Crisi Sinistra / n°286
Oh partigiano, portami via...
Oh partigiano, portami via...
  "Uno come me, che ha fatto la guerra di liberazione, aspira ad un mondo diverso. Un mondo che sia degno dell’uomo e l’uomo degno del mondo…Tutti, il laico, il cristiano, il musulmano, il cattolico, ci dobbiamo porre il problema di come salvare il mondo, nonostante prevalga una società edonista ed egoista" - Massimo Rendina (Presidente ANPI)
di Francesca De Marco / foto di Pino Ramos
 

Massimo Rendina, classe 1920: il coraggio di “confrontarsi” con la storia, con i suoi errori, orrori e trionfi. Il partigiano, Presidente dell’ANPI (Associazione Nazionele Partigiani d'Italia), racconta la guerra di Resistenza, con la saggezza di chi vorrebbe, fra false parole ed etica politica, “un mondo degno dell’uomo e l’uomo degno del mondo”.

Andiamo indietro nel passato, febbraio-marzo 1943: l’Italia perde sul fronte russo e africano. Il 9 luglio 1943 gli alleati sbarcano in Sicilia. Il 25 luglio il Gran Consiglio destituisce il Duce e il governo passa nelle mani di Badoglio. Il generale l’ 8 settembre del 1943 annuncia l’armistizio in base al quale si dovevano cessare le ostilità contro le forze anglo-americane. In tutto questo caos e vuoto politico, lei dove si trovava e soprattutto cosa provava?

“Io mi trovavo casualmente a Torino, perché ero andato trovare la mia famiglia. Ero un ufficiale in servizio permanente. Avevo avuto, rientrato dalla Russia, una lunga licenza per infermità e stavo aspettando che mi venisse rinnovata. I tedeschi entrarono a Torino non l’8 settembre. Mentre ci fu l’aggressione delle truppe tedesche in quasi tutta Italia fra l’8 e 9 settembre, a Torino entrarono il 13 settembre. Io ebbi una forte impressione, sentendo alla radio l’invito di Badoglio a resistere contro qualsiasi nemico che si fosse profilato nei confronti dell’Italia. E’ un invito molto equivoco, poi occorreva assumersi delle responsabilità. Io me le assunsi immediatamente, perchè Badoglio rappresentava quel governo che io consideravo legittimo rispetto a tutto quello che poteva accadere. Quindi la mia ubbidienza di ufficiale si rivelò come unico atto che io potessi compiere. Avevo delle forti critiche nei confronti della corona soprattutto del re Vittorio Emanuele III per la sua complicità con il fascismo, per i suoi avalli ad una politica di aggressione, che poi si era concretizzata anche nell’avventurismo militare.

Noi non avevamo armi adatte, né vestiario idoneo, né preparazione. Il corso di allievi ufficiali che io frequentai, era come se si fosse svolto trenta anni prima. Insomma questa nostra impreparazione, questo tifo petecchiale che mi aveva fatto rientrare dalla Russia con un treno speciale, il tutto pochi giorni prima della disfatta! Ebbene, tutti questi sentimenti scatenarono in me un’avversione non solo contro l’invasore tedesco, ma anche i contro i fascisti, che non si fecero vedere neanche il 25 luglio. Io ero già antifascista; anche prima del 25 luglio, partecipavo a delle riunioni con dei cattolici di sinistra (la sinistra cristiana), che sarebbero diventati i comunisti cattolici”.


Chi è e chi non è un partigiano?

“Sul piano storico il partigiano è colui il quale combatte contro l’invasore. Sul piano nostro, patriottico, non si combatteva contro uno che arrivava a casa tua e se ne voleva impadronire, ma c’era il fatto che questa casa tua era la patria. Ci fu una forte componente patriottica. Tuttavia bisogna anche dire che chiunque abbia fatto quella scelta, soprattutto dopo l’8 settembre, l’ ha effettuata in modo del tutto individuale. La Resistenza è fatta di piccole storie unite insieme. Ci furono anche molti che raccolsero l’appello dei fascisti a collaborare con i nazisti, ma che poi entrarono nelle file dei partigiani. Quindi si tratta di tante storie, con un loro personalissimo percorso, che avevano alcune linee guida: l’amor di patria, la necessità di sconfiggere un nemico. Molti giovani ufficiali come me, in quella situazione, si sentivano spogliati, nudi, ma pronti nonostante tutto ad indossare i panni stracciati del partigiano. Improvvisammo tutto, non avevamo armamenti. Le unità che nacquero dopo l’8 settembre erano gruppi scoordinati fra loro. Solo i comunisti erano molto, molto provveduti sul piano della clandestinità e dell’organizzazione. Successivamente anche gli altri partiti si organizzarono con il CLN (Comitati di Liberazione Nazionale). Questo clima lo si percepì in un secondo momento, in un primo momento ci fu lo spontaneismo. Già nel sud, come racconta Bocca, con grande intelligenza, ci furono questi piccoli movimenti anarchici determinanti per la fisionomia della stessa Resistenza in un’ Italia sconvolta e distrutta.

Questi movimenti manifestarono la loro forza nelle quattro giornate di Napoli. Si trattò di una rivolta con i tre elementi importanti della Resistenza: il moto popolare, i militari, l’amore di patria, la necessità di restituire questo senso di appartenenza ad un territorio, ad una nazione. Una nazione per tanto tempo asservita al fascismo, nel senso che era tutto concentrato nelle mani dello stato. Lo stato annullava l’individuo; l’individuo e lo stato erano soggetti ad una autorità superiore, piena di fascino, che non sbagliava mai. Mussolini non sbaglia mai, Mussolini ha sempre ragione: questi erano gli slogan di una ideologia semplicemente assurda, anche dal punto di vista storico se raffrontata alle altre ideologie autoritarie. Lo stesso nazismo è tutt’altra cosa.
Caratteristica della Resistenza era, come le accennavo, portare avanti una guerra del tutto improvvisata, la guerriglia. Noi ci coalizzammo lentamente, per modo di dire, perché un giorno lì era come fosse un anno, cioè c’era una evoluzione veloce della storia. Ebbene in quel momento noi inventammo un nuovo tipo di guerra adatta al nostro territorio. E’ singolare che in questa guerra, il governo ufficiale, incarnato dal re Vittorio Emanuele III e da Badoglio, non credeva. Non solo non credeva, ma la temeva. Nei primi giorni dell’organizzazione della Resistenza, di cui faceva parte anche il colonnello Montezemolo, responsabile del centro militare clandestino a Roma, arrivò ai comandi militari partigiani l’ordine di non combattere contro i tedeschi”.


Si parla poco del ruolo che hanno avuto le donne nella Resistenza…

“Un ruolo determinante, senza le donne non ci sarebbe stata la resistenza. Le donne sul piano militare si distinsero come staffette e come combattenti. L’organizzazione della Resistenza era composta da squadre, distaccamenti, brigate, divisioni, raggruppamenti. La parte più viva in senso organizzativo erano i distaccamenti composti da una trentina di uomini, mentre la squadra ne comprendeva dieci. Da una guerra di montagna si passò poi alla pianurizzazione, quando si scese dalle alture per occupare vaste zone della pianura. In tutto questo contesto le donne avevano la funzione di combattenti, di assistenza nei piccoli ospedali da campo, preparavano il cibo e poi un compito morale straordinario. Hanno inciso maggiormente sulla necessità di rivoltarsi nei confronti del nemico invasore. Le donne nella storia della Resistenza sono assolutamente intransigenti: meglio morire che avere un despota che ci opprime. Credo che questo senso ci venga proprio dalle donne. In più i reparti, non avevano supporti radiofonici, per cui fondamentale fu il ruolo delle staffette che collegavano i reparti ai comandi e i comandi al CLN. I Comitati di Liberazione Nazionale avevano, infatti, diversi centri militari”.

Come percepiva l’Italia un partigiano?

“Era un fatto elementare, come accade in queste tragedie c’è un elemento sentimentale che ti lega alla patria, non ti poni molto il problema di quello che sai. Ci sono delle idee fondanti che sono la libertà, il rispetto l’uno dell’altro, la pace. Combatti per la pace. La differenza sostanziale fra i partigiani e i fascisti risiedeva anche nei simboli. Il partigiano combatteva per la pace e l’odio nasceva dagli effetti contingenti di essere uno contro l’altro. Negli stemmi dei fascisti vi erano teschi con un’esaltazione della morte data non ricevuta; c’è anche un senso, del tutto marginale, di matrice dannunziana, della bella morte, ma ciò che prevale è un messaggio del dover e voler uccidere l’altro, spesso dopo averlo torturato. In noi partigiani dominava l’obbiettivo anche di stare insieme. Tentammo anche di organizzare, ma senza riuscirci dei collegi, degli istituti che raccogliessero i figli dei partigiani e dei fascisti uccisi, senza poi che si sapesse chi era figlio di questi due schieramenti. Noi avvertivamo questo sentimento nei confronti della patria anche sul piano lirico-poetico con le canzoni tristi ma nel contempo desiderose di vita…”.

Canzoni anche malinconiche…

“Si, anche malinconiche con questa “ragazza che ti lascia il fiore sulla tomba…”a differenza dei brani fascisti per esempio “le donne non ci vogliono più bene…” . Anzi questo sentimento era predominante rispetto ad una certa razionalità”.

Si formarono diverse formazioni partigiane per esempio le brigate garibaldine, legate al partito comunista; le brigate Matteotti di fede socialista, le brigate gielliste connesse al partito d’Azione oppure le squadre di Azione patriottica Sap, ecc…

“C’erano anche i cattolici con i fazzoletti verdi e azzurri. Da non dimenticare gli automi che non avevano collegamenti con un comando di tipo partitico, legato ad un’ideologia ed a un nome. Questo non significa nulla rispetto all’appartenenza, perchè potevi trovare un comunista anche comandante fra le fila partigiane democristiane. Quello che si decise allora è di non politicizzare. Certo l’organizzazione era quella che era, perché il CLN era composto dai partiti…”.

A quale gruppo della resistenza era legato?

“Io ero un garibaldino”.

Come fece ad entrare in contatto con loro?

“Io inizialmente ero in contatto con il partito di azione e con i socialisti, perché avevamo formato insieme a Torino, dopo il 13 settembre delle squadre di azione. Intanto i comunisti avevano già i GAP ed erano già organizzati da combattenti della Spagna come Pesce, Barontini. In questo periodo conobbi, per caso anche Corrado Bonfantini, un medico, che era uscito dal partito comunista per formare i primi gruppi socialisti. Intanto incominciai ad organizzare le mie squadre con il partito di azione. Avevamo una sede, socialista, dove ci si incontravamo: il ristorante Canelli, mentre il centro del partito d’azione era una libreria antiquaria vicino piazza San Carlo. Presto ci scoprirono, furono fucilati quasi tutti gli esponenti del comando militare di Torino. Io andai in montagna nelle Garibaldi, ma avevo già avuto in passato i contatti con dei giovani che stavano alla Barca”.

Che età aveva quando entrò in queste file?

“Ero anziano rispetto ad altri, 23 anni. Avevo già avuto un comando in Russia e avevo fatto un corso guastatori; conoscevo molto bene gli esplosivi e possedevo un’approfondita competenza tecnica”.

A 23 anni…è cresciuto in fretta…

“A 22 anni in Russia avevo un reparto piuttosto consistente da comandare. Comunque nella guerra di liberazione le capacità di comando venivano riconosciute dagli uomini. I ruoli, dal capo squadra in su, fra i partigiani non venivano designati dall’alto, ma dal basso. Come le accennavo, dovetti andar via da Torino. Però portai con me una quarantina di SS italiane che avevo fatto scappare da una caserma. Poi unì questi a quelli della Barca. Quando mi presentai ai garibaldini, già avevo un reparto consistente. Entrai in contatto con la Diciannovesima Brigata Garibaldi che era in Val di Landro e che aveva dei distaccamenti nel Monferrato. Per le mie supposte capacità tecniche militari, venni nominato capo di stato maggiore della Brigata. Fui ferito gravemente. Quando mi ripresi, fui nominato capo di stato maggiore della Prima Divisione Garibaldi a cui si unirono varie Brigate, cioè la Quarta, la Centotreesima, la Diciannovesima…”.

C’è una parte di storiografia che sottolinea come anche i partigiani si siano macchiati di diversi crimini, che cosa risponde a questa affermazione: si tratta di un indagine storica completa o di un desiderio di infangare la memoria di chi è morto per la patria italiana libera?

“Intanto cancellerei la parola diversi.Ci furono degli episodi gravi da noi condannati. Io non nascondo il fatto che un partigiano sia entrato in una casa e abbia rubato o abbia commesso violenze. Certo se noi lo sapevamo, lo fucilavamo. La nostra organizzazione giudiziaria era composta da ufficiali dei carabinieri, ossia c’era una disciplina spaventosa. Non potendo comminare le pene o era vita o morte. Generalmente era morte. Gli episodi gravi possono essere ridotti a due. Il primo riguarda l’uccisione da parte di un reparto, divisione Garibaldi, che faceva capo a Moranino, di alcuni partigiani. Si presupponeva che questi ultimi facessero il doppio gioco. Probabilmente questo non era assolutamente vero, ma il clima molto incerto e difficile influenzava una lucida valutazione. Non dimentichiamoci che dall’altra parte i fascisti avevano un organizzazione più strutturata, da noi era tutto labile non solo in senso organizzativo, ma anche della conoscenza dei fatti.

Il secondo fatto riguarda la fucilazione del comando Porzus, della divisione Osoppo. Questa divisione figurava come autonoma, cioè senza partito, ma era composta in gran parte da cattolici. Tutto nacque quando la decima flottiglia Mas, diretta dal principe Borghese prende contatto (siamo già nell’avanzata primavera del 45) con questo comando della Divisione Osoppo dicendo “dobbiamo salvare i sacri confini dall’invasione dei partigiani comunisti di Tito, perchè non ci mettiamo insieme?”. L’accaduto fu molto equivoco, nel senso che il governo Badoglio avuta la notizia di questo appello, mandò degli emissari, convinto che il Borghese volesse dissertare. In realtà non si concretizzò nulla, perché molti uomini avevano abbandonato il principe. Il rapporto Riccardi dice che ne erano rimasti 300, una cifra irrisoria anche se avessero dissertato. Di fatto il comando divisione Porzus non accettò questa proposta, in quanto capì che c’era un tranello dietro. Tutto ciò però non fu reso esplicito, per cui un gruppo di garibaldini giustiziò il comando. Morì anche il fratello di Pasolini che era della Porzus. Questa azione fu condannata dal CLN. Il comandante Giacca, che ordinò il massacro disse di essere stato ispirato dal partito comunista, però non ci sono documenti su questo”.


 
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