Non spaccarmi i protoni / n°287
Perdas de Fogu (nimigu)
Perdas de Fogu (nimigu)
  di Paola Marras / pagina 2
 

Oltre che i casi di tumori, quali altre prove bisognerebbe presentare per provare il nesso tra uranio impoverito e patologie?

«Sono indagini diverse. Uno è la documentazione scientifica, epidemiologica. Quando noi diciamo che ci sono 20 casi, c’è l’evidenza delle croci nei cimiteri e le persone nel letto di un ospedale. Però non è un dato scientifico. Stabilire poi il nesso tra quel tipo di leucemia e l’agente killer sarebbe una scoperta da Premio Nobel. Finora, infatti, a livello attuale delle conoscenze c’è solo un forte legame di probabilità in questa relazione causa-effetto..
Però è anche vero che gli Stati uniti, già durante la guerra “Restore Hope”, la guerra in Somalia, equipaggiavano tutti i militari statunitensi con tute e maschere ed era stato dato il libretto con le norme precauzionali. L’Italia, invece, che sapeva già da allora, ha deciso di dotare i militari con queste norme precauzionali solo dopo la morte di Salvatore Vacca e la denuncia della famiglia. Da qui si deduce chiaramente che l’uranio e l’ingestione di polveri di uranio provoca tumori e alterazioni genetiche».


[ Esiste infatti un documento, che risale all’ottobre del 1993, inviato dal Pentagono al comando d’interforze di stanza a Mogadiscio, dove era presente anche l’Italia con la missione, appunto, “Restore Hope”. Un semplice prontuario con le precauzioni da adottare riguardo ad un unico oggetto: l’uranio impoverito.
Nell’agosto del 1996, poi, la Nato inviò alle Ace (Comando militare dell'alleanza atlantica in Europa), quindi anche all’Italia, una dettagliata direttiva precauzionale sui rischi da contaminazione per radiazione, comprese quelle dei raggi alpha, beta e gamma, sottolineando che il rischio per la salute dei soldati era anche a lungo termine, con l’insorgenza di cancro e altri tumori.
Nel 1996 le forze militari italiane erano impegnate in Bosnia, però l’Italia adottò solo nel 1999 le norme emanate dalla Forza multilaterale, al contrario degli altri eserciti che già venivano dotati di tute, maschere e occhiali per proteggersi dalle polveri sottili emanate dall’uranio; n.d.r. ]

Ma in questi poligoni c’è stata mai l’ammissione dell’utilizzo di armi ad uranio impoverito?

«Chiaro che dicono sempre: “non ne abbiamo usate”. Per l’Italia, più o meno, ci possiamo anche credere ma le altre Nazioni le usano abitualmente e allora le spiegazioni diventano estremamente contraddittorie. L’Italia, poi, non ha nessun potere di prendere visione delle armi delle altre Nazioni. Quindi l’informazione si basa sull’autodenuncia di tale armamentari. I vertici militari hanno sempre sostenuto, anzi, hanno sempre usato questa frase ambigua: “Noi militari italiani non abbiamo mai usato armi all’uranio impoverito”. Affermano, poi, che dopo ogni esercitazione viene fatta la bonifica, anche se la realtà è alquanto diversa. Per esempio a capo Teulada c’è tutta una zona del poligono che è interdetta persino agli stessi militari perché non è mai stata bonificata e tale è l’accumulo di inesploso che c’è appunto il divieto di ingresso degli stessi militari. E il mare è più o meno nelle stesse condizioni».

Quindi, a quanto vi risulta, non sono mai state fatte le bonifiche in questi poligoni?

«No, non le hanno mai fatte. Che la bonifica sia obbligatoria lo dice il regolamento».

Ma voi avete mai trovato la cosiddetta “pistola fumante”, ovvero un bossolo, un proiettile…

«Se l’uranio è l’arma perfetta è perché non lascia tracce. Trovare un proiettile è come cercare un ago in un pagliaio. Mentre con le strumentazioni scientifiche si può confondere con l’uranio naturale».

Ma non sono due elementi diversi?

«C’è appunto la tecnica messa a punto dalla dottoressa Gatti, che mira a trovare le nanoparticelle, cioè sfere, di metalli pesanti. All’inizio la scoperta della dottoressa Gatti è stata accolta con favore dal mondo militare perché distraeva i sospetti dall’uranio. Però, quando è cominciato a diventare sempre più chiaro che queste nanoparticelle si formano solo ad altissime temperature e che, quindi, se l’uranio non è l’agente killer è però il mandante, la dottoressa Gatti è stata dimenticata. La dottoressa Gatti ha fatto delle ricerche a Quirra e a trovato nei tessuti delle persone di Quirra le stesse nanoparticelle trovate su Valery, un militare sardo morto di leucemia dopo aver prestato servizio sui Balcani. Si è parlato molto di Valery, ancora oggi quando ci sono le partite di calcio del Cagliari appare quasi sempre lo striscione: “Loro ti hanno dimenticato noi no”; “Valery ucciso dai soliti ignoti” e ignoti scritto con i colori della bandiera italiana.

Le ricerche della dottoressa Gatti hanno individuato nei tessuti di Valery e nei tessuti di alcune persone di Quirra ammalate le stesse nanoparticelle. Ed anche in alcuni animali nati deformi, come per esempio un agnello nato con le orecchie al posto degli occhi. Perché le alterazioni genetiche non sono solo tra i bambini di Escalaplano ma anche e soprattutto tra il bestiame. I pastori denunciano, appunto, aborti spontanei, malformati. Dopo queste prime ricerche la dottoressa Gatti ha chiesto di fare un’ulteriore indagine e gli è stato posto il veto. Questo risulta agli atti, dall’audizione della dottoressa Gatti alla Commissione del Senato, più o meno un mese fa. Gli è stata tolta anche la strumentazione.

La Gatti è una ricercatrice universitaria. Già da tempo era impegnata in queste ricerche sulle nanoparticelle e si è capito che potevano essere utili per fare chiarezza sulla, diciamo, sindrome dei Balcani. Già lavorava da molto sui tessuti dei militari che sono stati nei teatri di guerra. Per questo è stata chiamata anche per fare le indagini a Quirra. Poi, quando le ricerche della Gatti hanno preso una piega non molto gradita alle elite al potere, prima gli è stata tolta la strumentazione poi gli è stata negata la possibilità di un’ulteriore ricerca. Con la scorsa Commissione del Senato aveva il ruolo di consulente, non era una ricerca commissionata dal Senato, svolgeva solo un ruolo di consulenza. Pare che l’attuale Commissione gli abbia rinnovato questo ruolo».


[ Nanopathology è una parola inventata appunto proprio dalla dottoressa Gatti, che sta a significare tutte quelle patologie causate da micro e nano particelle. La tecnica da lei inventata è quella di cercare l’uranio impoverito direttamente all’interno dei tessuti patologici, essendo particelle infinitamente piccole, che si avvicinano ai nanometri. Nelle biopsie, la Gatti ha trovato delle particelle tonde, e si sa che le forme rotondeggianti sono causate solo da combustioni ad altissima temperatura. Queste stesse particelle sono state rinvenute, in base a rapporti americani, in esplosioni di bombe all’uranio impoverito. In più, poi, le esplosioni fanno fondere tutti i materiali presenti (dalle fabbriche ai carri armati, per esempio), creando un ulteriore inquinamento ambientale in cui si rilevano tutti i composti chimici presenti al momento del bombardamento.
“E' importante ricordare tale composizione per verificare non solo le problematiche di salute riferite all'uranio impoverito, quanto anche quello di indagare sui soggetti che abitano le zone limitrofe al poligono di Salto di Quirra in Sardegna – sottolinea la dottoressa Gatti, continuando - E' in atto una contaminazione planetaria prodotta da nanoparticelle inquinate. Ingerite anche mangiando un alimento contenente nanopolveri, passano irreversibilmente nei tessuti. Entrano nel sangue e nello sperma. Vengono trasmesse al partner tramite l'atto sessuale”. (4); n.d.r. ]

«Il punto è - continua Mariella Cao - che in presenza di un sospetto che ci sia una fonte di contaminazione si deve agire, perché questo dicono le leggi. Non solo italiane ma per le norme internazionali sottoscritte dall’Italia vige il principio della precauzione. Cioè si chiude e si cerca. Quello che facciamo noi in casa se sentiamo puzza di gas, spegniamo tutto e cerchiamo di controllare se ci sono perdite. O come quando si ha anche solo il sospetto di una ruota bucata, ci si ferma e si controlla. Non ci deve essere la dimostrazione del danno per adottare delle precauzioni. A Quirra, poi, i sospetti equivalgono ad una realtà di persone su 150 con tumori al sistema emolinfatico, percentuale da campo di sterminio, neanche da eventuale teatro di guerra.

È dal 2001 che continuano a fare indagini pseudo scientifiche mirate appunto a non trovare. A me come cittadina non interessa sapere se è uranio, saturno o plutonio! Questo deve interessare per fare prevenzione e per stabilire eventuali responsabilità politiche. È importante per accertare le responsabilità penali. Ma a me come cittadina interessa per bloccare la strage».


Com’è l’atteggiamento della popolazione rispetto a chi prende posizione contro il poligono?

«Da lì è partito il venticello che è cominciato a soffiare sempre più impetuoso. Però quelli che hanno denunciato la leucemia sono tacciati di voler speculare sulla morte di figli, padri e che, anzi, sono stati pagati milioni anzi miliardi dai giornalisti (per raccontare queste storie ;n.d.r.)».

Cioè?

«Cioè è partita la compagna infamante. Quando non si sa come reagire si mette in atto la campagna di diffamazione. Per cui chi ha parlato lo ha fatto perché è manovrato, o lo fa per interessi e perché pagato dalla stampa. Oltretutto non si capisce bene quale interesse ci possa essere in quella zona, che è la più disastrata della Sardegna. Il sindaco che ha chiesto accertamenti è stato accusato addirittura di voler mandare via i militari per farsi villette. Magari con lo slogan: “Quirra, la più bella leucemia che ci sia”.
In contemporanea è stata messa su un’altra campagna diffamatoria. Chi denuncia viene messo al bando con l’accusa di voler far crollare l’economia del paese. Solo che l’economia a Quirra si riduce ad un po’ di arance e pecorino.
C’è anche una condanna a due mesi per il sindaco che ha osato chiedere accertamenti».


Ma esiste la consapevolezza tra la popolazione di questi gravissimi problemi?

«Non tutti sono ancora consapevoli, a causa della campagna martellante che ripete che non è vero, che tutti muoiono prima o poi, che i tumori ci sono anche a Milano. Altri sono consapevoli ma hanno a questo punto davvero paura a parlare e di essere messi al bando. C’è una situazione da rassegnazione. Io posso citare delle parole da brivido di un pastore di Quirra, tra quelli che non hanno mai parlato: “io non so se ho tre mesi o tre anni, sono rassegnato, so che non mi resta molto, non gliene importa a nessuno di noi. Qui meno siamo e più gli fa comodo. Gli facciamo un favore, così gli liberiamo la zona. Chi è che ci tutela? Dovrei espormi pubblicamente per che cosa?”. Ed è morto ad aprile. Lui era perfettamente consapevole su che cosa gli ha provocato la leucemia, ma non ha mai detto una parola, non ha mai accettato un’intervista proprio perché consapevole anche della tensione che c’era dietro».

In Sardegna ci sono altri casi simili?

«L’attenzione si è puntata inizialmente su Teulada, poi sono emersi i casi di Quirra. Nella Maddalena, invece, le voci di alterazioni genetiche risalgono agli anni ’70. A metà degli anni ’70 furono registrati cinque casi di bambini nati senza cervello. Fino ad adesso non abbiamo né conferme né smentite che questi casi rientrino nella norma. Si è sempre parlato di numero altissimo sia di mutazioni genetiche che di tumori, alla Maddalena come in tutti i paesi coinvolti dai poligoni. Quando la stampa ha cominciato a parlare della Sindrome di Quirra e denunciato i casi sia di civili che di militari, la popolazione dei maddalenini ha cominciato ad organizzarsi, per cercare di acquisire e riunire i dati, operazione più difficile alla Maddalena perché sono più di 11.000 abitanti, mentre a Quirra si riescono ad avere anche facendo una chiacchierata al bar visto che sono 150. Poi è stata avviata una indagine epidemiologica e alla Maddalena risulta un +176% (superiore alla media) di linfoma di Hodgkin, e un +300% di casi di melanoma. Insomma, una situazione da inquinamento pesante».

 
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