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Il 3 dicembre 1976 l’allora Ministro della Pubblica Istruzione Franco Malfatti presenta un piano di riforma universitaria che elimina diverse conquiste della lotta studentesca del Sessantotto: prevede infatti la liberalizzazione dei piani di studio, l’abolizione degli appelli mensili e, soprattutto, l’aumento delle tasse universitarie.
Questo passo indietro fa sì che tutto il mondo universitario si mobiliti, e fin dal gennaio 1977 iniziano le occupazioni delle varie università italiane, prima Palermo e poi, il primo febbraio, La Sapienza di Roma.
Non sono affatto proteste pacifiche: iniziano gli scontri di piazza per le strade della città universitaria con i gruppi di destra, e proprio quel primo febbraio viene colpito alla testa da un proiettile Guido Bellachioma, uno studente ventiduenne del collettivo di Lettere. Lo scontro si esacerba sempre di più, in un crescendo di violenza che si nutre di giorno in giorno delle notizie delle vittime: gli studenti e gli autonomi manifestano e assaltano la sede del Fronte della Gioventù di Via Sommacampana e gli scontri degenerano a Piazza Indipendenza, dove viene colpito un agente della Questura, Domenico Arboletti, e due studenti di Autonomia Operaia, poi arrestati.
Le manifestazioni si susseguono, e il 9 febbraio durante un corteo per la liberazione dei due studenti arrestati compaiono gli Indiani metropolitani, studenti travestiti da pellerossa; a parte, manifestano le donne, divise dal resto del corteo per rimarcare la differenza di genere dagli uomini. Il movimento variegato composto dagli studenti e dagli autonomi si stacca dalla linea ufficiale del Partito Comunista, e dai giovani della Federazione, che sostengono, pur con molte perplessità e dissensi, la linea del Partito. Nel comizio che tiene alla Sapienza Luciano Lama, segretario della Cgil, nel vano tentativo di avviare un confronto con gli studenti e di calmierare gli estremismi che si prefigurano sempre più nutriti di militanti e sempre più pericolosi, blindato dal servizio d’ordine del Partito, dei giovani comunisti e del sindacato, in un clima incandescente, è oramai chiaro che vi è una frattura insanabile tra la sinistra ufficiale, da un lato, e i movimenti dall’altro, che degenerano in una rissa, emblema dell’impossibilità di far coesistere queste due anime della sinistra.
“Era la prima volta che un sindacalista di quel calibro veniva aggredito - racconta Clara Tonini, iscritta al PCI dal 1971 - riuscirono appena a sottrarlo alle sassaiole i compagni del servizio d’ordine del Partito...”.
Poche settimane dopo, a Bologna, la tensione raggiunge il suo apice, con l’irruzione di un gruppo di autonomi all’università, durante una riunione di Comunione e Liberazione: la reazione delle forze dell’ordine è inflessibile, scoppia la guerriglia e Francesco Lorusso, un militante di Lotta Continua, viene ucciso da un proiettile sparato da un carabiniere. Proprio questa reazione delle forze dell’ordine da un lato e la pozione del Partito Comunista, dall’altro, che, nella prospettiva di un possibile - e poi mai raggiunto - compromesso storico con la Democrazia Cristiana, ha nel frattempo inaugurato quella politica dell’austerità contro la quale gli studenti si scagliano, scatenano una sequela di scontri molto violenti.
Il diritto a manifestare, i poteri della polizia, la detenzione preventiva, la riforma carceraria, tutte problematiche che il PCI ha lasciato temporaneamente da parte sono gli inni di battaglia dei movimenti: al grido del sinistro slogan “Attento poliziotto, è arrivata la compagna P38!”, lo scontro nelle piazze si copre di sangue, e le pistole compaiono nelle mani degli autonomi, degli studenti, nei cortei. E non solo.
Elisabetta Barrella, iscritta alla Federazione italiana dei Giovani Comunisti dal 1974, ancora liceale negli anni caldi della guerriglia urbana, della presunta incipiente Rivoluzione, ricorda così quel periodo: “Io avevo diciassette anni, andavo al Liceo Mariani nel quartiere Prati; eravamo tutti impegnati politicamente, ma alla fine provenivamo da famiglie piuttosto benestanti. Fu un periodo molto drammatico, soprattutto sentire il distacco, la differenza tra quando si hanno quindici anni e si può essere anche un po’ irresponsabili, e la maggiore età, con la responsabilità delle proprie azioni. L’idea della Rivoluzione ci affascinava tutti, noi ragazzetti del liceo; ma le implicazioni che aveva le capii quando vidi per la prima volta girare una pistola dentro la scuola, e capimmo tutti quanto 'pesava'. Prendemmo atto della realtà in modo drammatico, tutti; una minima parte continuò a pensare che quella fosse una strada possibile, giusta, ma il 90% di noi scelse di rifiutare questa forma. Mi ricordo che la mattina prendevo l’autobus sempre insieme ad un’altra ragazzetta che andava a scuola a Piazza Fiume, un po’ cicciotella, tranquilla, che si mangiava sempre la mela perché doveva dimagrire; non era una delle più impegnate. Anni dopo, nel 1982-'83, ho visto una sua foto sul settimanale Panorama, aveva avuto la delirante idea di entrare in un gruppo armato ed era stata arrestata per aver partecipato ad un’azione brigatista. Mi fece molta impressione questo fatto”.
Ma quali erano i motivi, le cause della spaccatura insanabile che si profilava nella sinistra e che aveva diviso i militanti tra i fedeli al partito e la galassia del movimentismo, con gli annessi gruppi extraparlamentari eversivi? I primi nuclei delle Brigate Rosse si erano costituiti a Milano nel 1970, dall’esperienza delle fabbriche e delle università: inneggiavano al marxismo-leninismo, al maoismo, al guevarismo. Il rapporto con l’esperienza precedente, quella del Sessantotto, e con alcuni gruppi extraparlamentari era dato dalla concezione del potere e dalla lotta contro la sua forma centralizzata, che si riproduceva in una miriade di centri.
«All’inizio degli anni Settanta la sola forma di terrorismo praticata in Italia era lo stragismo, la cui matrice si sia trattato della estrema destra, di settori deviati dei servizi segreti italiani o di servizi segreti stranieri, non era di sinistra», come sottolinea Aurelio Lepre (1). La sinistra italiana aveva accolto infatti con estrema incredulità la versione ufficiale della morte di Feltrinelli, poiché l’immagine del guerrigliero era ancora lontana dal panorama politico italiano. Come sottolinea Lepre, infatti, anche se le condizioni sociali dei decenni precedenti erano state molto più difficili e complicate, e la repressione era decisamente molto più incisiva, tuttavia non c’era stato spazio alcuno per azioni devianti di matrice terroristica: queste ebbero ampio spazio solamente quando si delineò una frattura nel monolitico blocco ideologico del Partito Comunista tradizionale.
I militanti dei gruppi rivoluzionari che avevano trovato in Lotta Continua e negli altri gruppi extraparlamentari un’espressione e una rappresentazione, si ritrovavano quindi a fronteggiare una sorta di vuoto politico a sinistra del Partito Comunista, la cui linea politica si andava sempre più differenziando dalla linea marxista che i gruppi invece professavano con sempre più vigore. Proprio questa frattura - che si andava già delineando dalla metà degli anni Sessanta - all’interno del movimento comunista internazionale, tra la tradizione marxista-leninista e le nuove tendenze che avevano come punto di riferimento le esperienze rivoluzionarie dell’America Latina, come la rivoluzione cubana e il guevarismo, apre la strada, in alcuni gruppi extraparlamentari, all’idea che la lotta armata sia strumento necessario per far vincere la Rivoluzione.
Tuttavia, non essendo possibile organizzare una lotta armata di massa, i gruppi rivoluzionari extraparlamentari riesumarono un altro mezzo di lotta: il terrorismo. Quello che ritroviamo nelle città italiane della fine degli anni Settanta è un terrorismo che si avvicinava più ad una sorta di guerriglia, condotta da piccoli gruppi, certamente coesi e pericolosi ma tuttavia soli, privi di quel sostegno armato di massa che i teorici della lotta armata sognavano come segno evidente della Rivoluzione incipiente. A differenza del terrorismo anarchico, che era connotato dall’azione individuale del singolo oppure, a differenza di quello stragistico, totalmente indiscriminato, atto a colpire quante più persone - o simboli - possibile, il terrorismo che si sviluppa in Italia è selettivo, e i gruppi scelgono molto accuratamente la vittima da colpire, per ciò che rappresenta e per il clamore che susciterà quella data azione nei suoi confronti, che sia sequestro, ferimento, omicidio.
L’oramai tristemente famoso slogan delle Brigate Rosse, che passarono ben presto ad agire in clandestinità e, soprattutto, nelle città, considerate il centro del sistema, quell’infausto “attacco al cuore dello Stato” fu sferrato attraverso una sequela di attentati che costarono la vita a molti: dal giudice Francesco Coco, ucciso nel 1976, al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro, segretario della Democrazia Cristiana, l’azione delle BR nel corso della seconda metà degli anni Settanta alzò il livello di tensione e di terrore. La crisi economico-sociale che aveva colpito l’Italia all’inizio del decennio, con la crisi petrolifera del ’73 e il conseguente squilibrio che si era creato nell’economia internazionale, si intrecciava indissolubilmente con il periodo più caldo delle battaglie per i diritti civili, il referendum per il divorzio e quello per la legge 194, sull’interruzione volontaria di gravidanza, ed il clima politico e sociale si andava incrinando sempre di più, lasciando spazio all’emersione di forze eversive che cavalcavano l’onda di dissenso e la voglia di azione.
Il biennio 1977-1979 vide la nascita di nuclei combattenti per la Rivoluzione che si allineavano con le Brigate Rosse, responsabili di numerosissimi omicidi, sequestri. Tuttavia, esaurirono la loro forza e la loro esperienza nell’arco di pochi anni, con qualche strascico all’inizio degli anni Ottanta: il rapimento e l’uccisione di Moro, in questo senso, segnarono insieme l’acme e l’inizio della fine di queste esperienza.
Va sottolineato inoltre che non si era mai costituito un sostrato consistente di militanti e sostenitori della lotta armata, e l’idea di un esercito proletario che innescasse e portasse poi a compimento il processo verso la Rivoluzione non era poi suffragata da dati reali: Prima Linea, una delle formazioni clandestine più attive, contava circa duecento militanti e un massimo di duemila simpatizzanti, mentre le BR avevano un corpo di circa trecento regolari e più o meno tremila simpatizzanti (2). La maggior parte dell’opinione pubblica, anche di sinistra, era totalmente contraria a queste azioni e sosteneva le forze dell’ordine: l’idea dei “poliziotti figli del popolo” che Pier Paolo Pasolini esprimeva provocatoriamente ad una sinistra da sempre diffidente nei confronti dell’arma della polizia e dei carabinieri, era in questo momento forse più compresa che in altri momenti, poiché gli ottantamila carabinieri e i centomila poliziotti schierati contro i gruppi eversivi svolgevano un ruolo essenziale nella tutela e nello smascheramento dei gruppi terroristici, a costo anche della propria vita, come i due uomini della scorta morti a fianco del giudice Coco l’ 8 giugno 1976 o i cinque uccisi in Via Fani a Roma, durante il rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo 1978.
Queste morti, d’altro canto, dimostravano quanto fosse tristemente chiaro l’esito e lo sviluppo dell’azione contro le Brigate Rosse: non poteva esserci alcun margine di trattativa, poiché le BR non avevano rivendicazioni politiche da avanzare, ma davano piuttosto alle azioni terroristiche un valore militare, per destabilizzare e creare ulteriori fratture in un sistema in cui non volevano integrarsi ma che volevano sovvertire.
L’azione delle Brigate Rosse si era indirizzata a partire dal 1976 non più contro quello che veniva definito “neogollismo”, ossia il progetto delle Democrazia Cristiana di raggruppare tutte le forze politiche di destra e creare un blocco unico, quanto piuttosto contro la democratizzazione dello Stato, innescata e, in caso di successo, accelerata dal “compromesso storico” tra Berlinguer e Moro che avrebbe dovuto portare all’alternanza: di fatto, il caso Moro accelerò l’entrata del PCI nella maggioranza, a fianco della Democrazia Cristiana, sotto condizioni altrimenti non considerabili se non vi fosse stata l’emergenza di fronteggiare e debellare l’eversione terrorista.
"Il momento è tale che tutte le energie devono essere unite e raccolte perché l’attacco eversivo sia respinto con il rigore e la fermezza necessari", proclamava Enrico Berlinguer, nella difesa della democrazia che era non solo necessaria, ma indispensabile. Le vittorie politiche del PCI nella maggioranza, però, furono assai scarse: le dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone e l’elezione di Sandro Pertini al suo posto, proposto da Bettino Craxi, non lenirono il malcontento nel Partito per l’appiattimento su posizioni molto centriste; anzi, peggiorarono ulteriormente i rapporti col partito Socialista e, di conseguenza, con tutto il blocco di maggioranza.
Ornello Stortini, iscritto anche lui al PCI dal 1974, ricordando quegli anni sottolinea come la democrazia non fosse un bene dei “padroni”, ma di tutti, anche della classe operaia: "La strada della democrazia era un capisaldo per affermare i diritti, e bisognava difendere gli istituti attraverso i quali la rappresentanza si esprime, contro l’attacco che veniva portato alla struttura democratica del paese", anche manifestando a fianco della DC - cosa impensabile all’epoca, in situazioni di normalità - per chiedere la liberazione di Moro e poi per protestare contro la sua tragica fine.
L’esperienza della Rivoluzione della Sinistra del Settantasette si chiude con molti strascichi e, ovviamente, confronti con gli anni del Sessantotto: di fatto, i movimenti del ’77 non sono paragonabili alla rivoluzione del ’68, che aveva investito non solo l’Italia, ma l’Europa, l’America, con un impeto e una forza ineguagliabili e, sopratutto, non riscontrabili con i fatti del decennio successivo. La rivoluzione sessuale, sociale, politica del Sessantotto, con la musica e i piedi nudi per le strade, Parigi e la Sorbona, l’America e Woodstock, le lotte studentesche in Italia e la liberazione dai costrittivi dogmi di una sessualità governata dai moniti cattolici, era stata su tutti i fronti estremamente “vissuta” dai giovani e non solo; per cifre e numeri, la partecipazione che ritroviamo negli anni Settanta, connotati dall’aspetto politico della protesta e non tanto da quello sociale invece molto forte precedentemente, è nettamente inferiore e scarsamente paragonabile. Oltretutto, la spettacolarizzazione della politica si accentuò molto nel Settantasette, tanto da far pubblicare sul quotidiano di Lotta Continua il 5 luglio un manifesto scritto da Michel Foucault, Roland Barthes e Jean-Paul Sartre per sottolineare i gravi eventi e la repressione che si stava abbattendo “sui dissidenti in lotta con il compromesso storico”.
La morte di Giorgiana Masi, il 12 maggio 1977, uccisa in Viale Trastevere da un proiettile durante gli scontri seguiti a una manifestazione che vede miriadi di agenti in borghese, armati, e la morte di Walter Rossi, uno studente universitario militante di Lotta Continua, a Bologna, il 30 settembre, ucciso da un gruppo di neofascisti, sono i casi tragicamente emblematici di un anno rovente, insanguinato, fuori controllo, che esaurisce la sua esperienza solo molti anni dopo, quando viene definitivamente debellato il terrorismo, con i processi degli anni Ottanta, le fughe di quei “cattivi maestri” all’estero, l’autocritica e la presa di coscienza dei protagonisti.
Domenica 4 marzo (2007), nella giornata di votazione del Congresso di Sezione per le tre mozioni (Fassino, Mussi, Angius) che stabilirà quale linea, se a favore del Partito Democratico o meno, verrà portata al Congresso Nazionale dei Democratici di Sinistra, abbiamo raccolto queste impressioni, questi ricordi, queste speranza di una linea continua, di un fil rouge attraverso le esperienze dell’89, con la Bolognina e la fine del PCI, divenuto PDS e poi DS, e il 2008, anno dell’eventuale nuovo, epocale cambiamento verso la costituzione di un Partito Democratico che abbia al suo interno anche la componente centrista, la Margherita.
Dei vecchi militanti del PCI che lottavano trent’anni fa, con Clara, Elisabetta e Ornello, non tutti sono più iscritti al Partito; alcuni sono passati a Rifondazione, altri semplicemente hanno abbandonato l’impegno politico. La partecipazione e l’attivismo hanno lasciato il passo alla vita privata: “Di quelli con cui sono cresciuta - racconta Elisabetta - molti non sono più iscritti; altri sono morti, purtroppo, oppure stanno al di fuori, votano e si riconoscono nel centrosinistra ma, da professionisti di quel ceto medio riflessivo che vuole l’uguaglianza, i servizi sociali, pensano ai propri figli, alla propria vita. Ma nei tre milioni che ha portato in piazza Cofferati nel 2003, eravamo tutti lì”.
Biografia:
1) Aurelio Lepre, Storia della Prima Repubblica. L’Italia dal 1943 al 1998, Il Mulino, Bologna 1999; p. 279
2) Ibidem, p. 283
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