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"Qualcuno era comunista" cantava Gaber, chi perché era nato in Emilia, chi perché prima era fascista, chi perché guardava alla Russia come una promessa e chi perché magari non gli avevano detto tutto.
A credere in quella promessa sono stati in molti nel corso degli anni in Italia, ma poi il muro di Berlino è crollato e con lui è morta anche l’ideologia marxista, che si è sbiadita lentamente, come una vecchia foto in bianco e nero.
Il partito comunista è morto a settant’anni, dopo una lunga e onorata carriera, per il cui giudizio globale bisognerà aspettare ancora qualche anno.
Era nato nel 1921 a Livorno con il nome di Partito Comunista d’Italia (PcdI), ad opera di alcuni fuoriusciti del partito socialista italiano, del quale condannavano la posizione debole nei confronti del fascismo. I suoi fondatori erano Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini, Amedeo Bordiga e Camilla Ravera, essi si rifacevano ai principi guida della rivoluzione d’ottobre in Russia e alla figura di Lenin. Le due anime di questo partito erano Gramsci e Togliatti, l’uno sognatore, ideologo, giornalista; l’altro politico realista. I due si erano incontrati all’università di Torino, dove Antonio frequentava la facoltà di Lettere, mentre Palmiro quella di giurisprudenza. Erano entrati nel Partito socialista tra il 1913 e 1914, avevano scritto entrambi per il giornale “Ordine Nuovo” fondato dallo stesso Gramsci e infine avevano appoggiato la rivolta operaia torinese del 1919. Nel 1922 Gramsci, a Mosca in veste di rappresentante del partito comunista italiano, viene nominato delegato del pcdi nella Terza Internazionale. Ma qualcosa incomincia a cambiare.
Nel 1924 muore Lenin e nel terzo congresso del partito nel ‘26 Gramsci critica la linea politica intrapresa da Stalin e Bucharin. Il ‘26 coincide con la messa al bando di tutti i partiti in Italia a seguito delle leggi fascistissime, Togliatti ripara in Russia dopo un’aggressione da parte dei fascisti, mentre Gramsci viene arrestato l’anno successivo. Incominciano i lunghi anni di carcere di Gramsci, che viene condannato a 20 anni di reclusione per la sua attività politica. Prima nel carcere di Milano, poi in quello di Turi (Bari). È proprio qui che finalmente gli viene concessa la possibilità di scrivere: questi appunti di prigionia tenuti dal 1929 al 1937 diventeranno i “Quaderni dal carcere”. In Gramsci d’ora in poi lo scrivere e il lottare contro la malattia andranno di pari passo. Verrà liberato soltanto nel 1937 e dopo poco morirà in clinica per un’emorragia.
Durante la prigionia di Gramsci, prende il comando del partito Togliatti, che nel 1927 ne era diventato segretario. Togliatti, avendo preso la cittadinanza russa ed essendo membro di spicco del partito comunista italiano, nel 1936 viene mandato in Spagna come segretario della Terza Internazionale. Ritorna in Italia soltanto nel 1944, dove da Salerno invita i compagni a rimandare il problema dell’assetto istituzionale alla fine della guerra.
La fine del conflitto sancisce il passaggio dalla monarchia alla repubblica, si forma un’assemblea costituente con il compito di redigere il testo della neonata repubblica. Alla stesura partecipano tutte le componenti che avevano lottato contro il fascismo: cattolici, comunisti, socialisti, repubblicani e monarchici. L’Italia è retta da un governo di “unità nazionale” dove vi sono sia i democristiani di De Gasperi che i comunisti di Togliatti, quest'ultimo nominato ministro della giustizia. Sarà proprio Togliatti a promulgare, nella sua veste di ministro, il provvedimento di amnistia nei confronti degli ex fascisti. Ma nel 1947 De Gasperi esclude le sinistre dal governo: una posizione netta nei confronti del comunismo e socialismo era il prezzo che l’Italia doveva pagare per avere diritto ai futuri aiuti americani.
Un evento inatteso sembra mettere in crisi il delicato equilibrio italiano: il 14 luglio 1948 Antonio Pallante, un simpatizzante di estrema destra, spara tre colpi di pistola a Togliatti, mentre questi usciva dal parlamento. Il segretario è portato al Policlinico e operato d’urgenza. Ancora convalescente lancia un comunicato nel quale invita le migliaia di dimostranti, scesi nelle strade delle maggiori città italiane, a tornare a casa. In quegli anni i rapporti con l’Urss di Stalin restano stabili, Togliatti segue fedelmente le direttive del partito madre. Ma nel 1956, quando al XX congresso del Pcus Kruscev denuncia i crimini stalinisti, Togliatti tace. Il segretario continua a tacere anche quando i carri armati russi invadono l’Ungheria
La lunga riflessione scritta di Togliatti confluirà, invece, in quello che è chiamato “memoriale di Yalta”, incominciando ad analizzare la situazione economica italiana e comprendendo che il capitalismo italiano per la prima volta sta raggiungendo un livello internazionale. Inoltre ritiene che si possa attuare una “via italiana al socialismo”, in modo tale da poter dare inizio ad una serie di riforme strutturali non solo essenziali per il paese ma che serviranno a farlo avanzare verso il socialismo. Assiste alla nascita dei governi di centro-sinistra dal 1963 al 1966 e la giudica nei seguenti termini: «può essere un’operazione trasformistica, ma può essere l’inizio di un rinnovamento». (1) Le conclusioni saranno velate d’amarezza, il segretario affermerà infatti che in Italia «la sola azione sistematica volta ad intaccare le strutture, coronata da un successo non trascurabile, è stata, in tutto questo periodo, la lotta dei sindacati per l’aumento dei salari e l’accrescimento del loro potere contrattuale. La sola riforma delle strutture è stata quel tanto di aumento delle retribuzioni, che il movimento sindacale è riuscito a imporre». (1)
Togliatti, sopravvissuto all’aggressione fascista, alla guerra civile spagnola e all’attentato, morirà in Ucraina, a Yalta per un’emorragia celebrale il 21 agosto del 1964. Al suo funerale, a Roma, un milione di persone andranno a salutarlo.
Intanto l’esperienza dei governi di centro-sinistra volge al termine, ma porta con sé importanti riforme: la creazione della scuola media unificata e la nazionalizzazione dell’energia elettrica.
Nel partito comunista italiano intanto si contrastano due linee guida: da una parte quella di Giorgio Amendola che propone un’unificazione delle forze a sinistra e dall’altra quella di Pietro Ingrao che propone un dialogo con i cattolici. Il ’68 coglie il partito comunista italiano impreparato. Migliaia di giovani italiani si riversano in piazza, occupano le università, rivendicano cambiamenti strutturali alla società italiana e alla politica. Si formano molti gruppi extraparlamentari di ispirazione marxista, che si distaccano dal partito comunista. È forse proprio in questi anni che si verifica quello scollamento tra la base del Pci e la dirigenza, che porterà conseguenze gravi negli anni successivi.
Il 21 agosto di quel ’68 i carri armati sovietici invadono Praga, mettendo fine a quel “comunismo dal volto umano” che il segretario del partito comunista cecoslovacco Dubcêk aveva cercato di realizzare. Questa volta il Pci condanna l’intervento sovietico definendolo "grave e ingiusto".
L’anno successivo durante il XII congresso del Pci, avviene un fatto mai accaduto: una corrente si oppone alla linea generale del partito. Rossana Rossanda e Luigi Pintor propongono insieme a altri il ritorno ad un’azione rivoluzionaria del Pci. Vengono espulsi e fondano il giornale “Il Manifesto”.
Nel 1972 Luigi Longo, succeduto alla segreteria dopo la morte di Togliatti, del quale era stato amico e stretto collaboratore, si dimette per motivi di salute. Il nuovo segretario è Enrico Berlinguer che si pone come primo obiettivo quello di spostare l’asse della politica italiana a sinistra.
Nell’autunno dell’anno successivo dalla pagine di “Rinascita” Berlinguer, colpito dai fatti cileni, lancerà la proposta di un “compromesso storico”. Il segretario sostiene che è da evitare una «saldatura stabile e organica tra il centro e la destra, a un largo fronte clerico-fascista». Il paese ha bisogno di un’alternativa democratica, di una collaborazione tra forze comuniste, socialiste e cattoliche, per uscire dalla crisi economica. La Dc non è riuscita nell’intento di isolare il partito comunista con l’esperimento del centro-sinistra. Berlinguer conclude che «la gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande “compromesso storico” tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». (2)
Ma il paese non è provato soltanto dalla crisi economica, ma anche da un’ondata di violenza causata da azioni terroristiche di gruppi eversivi di sinistra come le Brigate Rosse e da azioni di gruppi di estrema destra o addirittura imputabili a settori deviati dei servizi segreti, che colpivano lo Stato per indebolirlo e costringerlo a ridimensionare il suo assetto democratico.
Nel febbraio del 1976 Berlinguer è a Mosca al XXV congresso del Pcus, nel quale parla per la prima volta di “eurocomunismo” ovvero di un socialismo che rispetti la libertà individuale. A marzo dello stesso anno Berlinguer afferma di accettare la Nato, il 5 luglio Pietro Ingrao, comunista storico, è presidente della Camera dei deputati: si stanno preparando le condizioni per un ingresso del Pci al governo, soprattutto dopo l’ottimo risultato elettorale.
Gli anni che vanno dal ’76 al ’78 sono quelli dei governi di “solidarietà nazionale”, nei quali con la “non sfiducia” il Pci permette alla Dc di formare i governi. È la stagione dell’ “autunno caldo”, nella quale ricominciano le proteste di studenti e operai che si sentono “traditi” dall’atteggiamento del Pci.
Le Br diventano minacciose, gambizzano giornalisti e rapiscono giudici, magistrati e il 16 marzo del 1978 rapiscono a via Fani l’onorevole Aldo Moro: durante il sequestro lampo la scorta di Moro viene trucidata. La linea della Dc è dura, non si tratta con i rapitori, anche il Pci concorda, soltanto il Psi propone di trattare con i brigatisti che richiedono la scarcerazione di alcuni compagni. Il papa Paolo VI dal balcone di San Pietro fa un appello ai rapitori affinché lo rilascino. Il 9 maggio il cadavere di Moro viene trovato nel bagagliaio di una macchina a via Caetani, a metà strada tra via delle Botteghe Oscure e piazza del Gesù. Il 13 maggio a Roma vengono celebrati i funerali di Moro che richiamano un milione di persone, proprio come era stato per Togliatti.
Ormai la stagione di collaborazione tra comunisti e democristiani può dirsi conclusa, qualcuno dirà a causa della prematura scomparsa di Moro, ma secondo lo storico Pietro Ignazi «il compromesso storico non era una strategia di lungo periodo ma una contingenza imposta dall’eccezionalità delle sfide: era un progetto a termine che sarebbe tramontato comunque, con o senza Moro. La scomparsa del leader democristiano non è quindi la causa determinante del fallimento dell’incontro tra democristiani e comunisti, anche se può essere stata un acceleratore». (3)
Gli anni ’80 si aprono con la caduta di un aereo di linea diretto a Palermo, presso Ustica. Insieme ai resti dell’aereo verranno trovati le parti di un Mib libico. Ma anche con la bomba alla stazione di Bologna ad agosto e, a livello internazionale, con l’inizio della guerra Iran- Iraq. Il partito di Berlinguer si trova ad assistere prima all’invasione sovietica dell’Afghanistan e poi, nel 1981, al colpo di stato in Polonia, dove il generale Jaruselski prende il potere con l’appoggio dell’Unione Sovietica. Berlinguer condanna il colpo di stato in Polonia, dichiarando “esaurita la forza propulsiva della Rivoluzione d’ottobre”. Lo strappo con l’Urss è ormai evidente, d’altronde, come sottolinea Ignazi «La politica sovietica mette in difficoltà il Pci: l’invasione in Afghanistan, il dislocamento dei nuovi missili SS-20 contro l’Europa, il rinnovato attivismo in Africa e infine la regia del colpo di Stato polacco sono tutti episodi critici che il Pci deve gestire sia sul fronte esterno - i rapporti con l’Urss - sia sul fronte interno - la dimostrazione di indipendenza e affidabilità democratica». (4)
Ma Berlinguer non fa in tempo a traghettare il suo partito al di là di tutto questo, perchè il 7 giugno 1984 a Padova, durante un comizio, è colpito da un’emorragia celebrale. Il 12 giugno è un mercoledì, due milioni di persone sono insieme al segretario per accompagnarlo nell’ultima manifestazione.
La storia del Pci da questo momento in poi diventa ancora più legata alle vicende internazionali. Nel 1985 Michail Gorbaciov viene eletto segretario del Pcus, le sue parole d’ordine sono glasnost, (trasparenza) e perestroika (ristrutturazione). Sarà proprio Gorbaciov a creare le condizioni per il crollo del muro di Berlino il 9 novembre dell’89. Con il muro viene spazzata via Urss: per i partiti comunisti occidentali si apre una fase di autovalutazione.
In Italia il segretario del Pci Achille Occhetto lancia da Bologna una mozione per cambiare il Pci, partendo dal nome e dal simbolo. La mozione Occhetto verrà votata dal 67,7% dei tesserati, portando così alla famosa “svolta della Bolognina”. Nasce, sulle ceneri del Pci, il Partito democratico di Sinistra, il cui simbolo è una quercia con la falce e il martello alla base. Molti vecchi comunisti non rinnovarono più la tessera, mantenendosi idealmente fedeli ad un partito che non c’era più.
Sono passati quasi vent’anni e con il vecchio partito sono scomparsi anche i leader di un tempo, ormai riesce difficile pensare ad un segretario dei democratici di sinistra che riesca a far confluire ai suoi funerali un milione di persone. Forse il comunista si è nascosto oppure è diventato berlusconiano, ormai è disilluso, lui che un tempo era comunista «perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché era disposto a cambiare ogni giorno, perché sentiva la necessità di una morale diversa, perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita». (5)
Link:
(1) www.gramsci.it/pdf/taviani
(2) articolo di E. Berlinguer, Rinascita, 1973.
(3) P. Ignazi, I partiti e la politica dal 1963 al 1992, in Storia d’Italia, p. 182 , Roma 1999.
(4) Idem, p. 188.
(5) G. Gaber, Qualcuno era comunista, La mia generazione ha perso.
Bibliografia
- G. Sabbatucci e V. Vidotto, Storia d’Italia, l’Italia contemporanea, Laterza, Roma- bari 1999.
- A. Giardina, G. Sabatucci, V. Vidotto, L’Italia Repubblicana, Laterza, Roma-Bari 1997.
- www.lastoriasiamonoi.it
- www.antoniogramsci.com
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