Non spaccarmi i protoni / n°287
Chernobyl: il mistero dell'assenzio
Chernobyl: il mistero dell'assenzio
  "L’impianto di Chernobyl, per ridurre i costi, era stato costruito con un contenimento solo parziale e ciò aumentò la dispersione della radioattività nell’atmosfera".
di Rita Caputi / foto di Pino Ramos; elaborazione grafica di Aroa Nacar
 

Doveva passare come la primavera più mite che l'Ucraina avesse mai visto da decenni, quel 26 aprile 1986. Tutta la nazione si stava preparando a celebrare il Primo Maggio, la festa più sentita in un paese comunista facente parte dell'Unione Sovietica. Invece, in un attimo, tutto cambiò. L’esplosione del reattore n.4 presso la centrale nucleare di Chernobyl provocò il più grande disastro nucleare nella storia mondiale.

L’esplosione sollevò dalla centrale una serie di nubi cariche di materiale radioattivo che, oltre ad interessare la parte occidentale dell’URSS, arrivarono fino all’Europa orientale e la Scandinavia.
Circa 340.000 persone che abitavano nelle vicinanze della centrale furono evacuate. Le attuali repubbliche di Bielorussia, Russia e Ucraina sono ancora oggi sottoposte a processi di decontaminazione con un aggravio di ingenti costi e l’incidenza di tumori e malformazioni sulla popolazione è molto alta.
La centrale nucleare era composta da quattro reattori che producevano circa il 10% dell’energia elettrica ucraina.

I reattori utilizzati erano gli RBMK-1000, un tipo di reattore a canali, moderato a grafite e raffreddato ad acqua. La particolarità del reattore era quella di operare a coefficiente di vuoto positivo, in pratica se la temperatura aumenta, la reazione nucleare invece di moderarsi aumenta anch’essa. Questi tipi di reattori sono vietati per motivi di sicurezza nelle centrali occidentali, poiché, in mancanza di liquido refrigerante, il reattore deve potersi spegnere autonomamente senza l’intervento umano o attraverso mezzi meccanici.
La Centrale di Chernobyl non produceva solo elettricità per uso civile, ma sembra che fosse utilizzata anche per la produzione di plutonio ad uso militare. La scelta, infatti, di utilizzare la grafite come moderatore, diminuendo la sicurezza, potrebbe essere stata adottata proprio perché ciò avrebbe facilitato la produzione di plutonio -239.

Per delle normali operazioni di manutenzione il 25 aprile 1986 fu pianificato lo spegnimento del reattore numero quattro; approfittando di tale operazione si pensò di eseguire una prova di sicurezza per verificare se, nel caso in cui il circuito di raffreddamento non potesse produrre vapore, la turbina poteva continuare, per inerzia, a produrre energia.
Alle ore 01:23:04 del 26 aprile ha inizio l’esperimento. Si stacca l’alimentazione delle pompe dell’acqua che continuano a girare per inerzia. La turbina viene così scollegata dal reattore e, a seguito del surriscaldamento dell’acqua, i tubi cominciano a riempirsi di vapore. Il reattore RBMK, avendo un coefficiente di vuoto molto positivo, diventa sempre più instabile.

Alle 01:23:40 viene azionato il tasto AZ-5 (Rapid Emergency Defence 5) che serve ad eseguire lo scram, cioè l’arresto di emergenza del reattore e tale operazione fa sì che vengano inserite tutte le barre di controllo, incluse quelle che precedentemente erano già state estratte incautamente.
Solitamente lo scram è eseguito quando vi è un rapido aumento di potenza; in questo caso non è mai stato chiarito il motivo per cui tale procedura fu adottata.
Lo scram causò un rapido aumento della reazione in quanto il meccanismo di inserimento delle barre di controllo avvenne a lenta velocità (circa 18-20 secondi) e la grafite degli estensori rimpiazzò l’acqua di raffreddamento.
L’alta temperatura deformò i canali delle barre di controllo che per questo motivo si bloccarono dopo un terzo del loro cammino e non furono perciò in grado di arrestare la reazione.

La potenza del reattore aumentò fino a circa dieci volte la potenza normale, le barre di combustibile si fusero e la pressione causò una esplosione che fece saltare la copertura del reattore e distrusse gli impianti di raffreddamento. La grafite si incendiò e l’aria entrata dal tetto contribuì ad alimentare l’incendio stesso. L’impianto di Chernobyl, per ridurre i costi, era stato costruito con un contenimento solo parziale e ciò aumentò la dispersione della radioattività nell’atmosfera. Si deve anche tenere presente che furono disattivati i sistemi di sicurezza anche se ciò è proibito dai manuali operativi dell’impianto. Nel rapporto dell’agosto 1986 redatto dalla commissione governativa sovietica si legge che vennero rimosse 204 barre di controllo su 211 presenti, vennero quindi lasciate solo 7 barre anziché almeno 15 come scritto nei manuali operativi.

Senza essere avvisati del reale pericolo sul luogo del disastro furono inviate squadre di vigili del fuoco per spegnere l’incendio divampato e nei mesi successivi soldati dell’esercito ed altri operai furono impiegati nei lavori di pulizia e messa in sicurezza dell’area coinvolta nell’incidente. Anche queste persone non furono informate dei rischi cui andavano incontro e non furono dotate neanche di tute protettive. Subito dopo il disastro furono ricoverate 200 persone, ne morirono 31, molti di loro erano pompieri ed addetti che accorsero per tenere sotto controllo l’incidente. I detriti radioattivi furono radunati dentro ciò che restava del reattore che fu ricoperto con circa 5.000 tonnellate di sabbia lanciata dagli elicotteri. Il tutto fu poi ricoperto da un enorme coperchio d’acciaio, detto sarcofago, per sigillare il reattore esploso ed il contenuto di scorie nucleari.

Subito si cercò di mantenere segreta la notizia dell'incidente di Chernobyl. Infatti, non fu l'Unione Sovietica a diramare l'allarme bensì la Svezia, molto preoccupata del ritrovamento di particelle radioattive sugli indumenti del personale della centrale nucleare di Forsmark. Dopo aver appurato che l’impianto svedese non aveva perdite si cominciò a cercare l’origine di tale radioattività e si capì che il problema doveva trovarsi in qualche centrale nucleare dell’URSS.

Per effetto dei venti la nube carica di particelle radioattive si diffuse verso tutta l’Europa occidentale. In Italia la notizia si diffuse con qualche giorno di ritardo e quando si comprese la gravità del disastro venne consigliato di non utilizzare latte fresco ed insalata di stagione soprattutto a foglie larghe. La prima ripercussione fu l’innalzamento dei prezzi degli ortaggi non coinvolti nel divieto; i pomodori e le patate registrano mediamente un aumento del 50/60%. Per quanto riguarda il latte fresco il divieto fu indirizzato solo alle fasce di consumatori più a rischio (bambini sotto i 10 anni e donne in gravidanza) ma il blocco delle vendite di tale prodotto fu molto più generalizzato. Ad esempio, i furgoni della Centrale del latte di Roma e Milano furono rimandati indietro senza essere scaricati e dai supermercati sparirono nel giro di pochi giorni le scorte di latte a lunga conservazione.

La diffusione delle sostante inquinanti e tossiche nell’atmosfera proseguì, in maniera crescente, dalla notte del 26 aprile fino al 10 maggio, poi cominciò a diminuire a poco a poco. Si deve però pensare al “tempo di dimezzamento” dei radionuclidi: per lo jodio -131 è di circa 8 giorni ma per quanto riguarda il cesio -137 è di circa 30 anni e bisogna tener presente che questo elemento, cadendo al suolo dagli alberi, penetra nel terreno e raggiunge le radici ed i germogli della vegetazione circostante. Per fortuna oggi, ad esempio, i funghi hanno un livello di cesio insignificante.
Nel nostro paese, nel novembre del 1987, tre referendum bocciarono, a larga maggioranza, la localizzazione delle centrali, la partecipazione alla costruzione di centrali all’estero e i contributi ai comuni che approvavano la costruzione di centrali sul loro territorio. Di fatto dalle urne fu decisa l’uscita dell’Italia dal nucleare.

 
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