole e biomasse)».

I nostri rifiuti nucleari sono mai stati riprocessati per produrre armi?

«Il Plutonio estratto dalle scorie inviate nel passato in Inghilterra a Sellafield – impianto oggi chiuso dopo l’ennesimo incidente – fu inviato al reattore Superphenix in Francia (partecipato da Enel al 33%) dove è tuttora. Il Superhenix, reattore autofertilizzante al Plutonio chiuso in pochi anni dopo diversi incidenti, è stato forse il più costoso fallimento industriale della storia avendo bruciato in un solo impianto quasi 20 mila miliardi di lire degli anni ’80.
Il contratto oggi in fase di definizione con la Francia prevede un “ritrattamento virtuale” di quel Plutonio, nel senso che ci ridaranno indietro scorie vetrificate di pari radioattività, tenendosi loro il Plutonio. Per quello che verrà prodotto dalle scorie che ancora devono andare in Francia non è chiaro cosa accadrà: il contratto lascia le mani libere a Sogin e Areva di decidere a suo tempo cosa farne. Il processo agli attivisti di Greenpeace per i blocco di un treno che trasportava scorie a Sellafield nel 2005, si è appena concluso con l’assoluzione».


Lo Stato italiano come giustifica la presenza di 90 bombe atomiche sul nostro territorio? Gli accordi NATO sulla “condivisione nucleare” come possono conciliarsi con il “Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari” sottoscritto dall’Italia?

«Abbiamo pubblicato un rapporto sul tema, fatto diverse manifestazioni e i nostri attivisti hanno partecipato a una giornata di denuncia presso le questure proprio su questi punti, ma non so quale sia la risposta. Noi la domanda l’abbiamo fatta».

Un’altra campagna lanciata pochi mesi fa da Greenpeace riguarda il rapporto “Energy [R]evolution”, atta a fornire una strategia per ristrutturare il sistema energetico mondiale. Il rapporto è incentrato soprattutto sull’ampliamento delle energie rinnovabili per produrre elettricità e ridurre le immissioni di gas serra. Questo consentirebbe di eliminare fonti fossili pericolose come il nucleare e il carbone.

«Il concetto di "rivoluzione" energetica sta in due punti essenziali: la promozione dell’efficienza energetica in tutti i settori per stabilizzare i consumi e l’espansione delle fonti rinnovabili per ridurre le emissioni di anidride carbonica».

E per quanto riguarda la fusione fredda? Potrebbe essere anche questa un’alternativa valida?

«Nel nostro rapporto non ci occupiamo di tecnologie ancora allo stadio di ricerca ma di quelle che rappresentano una realtà industriale, o che lo stanno per diventare come il solare termodinamico».

Secondo voi, esiste in Italia un lobby che spinge per un ritorno del nucleare? Chi ne è più favorevole e per quale motivo?

«Esiste certamente una lobby. Ma l’origine del dibattito sul nucleare è di fonte statunitense e inglese: in quei Paesi il mercato dell’energia è completamente liberalizzato e il nucleare non vede investimenti privati significativi da circa 20 anni. Per questa ragione Bush ha fatto approvare sussidi molto ingenti per stimolare gli investitori a esporsi, vedremo con che risultati: al momento è tutto solo sulla carta. Dopo oltre 50 anni di investimenti pubblici in ricerca e sviluppo che hanno assorbito – tra nucleare di fissione e di fusione – ben oltre la metà di tutti gli investimenti nel settore energetico dei paesi OCSE, è un misero risultato».

Vent’anni fa l’Italia bocciò il nucleare, anche sulla scia del disastro di Chernobyl. L’Italia comunque acquista energia nucleare da altri Paesi, anche confinanti, e questo incide non poco sulle casse dello Stato. Secondo voi, per questi o altri motivi, gli italiani sono ancora convinti della scelta dell’87?

«In realtà alla fine degli anni ’80, quando si è avuto un’impennata delle importazioni dalla Francia, ci vendevano l’elettricità sottocosto perché la Francia ha una sovracapacità produttiva e conviene fare dumping anziché fermare gli impianti: ci abbiamo guadagnato. Oggi i costi del nucleare sono fuori mercato rispetto a gas, carbone e, come abbiamo dimostrato con un rapporto, anche dell’eolico. Stime simili, del resto, le fa anche il Dipartimento USA dell’energia. In quel Paese i sussidi servono a evitare che il settore crolli nei prossimi 10-20 anni. Per quanto riguarda l’opinione delle persone, sono stati fatti diversi sondaggi, alcuni molto tendenziosi. Se guardiamo a una fonte istituzionale, la Commissione Europea, secondo l’Eurobarometro, circa il 70 per cento è contrario al nucleare in Italia. E, cosa che può sorprendere, la quota di contrari in Francia è lievemente superiore a quella dei favorevoli».

Link:
(1) http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/file/riprocessamento-combustibile.pdf
(2) http://www.italia.attac.org/spip/article.php3?id_article=1063
(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum


 
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