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Ma alla Maddalena non si parla di uranio impoverito. Di cosa allora?
«Alla Maddalena la cosa è abbastanza chiara. L’unica cosa che può provocare queste patologie è la base atomica. C’è un andirivieni incontrollato di sommergibili a reazione nucleare, e rientra nella norma che ci sia un rilascio radioattivo. La base della Maddalena funziona come officina per riparare i sommergibili e quindi è pressoché impossibile che non abbiano rilasciato niente. Le prime denuncie furono lanciate da un quotidiano corso negli anni ’70 che raccontava di rifiuti radioattivi sotterrati nell’Isola di Santo Stefano. Incredibile ma vero le autorità confermarono dicendo che era vero ma che non erano pericolose! Anche in questo caso ci sono indagini ufficiali che affermano che è tutto a posto. Peccato che vengono fatti con strumenti del tutto inidonei a rilevare qualcosa. Questo non lo dico io ma la Commissione per gli Esteri della Camera del 1990 che stabilì che gli strumenti erano del tutto inefficaci e obsoleti ed impegnava il governo a mettere a punto un sistema serio di monitoraggio».
Ed è stato fatto?
«Secondo le analisi ufficiali, fatte con strumentazione inadeguata, è tutto a posto. Secondo un’indagine fatta a fine anni ’80 dalla professor Cortellessa, indagine fatta per conto di Greenpeace, risultavano invece tracce di cobalto 60, altamente radioattivo. Dopo che l’attenzione si è rivolta al Salto di Quirra e dopo che c’è stato l’incidente al sommergibile statunitense nell’ottobre 2003, la popolazione della Maddalena si è mobilitata ed è stato affidato un campionamento al laboratorio francese indipendente, il Criirad, che ha trovato una percentuale di torio radioattivo di 400 volte superiore alla norma e tracce di plutonio. Il Criirad si è subito allarmato visto che il plutonio non è un elemento che si trova in natura, al contrario dell’uranio e del torio. Seguì in Italia un approfondimento condotto del professor Aumento, ed anche lui ha rilevato forti tracce di plutonio. La prima trance della ricerca del professor Aumento è stata anche pubblicata in ambito internazionale. La seconda trance degli studi di Aumento, invece, non riesce ad andare avanti per totale mancanza di fondi, così come non riesce ad andare avanti la seconda trance della ricerca della Gatti.
Insomma, le indagini epidemiologiche sulla popolazione sarda sono state fatte, ma poi messe in un cassetto. Nonostante queste percentuali si sappiano, e sono cifre da spavento, non hanno prodotto nessuna conseguenza.
D’altronde, non bisogna disturbare gli americani che forse se ne vanno! Il che apre ad un’altra chiave di lettura. Cioè fare precocemente fagotto per evitare le responsabilità dei danni provocati. Si cerca quindi di dimenticare. Altrimenti scapperebbero tutti i turisti. Un vero ricatto. Essendo l’economia sarda basata quasi esclusivamente sul turismo la prospettiva è o di essere strangolati economicamente o di crepare di leucemia e nascere con malformazioni genetiche».
Ma è vero che gli americani vanno via?
«Quello che è successo a Vicenza e sta succedendo in tutta Italia, alla Maddalena è successo già da molto. Dopo il 2001, cioè dopo l’attentato alle Torri Gemelle, gli Stati Uniti hanno deciso di rimettere le mani su tutte le basi, nelle loro strutture all’estero. Tra fine 2001 e inizi 2002 hanno presentato tutti i progetti di ristrutturazione e ampliamento. In Sardegna, dove l’attenzione popolare è sempre stata molto molto forte, siamo venuti a saperlo immediatamente mentre a Vicenza l’hanno saputo quest’anno. A Vicenza hanno cominciato i lavori prima ancora che la gente ne venisse a conoscenza. Da noi, invece, la notizia si è venuta a sapere immediatamente e già dal 2002 è ripresa l’attività popolare. È partita la lotta non solo contro la nuova base che progettavano di costruire ma si è messa in discussione la stessa base esistente. Una lotta che ha coinvolto tutti i settori. Il 2002 è stato oltretutto l’anno clou della campagna di denuncia riguardo la storia del poligono di Quirra e quindi la lotta alla Maddalena è emersa ancora più prepotentemente.
Nell’ottobre 2003 succede l’incidente al sommergibile nucleare statunitense, per cui la gente si rende conto che il pericolo nucleare è veramente reale. È così partito un referendum e l’allora Consiglio Regionale a maggioranza centro-destra, che bocciò in pieno la linea governativa di allora, deliberò a maggioranza lo smantellamento della base alla Maddalena, in tempi rapidi e ragionevoli. La lotta partiva quindi dai settori più impensati. Per esempio da un consigliere provinciale di Forza Italia della provincia di Sassari, che denunciò il suo leader Berlusconi e l’allora Presidente della Regione sarda per comportamento omissivo e omertoso sulla questione della base.
Poi ci sono stati cittadini che hanno denunciato Bush per il tumore che si ritrovavano. Insomma, in questo clima d’agitazione in ottobre-novembre del 2005 arriva l’annuncio che la base della Maddalena va via.
Tra i vari leader politici è partita un po’ la corsa per l’accaparramento medaglietta, Soru (Renato Soru, attualmente Presidente della Regione Sardegna; n.d.r.) ha rivendicato il merito, stoppato da Berlusconi e poi da Fini, perché Ministro degli Esteri; anche Cossiga ha cercato di prendersi il merito.
Noi però siamo un pochino malfidati, giustificati dopo 30 anni di bugie.
Le promesse sono che vanno via ad ottobre 2007, anche se alla fine non è che ci sono poi molte cose da portar via. Principalmente è la nave officina che deve salpare le ancore. Gli Stati Uniti lì non hanno niente. A Santo Stefano sono ospiti, diciamo così, del demanio della Marina Italiana. Devono semplicemente levare le ancore, pare entro il febbraio 2008.
Quello che preoccupa è che la Commissione Difesa abbia chiesto lumi a Soru per sapere se ci sono dei capi formali, ma ancora non si sa niente. Anche noi cittadini abbiamo solo notizie stampa. E quando la stessa Commissione Difesa alla Camera non sa niente di niente sull’esistenza di atti formali, necessaria anche se si dà la disdetta di un semplice atto di locazione privato, viene quindi il dubbio che ci sia aria di imbroglio, a spese della Sardegna.
In un dibattito pubblico fatto con il Sottosegretario alla Difesa Casula, è sorto infatti un altro problema. Ammesso che vadano via, chi pagherà la bonifica? A carico di chi è? Casula ha detto che lo Stato sarebbe disponibile ad aiutare la Sardegna e a venirgli incontro! Come può immaginare tutti i presenti sono insorti. Insomma, oltre il danno anche la beffa!
Quando mai i costi sono a carico dell’inquinato? E qui stiamo parlando dell’immondizia degli Stati Uniti, con costi spropositati.
Così, è più facile smantellare la base piuttosto che bonificarla. Il tempo medio di bonifica di una base normale, e non parlo dei poligoni che generalmente sono ancora più inquinati, va dai 15 ai 30 anni, con costi astronomici. Dati confermati anche da uno studio del CNR ( Consiglio Nazionale delle Ricerche; n.d.r.) per il poligono di Teulada. Naturalmente 15-30 anni a poligono veramente chiuso e spento, non certo con continui lavori in corso.
Un ammiraglio ha detto che per l’esercito sarebbe molto più conveniente comprare una villetta a tutti gli abitanti e portarli in Tunisia!».
Vi sembra quindi che non ci sia l’intenzione di bonificare l’area?
«Normalmente sono andati sempre via senza fare le bonifiche, tranne quando sono stati costretti. In Costa Rica c’è una vertenza che dura da 15 anni, perché hanno cercato di dargli una cifra forfait insufficiente. In Porto Rico stanno pulendo, con gli occhi della popolazione addosso, però il Porto Rico è Stato libero associato agli Stati Uniti, per cui praticamente sono in casa. Lì hanno fatto il passaggio dall’area militare ad oasi naturalistica, anche se la bonifica è fatta in maniera un po’ rozza. La lotta per la bonifica è lotta forte ovunque sono state smantellate le basi militari».
Quindi, in definitiva in Sardegna quante basi straniere ci sono?
«La base della Maddalena è l’unica base statunitense in Italia che non rientra nel principio che si è detto della doppia chiave, del doppio comando. Per esempio ad Aviano, Sigonella, che sono basi dove ci sono gli Stati Uniti, questo principio vige, cioè c’è un comandante statunitense e un comandante italiano e le cose in teoria sono decise dall’Italia. Anche se l’unica presa di posizione che l’Italia inpugnò fu hai tempi di Craxi, con la storia di Sigonella.
La Maddalena, invece, fuoriesce da questa catena di comando poiché dipende direttamente dal Pentagono. È l’unica struttura totalmente fuori controllo Nato.
Poi abbiamo i poligoni, che a livello numerico sono quattordici, anche se a noi interessano in particolar modo tre.
Si può dire che in Sardegna l’industria di guerra è nata moderna. Nell’isola c’è la massima concentrazione degli impianti. In Italia ci sono 40.000 ettari di demanio militare, e di questi 24.000 sono concentrati in Sardegna.
C’è il poligono di Quirra, il più grande in assoluto d’Europa. Poi segue il poligono di Teulada, che è il secondo poligono più grande d’Europa ma il primo per intensità di utilizzo, con circa 7.200 ettari, la metà del poligono di Quirra.
Poi c’è il poligono di Capo Frasca con circa 1.470 ettari, legato alla base aerea di Decimomannu, che sono un altro migliaio di ettari.
Poi c’è tutta la militarizzazione del cielo e tutta la militarizzazione del mare. Per esempio il mare annesso a Quirra supera tutta la superficie della stessa Sardegna. Il mare annesso a Teulada sono qualcosa come 750km3».
Ma all’interno di questi poligoni ci sono solo americani od anche altre forze straniere?
«La base della Maddalena è solo statunitense. I poligoni italiani sono sotto comando italiano, però tutte queste strutture italiane sono messe a disposizione della Nato, e molte cose sono state fatte con i finanziamenti della Nato».
Mariella, per concludere, lei fa parte del Coordinamento Sardo “Gettiamo le Basi”. Ci dice a che cosa punta la vostra iniziativa?
«Noi siamo nati molto casualmente alla fine del 1997. In quell’anno veniamo a sapere che si stava organizzando un convegno ad Aviano per discutere sulle basi, convegno aperto a tutti. Così noi, che siamo la regione più martoriata di tutta Italia, abbiamo deciso di partecipare al convegno, che si chiamava “Gettiamo le Basi”, presentando un nostro documento. Dal convegno di Aviano è nato un coordinamento tra le varie realtà italiane omonimo. Poi siamo rimasti soltanto noi del coordinamento sardo, perché le altre realtà avevano un impatto meno pesante del nostro. Noi poi abbiamo anche puntato su un patrimonio di conoscenze e di esperienza che il movimento sardo aveva messo in campo già da anni. Mentre la maggior parte delle realtà italiane non ha una storia di antagonismo, noi ne abbiamo una di 50 anni, abbiamo grande un patrimonio di informazione e di lotte. Siamo così rimasti noi e piano piano si sono cominciati a formare altri comitati “Gettiamo le Basi”, per esempio in Emilia Romagna.
Una delle prime battaglie che abbiamo portato avanti è stata la battaglia dei comitati di quartiere a Cagliari, riguardo al deposito sotterraneo di combustibile per gli aerei di Monte Urpinu. Battaglia storica per far chiudere il deposito e denunciare quello che la maggior parte della città non sapeva, se non quelli che avevano fatto le lotte con i comitati di quartiere. Quando uscì la notizia l’impatto fu una specie di bomba. L’allora sindaco di destra di Cagliari (Delogu; n.d.r.), attuale Senatore di An, denunciò l’aeronautica alla magistratura. Anche se non prese nessun provvedimento politico come avrebbe dovuto fare.
Poi da lì sono scaturite tutta una serie di altre battaglie, come nel 2000 che, grazie all’azione fatta da La Spezia, si è venuto a sapere che la Maddalena e Napoli non erano gli unici porti nucleari ma che in Italia ce ne sono undici e tra questi anche Cagliari».
Quindi uno degli scopi del vostro coordinamento è proprio quello di informare.
«Si, noi agiamo soprattutto a livello di informazione. Se questo verminaio ha potuto proliferare in Sardegna è perché la maggior parte delle persone sono tenute all’oscuro. Una volta feci vedere una cartina con tutte le basi di appoggio al sindaco di Villaputzu e ne fu stupito, non conoscendo neanche lui tutta la realtà dei fatti. Abbiamo cominciato a presentare dei dati che ormai sono diventati quelli ufficiali. Far prendere atto che la Sardegna è gravata dal 60% delle strutture militari italiani, le peggiori. Perché non si può mettere a paragone il palazzo di rappresentanza che c’è a Roma con un poligono, che è un aria di tiro dove di fanno i cosiddetti giochi di guerra, con vero munizionamento da guerra. Il nostro obiettivo è rendere noto che la Sardegna ha subito e continua a subire la peggiore colonizzazione militare della storia italiana».
Per contattare Mariella Cao e il Coordinamento Sardo di Gettiamo le Basi:
http://freeweb.supereva.com/gettiamolebasi/
Link:
(1) http://lists.peacelink.it/armamenti/msg00691.html
(2) http://www.disinformazione.it/test_sulla_popolazione.htm
(3) http://lists.peacelink.it/disarmo/msg00852.html
(4) http://italy.peacelink.org/editoriale/articles/art_15248.html
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